...a forza di essere vento


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Per andare molto in alto o molto in basso, dove gli angeli sono più belli






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venerdì, maggio 30, 2003
 

 

Musica maestro

 

Di ritorno da un concerto, un requiem eseguito in una chiesa nella città vecchia. Come sempre, uno dei momenti da me preferiti è quando entra l’orchestra e inizia ad accordare gli strumenti. Si innalza il la del primo violino, a cui fanno seguito tutti gli altri, le viole, gli ottoni, i legni, i maestosi violoncelli. Ognuno accorda il proprio strumento e contemporaneamente si accorda agli altri. La-miiii…… la-miiiiii… mi-laaaaaa. Ecco, a poco a poco questa confusa ma rassicurante melodia si spegne. Entra il maestro. Applausi. Gli orchestrali applaudono battendo gli archetti sugli strumenti. Il direttore sale sul podio, stringe la mano al primo violino, si mette di spalle al pubblico dopo l’ennesimo inchino, prende in mano la bacchetta. Un ultimo sguardo all’orchestra, sono tutti pronti. Sussulta leggermente prima di muovere le braccia per la prima nota, come a dare il tempo. Alza il mento, alza le mani, ed esattamente nel momento in cui le braccia scendono, inizia la melodia. L’apprendista stregone: quello che muove l’aria e la fa suonare, mi dicevo da piccolo. E infatti la musica segue proprio il movimento delle braccia, si innalza si rafforza si spegne, turbina nell’aria, ondeggia, fa tremare le sedie ai fortissimo, rilascia ogni muscolo nelle distese sonore in cui i violini fluiscono placidi come ampi e quieti fiumi. Tutto questo, lui lo riesce a rendere solo movendo le braccia. O almeno, così pare a me dal mio posto, dal quale posso vedere solo il direttore, ma nessuno degli orchestrali. E’ come se tutte quelle note sorgessero misteriosamente dai gesti del maestro, che le attinge da un calderone magico e nascosto. Poi mi volgo in giro. Come sempre, il repertorio umano è variegato e composito, e rappresenta lo spettacolo nello spettacolo, quello più curioso: chi ascolta intento, chi già sonnecchia, chi segue il tempo con lievi movimenti del capo o delle spalle, chi guarda il programma. C’è quello che conosce l’aria e la canticchia sottovoce, quello che ammira l’architettura dell’edificio, e quello che si è dimenticato di spegnere il cellulare. Non manca la signora sadica che ha portato il figlio di cinque anni al supplizio, e ora gli intima di stare fermo e zitto al suo posto. Il marito distratto che cerca il profilo di qualche bella signorina, qualche bella signorina che offre il suo profilo al belloccio qualche fila più in là. E non manca il musicista in erba che conosce lo spartito e dirige segretamente l’orchestra con il dito, annuendo di tanto in tanto. Il pubblico dei concerti è sempre una delle cose che mi piace di più osservare, è sempre interessante, e va da quello che sta lì per caso o per forza, trascinato dalla ragazza (o viceversa), all’appassionato melomane, allo studente universitario che confronta l’esecuzione con il cd che ha a casa. Alcune tipologie sono fisse, come il dormiente o la mamma che perde tre quarti del concerto per badare alla prole (ma io dico: esistono i nonni, le baby sitter, gli orfanotrofi…). Purtroppo, ultimamente un altro esemplare che non manca mai è proprietario distratto del cellulare, che naturalmente suona al pianissimo dell’orchestra, tra gli sguardi severi e ammonitori dei molti, e quelli preoccupati di fare la sua stessa fine e che ora cercano nelle tasche il proprio cellulare ancora acceso. Ah, naturalmente non manca il malato, quello che tossisce in corrispondenza delle pause tra un movimento e l’altro, o, in sincronia col cellulare del tizio, ai pianissimo. Perfette congiunture astrali.

Il concerto finisce, la gente sfolla la chiesa, fuori il buio ha sostituito la luce radente serale di un’ora prima. Ora la folla si raggruma in piccoli gruppi, chi commenta il concerto chi il vestito nuovo dell’amica. Molti riaccendono immediatamente i cellulari, timorosi di restare isolati dal mondo per altri preziosi secondi. Altri, contemporaneamente a questa operazione, accendono la sigaretta, dopo la terribile astinenza di 70 minuti. Le due operazioni congiunte spesso creano movimenti maldestri e talvolta cadono o la sigaretta o il cellulare, e in ambedue i casi la bestemmia è identica, solo più scandita per il telefonino. Umanità varia di questo inizio secolo che, a giudicare dalla fauna che lo popola, ha tutta l’aria di essere l’ultimo. Meglio rimanere con la musica ancora nelle orecchie, e galleggiare per la città al suono dei violini, accordare il proprio suono interiore a quello del mondo, e cercare di sopravvivere al meglio. Dall’alto, le luci della città ricordano quella distesa sonora di violini e fagotti, e viole e ottoni, che il maestro dirigeva movendo l’aria. Guardo in alto, se riesco a intravedere le braccia che dirigono questa strana sinfonia in cui mi trovo in mezzo, ignaro strumentista spesso controtempo. Non ne vedo traccia. Solo stelle, numerose come formiche, e il cielo nero che rabbrividisce alle raffiche di vento che si è alzato da qualche minuto. L’aria si muove, e ne nascono strane sinfonie.


così parlò groucho | 22:43 | commenti (6)


giovedì, maggio 29, 2003
 

Guerra ai SE

 

Ho deciso di abolire i se dalla mia vita. Soprattutto i se a ritroso, quelli che ormai non servono più a niente, se non ad acuire i sensi di colpa, i rimpianti, i rimorsi. Anche graficamente, il se è antipatico: quella esse che si arrampica nella mente come un serpente bifido, infido e minaccioso; e la e, lucchetto che blocca l’uscita ad ogni pensiero positivo, costringe ogni riflessione ad accucciarsi su se stessa, a guardasi indietro, intorno, mai avanti.

Basta con i se. Magari quelli declinati al futuro possono anche starci: quelli che vagliano tutte le possibili ipotesi per scegliere – si spera – la migliore. Non so, questi li trovo più amichevoli, piccole creature che formicolano per tutte le pareti del cervello, si ramificano in tanti vasi comunicanti per aiutarti a trovare lo sbocco giusto, la foce in cui riversare i tuoi gesti, questi sì, definitivi, nello spaventoso mare del quotidiano relazionarsi con persone, situazioni, gerarchie, amici veri o presunti, sentimenti e desideri mai soddisfatti.

Ma i se serpicolanti all’indietro no. Mai più. Rischiano sempre di tirarti indietro dove ormai eri contento di non essere più, di inghiottirti di nuovo nel buco nero del passato che, bello o brutto che sia, è sempre passato, e amen. Mi viene in mente la pena escogitata da Dante agli indovini, che avevano peccato presumendo di conoscere il futuro: costretti per l’eternità a camminare con la testa innaturalmente volta all’indietro, come personaggi di Escher, come un pupazzo che un bambino ha raggiustato in maniera errata, e ora ne deride soddisfatto la mostruosità.

Ecco, non voglio essere un pupazzo nelle mani di un bambino capriccioso, non voglio guardarmi i talloni mentre cammino, sbattere in continuazione la nuca perché non so dove i piedi mi stanno dirigendo (ecco cos’è la mia cervicale). Abbasso i serpentelli e i lucchetti che mi mortificano il futuro e avvelenano il passato, quindi. Abbasso i ma tardivi, le riflessioni di chi ormai non sa più a cosa pensare, e come un artista barocco riempie il suo horror vacui di inutili arzigogoli, di volute dorate che non sanno fare altro che tornare su stesse, esaurendosi nella loro apparente piacevolezza estetica in un niente di fatto. Il brutto è quando il se è talmente grosso da invadere tutto, quando diventiamo noi stessi un SE enorme, con braccia gambe e testa, la esse è il nostro avanzare tortuoso e sinuoso, balbettante, mai diretto, e la e, ormai maiuscola, è una finestra strappata, aperta sull’indefinito e proteiforme potenziale di ciò che avremmo voluto, volevamo, potevamo, desideravamo……


così parlò groucho | 22:44 | commenti (5)


mercoledì, maggio 28, 2003
 

Sostanze stupefacenti

Quando ho visto per la prima volta questo quadro avevo circa 10 anni. C'era una bellissima mostra a Firenze di questo pittore, a me ovviamente sconosciuto, ma che mia sorella maggiore adorava. Ai tempi Chagall era ancora vivo, e questa era una grande retrospettiva sulla sua opera. Di tutta quella mostra, che contrariamente ai miei timori apprezzai tantissimo senza mai annoiarmi, oltre ai tantissimi colori, immagini oniriche, uomini capra e danzanti nel vento, ricordo nitidamente questo quadro, che rimase impresso nella memoria finché finalmente seppi chi fosse questo Chagall (mi era simpatico anche perché si chiamava come me), perché dipingeva così e tutto il resto. Ma, a parte le nozioni teoriche, avrò sempre il ricordo dell'emozione e dello stupore tutto infantile che provai quando vidi da vicino questa tela, davanti a me, appesa al muro ma apparentemente anche essa danzante, in cui i colori sembrava dovessero uscire dalla cornice e pervadere tutto, le pareti, le persone, e tutti potessero alzarsi sulle case con le facce verdi e blu, e danzare al ritmo di quel violino che sì, aveva un suono, suonava una musica che solo io potevo sentire, ma forse, forse anche gli altri avrebbero ascoltato, se solo avessi iniziato a battere il tempo con il piede sopra i tetti della città, proprio come il violinista verde. Lo stupore infantile è davvero una cosa unica: da quanto tempo ne abbiamo perso anche solo il sentore, la magia ineffabile, anno dopo anno abbiamo smesso di stupirci, tutto è diventato ovvio, scontato, minaccioso, forse, ma non più degno di stupore. Eppure. Eppure talvolta ne ho trovate esili tracce, sui volti di persone ignote e comuni. Come quella volta che uscìi dal cinema e nevicava, e tutti alzavano il mento al cielo e per un attimo, un infintesimale momento, ecco, avevano negli occhi QUELLA espressione, quello stupore (forse solo una cosa semplice e bianca come la neve può ancora sortire un tale effetto). Ma niente potrà più eguagliare lo sguardo del bambino di fronte alle prime bolle di sapone, al loro pof silenzioso e lucente che le fa esplodere sotto il suo naso, o davanti al mare o al temporale, alla grandinata estiva con i chicchi grossi come le sue mani. Mi sforzo di preservare ancora quasi intatti i miei momenti di stupore che mi sono rimasti attaccati addosso, li ho messi in una teca ma non basta, sento che ogni giorno qualcosa li minaccia, qualche refolo crudele li screpola e li sbriciola a poco a poco come rovine di sabbia, come dune destinate a trasformarsi, a spostarsi, scomparire per essere altrove, qualcos'altro. Ma mi sforzo di serrare la teca, è uno dei veri e tesori che mi sono rimasti, tanto fragili e remoti quanto preziosi e unici, realmente miei, e di nessun altro.


così parlò groucho | 00:16 | commenti (8)


domenica, maggio 25, 2003
 

Specchi

Ho amici, sparsi un po’ in tutta l’Italia, che, presi dall’ebbrezza dello scanner, evidentemente si portano in ufficio vecchie foto, e nelle pause di lavoro le scansionano e me le inviano, nel caso che ritraggano anche me. Si tratta soprattutto di foto di quando avevo vent’anni, meno e chili e più capelli, meno rughe intorno agli occhi, più incognite sul futuro e quello sguardo spavaldo di lieve sufficienza, come se il mondo aspettasse solo me per girare come dio comanda. Queste foto sono pericolose, devo dissuadere i miei amici dall’inviarmele ancora. Sono come specchi che restituiscono un’immagine di me che non mi appartiene più, e che, raffrontata con quella attuale in agguato ogni mattina dentro il vero specchio, la fa sembrare davvero come il ritratto del buon Dorian Gray. Solo che quel ritratto sono io, e quell’io cristallizzato nella foto di 15 anni fa risulta quasi un alieno, un qualcosa che ha lasciato un sedimento in me, ma che giace sepolto come un reperto che solo gli archeologi conoscono. Avrete capito che non amo molto essere fotografato. Ora un po’ di più, in verità; paradossalmente negli ultimi tempi accetto di immortalare con più disinvoltura la mia incipiente calvizie, le rughe intorno agli occhi, il mio sguardo più stanco e l’espressione meno spensierata, chissà perché. Forse invecchiare è anche questo, aver paura di non lasciare più tracce di sé da un momento all’altro, non so. Forse è anche accettarsi di più, essere più consapevoli di sé stessi (o rassegnati?), e voler ritrarre questa consapevolezza come fosse una conquista degna di ricordo. Le foto di 15 anni fa, questi specchi crudeli e meravigliosi di ciò che ho vissuto, contribuiscono comunque a farmi capire cosa significhi non dico invecchiare, ma diventare adulti. Diventarlo nonostante noi stessi, nonostante quei vent’anni siano ancora coriacemente dentro di noi, e ancora talvolta scalpitano, palpitano, sussultano e fanno sussultare. Rivendicano la loro quota azionaria in ciò che siamo diventati, e noi sappiamo bene che è vero, che siamo così grazie a (o a causa) loro. Non amavo le foto di me, quando avevo vent’anni, e non amavo gli specchi. Forse non era un caso. Ora accetto anche questi ultimi, anzi la mia immagine riflessa è diventata una verifica quotidiana del mio esserci ancora, di non essere scomparso, estinto dai miei sismi interiori come un mostro preistorico, di essere ancora io, mutazione necessaria di quelle foto del secolo scorso, risultato algebrico perfetto di tutti gli errori, le scelte, le passioni, le emozioni che ho vissuto. Sono una simpatica equazione di grado infimo (io, che non sapevo fare nemmeno quelle di secondo), cifra cancellata riscritta e scarabocchiata più volte su un foglio che è rimasto sempre lo stesso, dopo tanti anni, e che è destinato a ingiallirsi fino all’estremo deterioramento. La cifra sarà ripetuta mentalmente, contata sulle dita, il calcolo cambierà gli addendi, i fattori, ma il risultato rimarrà identico. Lo specchio resterà lo stesso e l’immagine si muterà ancora, le foto aspetteranno pazienti nei cassetti fino a che non tornerò ad aprirli per guardarmi a ritroso, rifare tutti i conti, cambiare parentesi, scambiare le quadre con le graffe, ma niente.

Il foglio sarà sempre più gualcito, i numeri quasi illeggibili. Sarà bello pensare che ogni numero abbia avuto un senso, allora.


così parlò groucho | 23:08 | commenti (5)


sabato, maggio 24, 2003
 

Confini

E' capitato a tutti di oltrepassare un confine. Avete presente, no: stop dogana del paese da cui te ne vai, poi un po' di strada e ancora stop dogana del paese in cui vai. Ecco, a me è quel po' di strada che mi fa impazzire. Ci penso da sempre, soprattutto ora che qui di confini ne passo spesso, con Damasco all'incrocio tra Giordania e Libano. Anche ieri, per esempio. Le due frontiere. E, in mezzo quella strada. Quello spazio. Di chi è, quello spazio? Del paese che hai lasciato? Del paese in cui stai andando? Voglio dire: uno che abita in quello spazio, cos'è? E, soprattutto, perché QUELLO spazio? Perché tutta quella terra di nessuno (a volte sono chilometri e chilometri)? Poi mi è venuta in mente un'idea, magari infantile, ma stolidamente plausibile: eccolo, il confine. Cioè quella linea grigia che sulle carte separa i paesi tra loro. Una linea grigia sulla carta. Su quelle a piccola scala, cioè dettagliate, la linea appare spessa e grigiastra. Tutto quello spessore, mi sono detto, sono chilometri.Eccoli, questi chilometri, li sto attraversando ora, proprio ora che mi chiedo cosa siano questi chilometri, a chi appartengano. Niente, è la risposta, sono il confine. Quella necessaria separazione spazio-temporale per lasciare, anche mentalmente, un posto, e prepararsi ad entrare in un altro. Un'apnea, o un tirare il fiato, come preferite. Una cosa, se ci pensate, non solo necessaria, ma essenziale. E d'un tratto mi sono sentito permeato di confini, di linee d'ombra, attraversate nella mia vita, vissute sulla pelle o sui nervi, esperienze a cui ho virato improvvisamente sulla rotta dell'esistenza che mi ero programmato e d'improvviso, ecco, sono in bolina, col vento che mi sputa in faccia gli schizzi d'acqua salata, dopo essere stato spinto docilmente fino a quel momento. Ma sempre, quella linea, quella separazione, quel confine. Era magari lungo un giorno, un mese, o solo un'ora. Ma c'è sempre stato. Quel momento in cui tracci mentalmente la tua cartografia esistenziale, hai già lasciato la situazione passata, ma quella nuova ancora deve sorgere, la stai solo pregustando, stai voltando pagina. Il confine è il fruscio del foglio, il suo taglio, l'ombra sempre più verticale che proietta sul resto del libro, ancora non sai cosa leggerai ma ecco, stai girando pagina, non pensi quasi più a ciò che hai letto, ne fai solo tesoro. Ma quel momento è essenziale, quel confine è determinante anche per capire che stai voltando pagina, cambiando paese, virando di bolina, cominciando a fare sul serio. La terra di nessuno in cui ora ti muovi è fondamentale a comprendere fino in fondo l'importanza di ciò che stai per fare, anche se è troppo tardi per tornare indietro, anche se magari ti rendi conto che, forse, però.... ma è solo in questo momento che te ne accorgi, mentre percorri quelle lande in cui non sei più e non sei ancora, sei di nessuno, appartieni solo a ciò che hai fatto e a ciò che farai. Il confine sei tu, e ti senti tremare di gioia e di paura, senti improvvisamente la tua esistenza solida tra le mani, ti senti vivo.


così parlò groucho | 21:42 | commenti (4)


martedì, maggio 20, 2003
 

Le città mentali

A volte la mente ospita ampi silenzi, stanze fresche e ombrose dove è piacevole sedersi, ascoltare i minuti passare in punta di piedi, riempirsi di niente e di felicità. La mente è una città, e come esistono città di mare, brulicanti di vita nei vicoli del porto, o città di montagna, impervie e silenziose nelle notti invernali, così esistono menti iperattive, sempre protese a partenze, battute dalle onde dei pensieri e delle idee, e menti più aeree, che si beano di spazi ampi, osservano il mondo dall'alto come aquile sagge - ma rapaci di vita, la propria e quella altrui. Poi ci sono le città morte, abbandonate, riarse e diroccate, che niente e nessuno abita più. O, al contrario, le città moderne, iperaffollate, dove i maggiori monumenti sono la Borsa e le banche, dove il divertimento è un lusso (anche economico) e la vita scorre inconsapevolmente arida e monotona, ma nessuno lo sa (se lo sapesse...). Naturalmente esistono le città d'arte, popolate solo da turisti in estate e inverno, dove gli abitanti a poco a poco si sono discretamente ritirati nelle campagne circostanti, così come si faceva un tempo alle calate dei barbari. Le città del passato, che ora vivono solo di rovine spesso imponenti - teatri romani perfettamente conservati, domus con porticati ancora intatti, affreschi sui muri, epigrafi che testimoniano una vita ancora in grado di esistere, in qualche modo.

Ma tutte le città, anche quella più desolata, anche quella più caotica, hanno tutte almeno un balcone ben tenuto con gerani rossi, una piazza quieta dove le madri portano i figli in carrozzina, una finestra ombrosa dove una ragazza si affaccia sorridente, un abbaino in cui un uomo scrive la sua ennesima lettera d'amore, fumando l'ennesima sigaretta. Ecco, è questo che cerco in ogni città che mi capita di visitare, in ogni angolo di via che ho la fortuna di camminare. E' questo che cerco in ogni mente in cui mi imbatto. A volte la ricerca è ardua, a volte me ne devo andare senza aver trovato niente, ma l'importante è essere consapevoli che ovunque potremmo trovare balconi rossi di gerani, finestre ombrose, piazze quiete, sottotetti pregni di vita. Ovunque è possibile trovare un posto dove è piacevole sedersi, ascoltare i minuti passare in punta di piedi, riempirsi di niente e di felicità.


così parlò groucho | 16:30 | commenti (7)
 

Come vorrei...

Ho sfogliato i tuoi pensieri

come tramonti leggeri, ho racchiuso

le notti nel cavo dei tuoi occhi,

ho sentito il freddo e la solitudine

nelle mie mani che non stringevano

le tue. Eppure,

non ti amo, e non mi chiedere perché.

Tutto questo perché sei lontana, forse,

se fossi qui, mi volgerei altrove, come il randagio

 cacciato a sassate dalla bellezza, e dall'amore.


così parlò groucho | 00:25 | commenti (6)


sabato, maggio 17, 2003
 

Che ne sa, il professore....

Hanno ragione loro. Nella mia breve carriera di insegnante alle scuole italiane, interrotta dopo qualche anno per venire a lavorare qui in Siria, ho scoperto due cose: mi piace insegnare, e molto, ma non ho la stoffa del professore. Voglio dire, non credo in quello che faccio fino in fondo. E poi, dove mi capita di insegnare la prima volta? Proprio nella mia scuola, a sostituire il mio ex professore di greco, in quella che era la MIA classe. E' troppo, per uno che non crede nella disciplina, nell'autoritarismo e, in definitiva, nella scuola in se stessa (tutto quello che ho imparato lo devo ai miei amici, non ai miei, pur spesso bravi, insegnanti). Il fatto è che l'adolescenza non è decisamente il periodo migliore per starsene 5 ore al giorno sui banchi a sentire gente che parla di Edipo o di equazioni di secondo grado, che vorrebbe ti esaltassi per le trovate linguistiche di Pascoli o della formula chimica di qualche gas da nome impronunciabile. Non è assolutamente il periodo migliore. Se dio o chi per lui fosse stato davvero perfetto, ci avrebbe fatto nascere a 90 anni, ci avrebbe fatto andare a scuola fino ai 60 (che tanto a quell'età ci si alza sempre alle 6 di mattina e non si sa che cazzo fare tutto il giorno), poi lavorare fino ai 30 o giù di lì e infine, con la bella pensione in tasca, godere la vita, ma goderla veramente, in tutti i nostri vent'anni senza studiare né pensare al futuro, chissenefrega. Morire neonati, senza nemmeno accorgersene, così come non ci ricordiamo della nostra nascita. E invece. Invece eccoli lì, i miei studenti liceali, che mentre spiegavo l'aoristo medio guardavano dalla finestra in un giorno bellissimo di primavera. Potevo forse dirgli qualcosa, proprio io che alla loro età guardavo dalla stessa finestra (dallo stesso banco, pure) e che ora mi ritrovo a seguire il loro sguardo forse con gli stessi pensieri? Non ne ho il coraggio, non sono proprio tagliato per fare il professore. E nemmeno lo studente, se è per questo. Guardo troppo alla finestra.  Come posso dire "Stai attento, Tommaso (li chiamo per nome, odio i cognomi, mi sanno di ufficio fantozziano), segui il libro", quando mi chiedo perché mai questo ragazzo dovrebbe seguire un libro di grammatica greca a 17 anni (17, capite), quando fuori il mondo è un'eterna scoperta, quando la geografia mentale è ancora tanto simile a quelle mappe che proprio i Greci tracciarono, e in cui il mondo ignoto era popolato da Ombripodi, uomini-lupo, mostruose creature segregate nei lembi più estremi del pianeta e si aveva una gran fame di viaggi, di partire, conoscere, ma non attraverso i libri, bensì con i propri occhi, toccare con le proprie mani. Pensare con la propria testa.  Io non odiavo i miei professori. Solo, li trovavo un po' ridicoli, a inculcarci una versione di Seneca senza nemmeno dirci come stavamo, cosa ci passava per la testa quel giorno, quel periodo, in quell'età. Se Seneca magari ci avesse potuto aiutare, e come. E ora, glielo vorrei dire io, ai miei ragazzi, che Seneca mi ha aiutato tanto (ma dopo, non al liceo), ma quando vedo i loro sguardi appesi alle foglie di primavera come frutti ancora acerbi, quando vedo quegli sguardi sognanti oltre il muro del solito squallido edificio scolastico (ma perché li fanno tutti così brutti? Non è già abbastanza tenere segregati per 5 anni migliaia di adolescenti?), non me la sento. Una volta ho fatto una lezione sui cantastorie e la musica pop, partendo dagli aedi omerici passando per i giullari e arrivando a Bob Dylan e De Andrè, e li ho visti felici. Non guardavano più la finestra, o almeno non tanto. Ero felice anche io, perché ho capito che anche la scuola può insegnare davvero qualcosa


così parlò groucho | 23:37 | commenti (5)


giovedì, maggio 15, 2003
 

Lettere a se stessi

Io le tengo tutte. Le lettere che ho ricevuto, intendo. Tutte, davvero. Sono di quelli affetti da dissenteria epistolare, che naturalmente corrispondeva (parlo di lettere di carta, del secolo scorso, quelle con la busta e il francobollo) con individui della mia stessa specie, con il risultato di avere la cassetta della posta quotidianamente occupata da una busta da lontano, o anche magari dalla stessa città. E che piacere sentire la carta rigida tra le mani, la consistenza del plico che prometteva lunga e attenta lettura, che gusto spiare tra i timbri sul francobollo quando l'amico/a aveva spedito la missiva, e quanto tempo ci era voluto perché arrivasse a destinazione, cioà da me. E poi, prendere il tagliacarte e fendere la busta con cerimoniale lentezza, aprire i fogli, sedersi comodi e iniziare la lettura. Tenere quella carta tra le mani, indovinare tra gli sbaffi dell'inchiostro, le cancellature o addirittura i cambi di colore se nello scrivere la lettere il nostro interlocutore era nervoso, occupato, o magari aveva impiegato più di un giorno per scriverla. Insomma, un piacere che pervade non solo l'intelletto e i sentimenti, ma anche il tatto, l'udito (il fruscio dei fogli è musica), l'olfatto (come non annusare la busta appena aperta, che sa di inchiostro e di carta magari nuova, di colla e dio sa cos'altro). E poi, quando era ora di rispondere, anche il gusto. Sì, perché ogni francobollo aveva un suo particolare sapore: c'erano quelli più squallidini con paesaggi italiani fatti male che erano amari e aciduli; ma altri, quelli artistici, mi pare, o fatti per particolari commemorazioni, erano spesso gustosi, a volte dolciastri, altre addirittura con un retrogusto fruttato, chissà che colla usavano. Io ero un maniaco, usavo pennini da intingere in un inchiostro comprato appositamente, ceralacca per sigillare la busta, che ad un certo punto non usavo nemmeno più, usavo la lettera stessa piegandola come faceva Cyrano nel film con Depardieau (visto almeno 7 volte, e ogni volta ho pianto) e la spedivo, per la gioia delle Poste Italiane che avevano macchinari non adatti a tali raffinatezze e punivano le mie lettere con ritardi spaventosi, quasi davvero le avessero recapitate corrieri a cavallo, polverosi e affannati. Ma non importava, l'essenziale era aver scritto, ed è un peccato che, assieme alle lettere ricevute, non abbia conservato almeno parte di quelle che io scrissi. Ecco, questo è uno dei piccoli vantaggi delle e-mail, magari più asettiche e algide, ma che sicuramente puoi tenere anche nella tua cassetta senza scriverle due volte o copiarle con la ormai leggendaria carta carbone (la usava mio padre, impiegato di un altro dinosauro della storia come la SIP). Lo ammetto, spesso era uno scriversi addosso, il destinatario era quasi un pretesto, un po' come questo disegno di Escher in cui le mani si disegnano tra loro, ma sarà capitato a tutti di usare le lettere come un diario personale in cui finalmente poter avere un uditorio, dare sfogo alle proprie idiosincrasie, passioni e tumulti dell'animo con la consapevolezza di avere, dall'altra parte, un lettore paziente e attento, una cassa di risonanza discreta e allo stesso tempo esterna, che ci desse la sicurezza di esserci liberati di qualcosa, e non di averlo imprigionato in un diario che nessuno al di fuori di noi avrebbe letto.

Le tengo tutte, le lettere che ho ricevuto. Ce le ho da qualche parte in camera mia, alcune ancora a portata di mano, anche se non le rileggo da secoli. Ma non si sa mai. Ma ce le ho tutte. Quelle delle fidanzate, a volte dolci a volte rabbiose, a volte cariche di promesse che allora sembravano così verosimili. Quelle degli amici più intimi, sempre pronte a percepire ogni fibra di me che si tendeva o si inarcava di gioia o di rabbia, di delusione o tenerezza, o di paura. E quelle scritte da persone che non vedi più da anni, di cui ti restano solo quelle righe di carta, ormai avranno cambiato indirizzo, città, vita, saranno sposati o partiti per chissà dove, come me. Eppure in qualche modo li ho immobilizzati lì, a quell'età, a quei pensieri che un giorno hanno voluto spedirmi. Riaprissi adesso una delle tante lettere che ho conservato, chissà. Sarebbe come riaprire un album di fotografie, solo che qui le immagini sono interiori, non  fisiche, corporali. Come specchi che riflettono per magia le stesse emozioni di un tempo, replicano all'infinito gli stessi momenti, gli stessi pensieri, con una patina in più di polvere, ma anche quella ci appartiene, fa parte del gioco. Fa parte di noi.


così parlò groucho | 22:58 | commenti (6)
 

Tattiche di seduzione

Qualche tempo fa, nel sito di Rosarospa c'era riportata una simpatica discussione tra lei e una sua amica sul modo, prevedibilissimo, in cui noi ragazzi scandiamo le tappe del nostro approccio con l'altro sesso . In sostanza, le fasi erano tre: il primo incontro è costituito da un invito a cena e passeggiata. Bacio sulla guancia davanti al portone, o, al limite,per i più audaci, bacio in bocca, ma breve e senza ulteriori sviluppi. Seconda fase: cena + cinema, e, stavolta sì, bacio, magari anche lungo, multiplo e appassionato, per strada, in macchina prima che lei salga a casa, sul portone, ovunque. Terza e ultima fase: invito a casa (se libera, o se i genitori sono fuori) e... quel che succede succede.

Ora, lo so, noi uomini siamo creature semplici, e il nostro comportamento in questi frangenti sembra tradotto pari pari da un manuale erotico sovietico (tipo "L'amore ai tempi dei kolkoz"), ma che ci volete fare, in fondo ci volete bene anche per questo. Il brutto, semmai, è quando come me ci si trova in un paese diversissimo dal nostro, con tradizioni completamente opposte. Sono in Siria, lo sapete tutti, credo. Ecco, qui è il casino. Perché qui salta ogni aurea regola del nostro minuetto tripartito, le danze hanno ritmi molto molto diversi, e baciare una ragazza anche fosse sulla guancia qui è non dico scandaloso ma sicuramente compromettente. Insomma, saltano gli schemi, direbbero i cronisti sportivi. Che fare, dunque? Cena, già fatto. Di ristoranti ce ne sono, non c'è problema. Passeggiata, fatta e strafatta, ho le gambe a pezzi. Cinema, non c'è, o meglio ce n'è uno che da' in anteprima film come "Il gladiatore", e ho detto tutto. Baci et similia, manco a pensarci, toccare una ragazza solo per un braccio qui è considerato atto sacrilego, tipo che ti vengono a casa i parenti a concordare le nozze, o quasi. Sono decisamente in difficoltà, la mia prevedibilità di homo simplex è ormai un inutile suppellettile da appendere al muro tipo le scarpe al chiodo degli ex giocatori. Devo inventarmi qualcosa, ma la mia fantasia è lì, racchiusa nelle pareti dell'un-due-tre, cena cinema passeggiata, non si scappa, un triangolo delle Bermude in cui era dolce naufragare, innocuo e perfetto, la santa trinità, la triplice alleanza, la triade capitolina di ogni tentativo di seduzione. Non mi resta che scovare poesie d'amore (ahimé, come sono ridotto) e metterle nei regali estemporanei, sotto i piatti al ristorante, nelle borse quando lei si volta. Ho saputo che qui si usa così. Ma ne avrò mai il coraggio, e soprattutto, il pudore? Giratevi da un'altra parte, in caso. Datemi un consiglio, però: questa poesia di Lorca potrebbe andare?

ALL'ORECCHIO D'UNA RAGAZZA

Non volli.
Non volli dirti nulla.
Vidi nei tuoi occhi
due alberelli folli.
Di brezza, di riso e d'oro.
Oscillavano.
Non volli.
Non volli dirti nulla.









così parlò groucho | 21:50 | commenti (4)
 

Girare l'angolo

A volte gli incontri più affascinati sono quelli mancati. Mi spiego. Treno Milano-Ancona (mi pare), di quelli lenti, che fanno tutte le stazioni o quasi. Un ottobre ancora mite, passeggeri silenziosi nella vettura, fuori la linea orizzontale della padana che alternava viti, foschia, qualche albero, qualche casa. Talvolta, qualche città. Davanti a me, lei: sui venticinque, capelli castani, mani pallide e delicate alla fine di una maglia nera girocollo, occhiali che non rendevano giustizia a due occhi di un verde pallido e quasi grigio, autunnale, bellissimo. Faceva le parole crociate. Io leggevo qualcosa, un giornale, forse, ma presto lo misi da parte e aprìi il taccuino. E, come un pittore, le feci il ritratto. Ma a parole, ché a disegnare sono un disastro. Un ritratto dettagliatissimo, minuzioso, che nemmeno il suo innamorato le avrà mai fatto. Ogni tanto lei alzava lo sguardo verso di me, e quegli occhi così strani e straordinari si adagiavano sul mio viso come una carezza, brevissima, ma di cui assaporavo ogni istante. Talvolta la urtavo appositamente col piede per chiederle scusa e vedere di nuovo quel suo sguardo. Sorrideva raramente, ma una volta mi concesse anche il bagliore timido dei denti, piccoli e ordinati. E scrivevo. Scrivevo che era ingiusto, il destino era cinico e baro, mi faceva incontrare una ragazza così su uno squallido diretto Milano-Ancona, e in più la mia viltà non mi faceva dire una parola, o meglio tutte le parole rimanevano strette alle mie mani, sbrodolavo i fogli di macchie nere che per lei non avevano alcun senso. E lei che pensava al 46 verticale, ci sta da almeno dieci minuti, magari potrei aiutarla. Ma no, farei solo la figura dell'idiota, e poi, se non so nemmeno io il 46 verticale? Passai così mezz'ora. Mezz'ora di sguardi fugaci, parole scritte sul quadernetto, e i miei occhi segugi a caccia di un suo sorriso, sulle impronte di un gesto, anche casuale, che potesse in qualche modo giustificare l'inizio di una conversazione. E invece.

Scese a Cesena, in perfetto orario. Fu così semplice perderla di vista per sempre: una si alza, rimette le sue cose nella borsa, la chiude, prende una valigia e se ne va. Gira l'angolo, così, per sempre. Non è giusto. Me ne sono capitati, di non-incontri del genere, o anche di piccole frasi scambiate con belle sconosciute, interessanti individui, coppie in cerca d'avventura, stranieri in vena di chiacchiere in un pessimo italiano (loro) e altrettanto smozzicato inglese (io). La ragazza che dopo mezz'ora di viaggio davanti a te, tra un panino e un succo di frutta indica qualcosa fuori e ti fa "guarda!" e tu guardi e c'è l'arcobaleno. Il tizio che ti parla di semiotica e di borsa e poi scende lasciandoti sul posto vicino "La rivista degli orologi" (sic). Il barbuto con lo zaino che ti racconta del suo viaggio senza biglietto da 800 chilometri, opps, scusa sta passando il controllore (l'avrà beccato? Boh). Tutti hanno girato l'angolo, zac, tutti, e se ne sono andati. Per sempre.

Penso ora però che sono contento di averli incontrati, e di aver scattato anche una fugace istantanea della loro vita, impressa nella mia, per sempre.


così parlò groucho | 00:01 | commenti (7)


mercoledì, maggio 14, 2003
 

I dettagli

I dettagli possono fare male. Possono rovinare tutto, rendere vano quanto prima avevate preparato, ipotizzato, programmato. Vedete una persona, vi piace, ne siete lievemente attratti. La rivedete, la frequentate, e siete decisamente affascinati. Vi innamorate. Poi, il dettaglio. Mica dico molto, basta un neo nel punto sbagliato, il modo in cui respira la notte. Il lieve biascicare gerontico quando mangia l'insalata. Cose così, minuzie, magari. Dettagli. Ma tutto si smonta, come far cadere la tessera del domino in quelle composizioni in cui tutto si sfalda appena una urta con l'altra, e così via. Tutto cambia. E per colpa di un dettaglio. O forse sono io che sono malato, che so. Però è così. Amo la vita, ma se ne isolo i dettagli mi suiciderei. Di dettagli ci si impazzisce, sapete. Come quel biologo che non bevve più acqua perché ogni volta ripensava a cosa aveva visto nel suo vetrino analizzandola. Impazzire per i dettagli: guardare le cose, le persone, con una lente così ravvicinata da non poter distinguere più l'insieme, ma solo pori mostruosi, fessure che diventano voragini, abissi disgustosi, un'ininterrotta superficie astratta e viscida, formicolante e nebulosa, un tela fatta solo di dettagli, senza più forma e senso. Spaventoso, vero? Eppure i dettagli sono presenti ovunque, in qualsiasi oggetto, persona, idea, pensiero. A volte aiutano a comprendere meglio, altre irretiscono la percezione del tutto e diventano solo un labirinto folle, dove ogni contatto si sgretola di fronte alla complessità di ciò che viene toccato, la ragione chirurgica continua a operare senza portare a nessuna guarigione dell'essenza stessa. Lo sguardo dall'alto, come una dolly alle fine di un film, restituisce al mondo le sue forme, i suoi movimenti, le sue distanze e la giusta prospettiva. Ma i dettagli restano, ci sono sempre. Più lontani, più occulti, ma ci sono.


così parlò groucho | 15:02 | commenti (4)


lunedì, maggio 12, 2003
 

Questo non sono io (?)

In una delle sue Lezioni americane, Italo Calvino a proposito della leggerezza parlava di Perseo, eroe della mitologia greca che per sconfiggere Medusa e il suo sguardo che pietrificava (letteralmente) ricorse allo stratagemma del riflesso sullo scudo. Per chi non conoscesse la storiella, il suo fine era evitare lo sguardo diretto di Medusa, ma allo stesso modo la doveva osservare per colpirla bene e reciderle la testa con un solo colpo. Mise quindi di fronte a sé il suo scudo e quando Medusa arrivò la vide riflessa sulla superficie lucente. e colpì. Un colpo secco che le tagliò la testa con i serpenti attaccati e tutto. Domanda: perché non rimase ugualmente pietrificato dallo sguardo del mostro anguicrinito? Elementare, Watson, quella che Perseo vide non era Medusa, ma la sua immagine riflessa. Magritte non ha portato che alle estreme conseguenze, e in modo tutto suo, questo concetto che però resta vecchio come il mondo. Ora, immaginiamoci per un attimo un Perseo contemporaneo, una sorta di cybernauta in continua lotta contro mostri virtuali o reali (attenzione, soggettisti di Hollywood,  vi sto dando un'ideona!): immaginiamolo alle prese con una Medusa (Angelina Jolie e le sue labbra veramente mostruose?) che con il suo sguardo trasforma gli uomini in pietra (tipo io quando vedo la ragazza che amo - cioè tutte). Quale stratagemma troverebbe il novello Perseo? Probabilmente un video, un monitor, qualcosa del genere. Lo immagino con una microcamera inserita sulla schiena che gli trasmette l'immagine su un piccolo monitor posizionato sull'occhio destro come un monocolo. Ecco, Medusa-Angelina Jolie entra nel campo visivo, con la bocca siliconata e tutto il resto, si avvicina credendolo ignaro del suo (di lei) arrivo: ma Perseo-Di Caprio (meglio Keanu Reeves?) è già pronto con la sua arma micidiale, una sorta di spada laser, a tagliare la testa al mostro. Il finale lo sapete già, e il succo della storia ormai è chiaro. Questa non è una mela, dice Magritte, quella non era Medusa, diceva qualche millennio fa la mitologia greca, la guerra che abbiamo visto in tv non era LA GUERRA (da dirlo ai simpatici filoamericani del mondo blog, che hanno scambiato la Bibbia con la Bbc o la Cnn), e così via. Ma ora mi viene un atroce dubbio, che sarà magari venuto anche a voi: questo sul blog, sono davvero io? E quelli che io visito, siete davvero voi? Forse sono come la Medusa mitologica, innocuo nello schermo del vostro pc ma nella realtà contingente letale mostro dalle sembianze umane, creatura mutante e mutevole? Groucho, quante seghe mentali ti fai, direbbe il mio alterego Fauscto nel blog demenziale che ho costituito apposta perché in questo non sono TOTALMENTE io (ma quanti ne dovrei fare, di blog....). Onanismo psicologico, è vero, di cui credo tutti siamo affetti, e che in fondo ci piace anche un po', diciamolo. Come piaceva a Magritte, come doveva piacere anche ai nostri avi, che, guarda un po', invece di godersi il sole della Grecia e passare la vita a mangiare olive, bere vino e tuffarsi nell'Egeo, si sono sbattuti tanto per edificare templi, inventare miti e addirittura elaborare una cosa veramente da onanisti come la filosofia...!      E noi, che in Grecia adesso ci andiamo per cuccare con le svedesi....


così parlò groucho | 23:41 | commenti (4)
 

Un posto pulito e illuminato bene

Così intitolava Hemingway uno dei più interessanti tra i suoi 49 racconti. Sarà capitato a tutti una volta trovarsi lì, all'ora di chiusura, nel locale in cui si è habitué, restare al bancone a sorbire il bicchiere della staffa mentre il padrone (naturalmente vostro amico) pulisce per terra, riordina i bicchieri, sistema le bottiglie.

E' l'ora che preferisco, un po' come accade in "Effetto notte" quando, alla fine del film, effettivo e raccontato, tutti fanno le valigie, si caricano scenari e macchine da presa nei camion, gli attori e i tecnici si salutano, ognuno per la sua strada. E' la fine del circo, della festa, o più semplicemente della serata, quella malinconia satura di ricordi, musica, chiacchiere e fumo che ancora aleggiano nella stanza e nella mente, intridono i vestiti e le mani che stringono l'ultimo bicchiere. La musica, ora, è più bassa, finalmente il padrone può scegliere quello che piace a lui, spesso jazz, ma non è detto. E tu sei lì con altri pochi clienti, tutta gente che hai già visto centinaia di sere senza conoscerne il nome, ma li saluti sempre, come chi si incrocia nelle passeggiate in montagna, solidarietà tra camminatori d'altura (al mare non succede, ed è questo uno degli aspetti che mi fa spesso preferire la montagna). Ma il bicchiere tra le mani si è riscaldato, l'intruglio che c'era dentro è ormai imbevibile, eppure non riuscite a staccarvi dal trespolo che vi àncora tenacemente al bancone come una nave che non vuole salpare, l'ormeggio è il bicchiere e il porto inizia a sapere di partenza, di addio. Alla puzza dei mozziconi e delle birre cadute a terra a poco a poco si sostituisce quello della candeggina, è proprio l'ora di andare. Il padrone - l'amico, il complice, quello che vi ha fatto ubriacare e voi fessi che ci siete cascati ancora - vi guarda con l'occhio a mezz'asta di chi ne ha viste abbastanza, per quella sera. Vi vuole bene, lo sapete, e voi ne volete a lui. Lo abbracciate con lo sguardo prima di alzarvi faticosamente dallo sgabello. Lasciate le monete che vi rimangono, fate un cenno agli altri (gli ignoti famosi), date una pacca sulla spalla al padrone chino sullo spazzolone. La serata è finita, fuori vi aspetta la notte, i semafori intermittenti, le rade macchine di chi attraversa la città per tornarsene alla propria vita di sempre, o per fuggirne per sempre, chissà. Siete tristi ma sereni, quasi vi dimenticate di prendere l'auto, vorreste attraversare la notte con le mani in tasca, vorreste attraversarci tutta la vita, sì, con le mani in tasca, fischiettando, sarebbe bello andare incontro alla morte, così. L'eco dei passi è leggero sul marciapiede che segue la strada come il greto di un fiume immobile e ora quieto, silenzioso. Come voi. Come tutto, questa notte.


così parlò groucho | 00:49 | commenti (6)


sabato, maggio 10, 2003
 

Le cose siamo noi

Tutto ciò che possediamo ci somiglia, in qualche modo: i vestiti che scegliamo, il tipo d'orologio, l'automobile che decidiamo di comprare a rate, l'arredamento della nostra camera, i libri che leggiamo. La casa stessa ci somiglia, e non solo negli oggetti che ci sono, ma anche nella loro disposizione. Non parlo di feng shui, ma semplicemente di casino. Quando riusciamo a organizzare la nostra vita, inanellare appuntamenti impegni lavoro e palestra senza eccessivo stress e sovrapposizioni temporali, anche la nostra casa riesce a essere ordinata: le stanze sono pulite, il letto non disfatto, i vestiti nell'armadio, i piatti impilati e puliti immediatamente dopo l'uso. Ma. Ma appena i nostri precari equilibri saltano, ecco che tuto subisce come una centrifuga inarrestabile: sul lavabo si accumulano pentole e stoviglie sempre più incrostate, i vestiti giacciono sparsi su letti e divani come se fosse esplosa un'atomica alla Benetton; la polvere diventa il vero e unico inquilino della casa, e sui tappeti inizia a proliferare una flora inquietante, discendenza diretta delle creature di film di Cronenberg. Il pavimento crepita di croste di pane e maccheroni caduti durante la scolatura e ora induritisi come fossili cenozoici. Purtroppo è molto facile abdicare all'ordine domestico, per pigrizia o perché non si ha tempo, perché si è depressi o troppo felici per pensare a sciocchezze come la scopa e il mocho Vileda. Fatto sta che la casa riflette alla perfezione, nel bene e nel male, il nostro stato d'animo: è cupa quando siamo tristi, profumata di fiori novelli se siamo innamorati, desolata se ci sentiamo soli, euforica se siamo su di giri.

Fenomenologia del frigorifero - Che dire poi del frigo, vero indicatore non solo del benessere economico in cui si naviga, ma anche e soprattutto termometro esistenziale del nostro essere. Personalmente amo (ma non con invidia, semplice ammirazione) quei frigoriferi saturi di ogni ben di dio, viveri più o meno essenziali (spesso inutili, diciamolo) che affollano le scansie algide dei refrigeratori altrui: nel frizzer si affollano surgelati, ghiaccioli al limone, cornetti, viennette, interi quarti di manzo, fettine, polpette, pesce baltico, mediterraneo, frutti di mare, merluzzi impietriti in posa stupefatta, cassate siciliane in simbiosi col ghiaccio. Nel frigo vero e proprio è un tripudio di confezioni famiglia di ogni cosa, yogurt magri, alla frutta, all'ananas (bleah), al biscotto; frutta di stagione o meno, verdure di ogni tipo, latte scremato, a lunga conservazione, intero, quello-che-non-va-mai-a-male, quello che già ci è andato da giorni, cedrate, coke, birre, vini, lattine, succhi di frutta; e poi affettati, formaggi, fettine impanate pronte all'uso, insomma tutta un'allegra e multicolore folla di cibi che non lascia spazi vuoti da nessuna parte. Dalle mie parti, niente di tutto questo; piuttosto, il deserto dei Tartari. Quando ero studente avevo il classico frigo dello studente: un uovo millenario, latte rancido e una mezza mozzarella in avanzato stato di decomposizione, bottiglia d'acqua riempita al rubinetto, un sugo di pomodoro gentilmente screziato da uno strato biancastro di muffa. Ora ho il frigo del single, non troppo dissimile dal precedente, se non per il fatto che le uova sono due o più, la confezione del sugo è più grande, e accanto all'acqua non mancano lattine di birra (una delle quali è SEMPRE aperta e svaporata), una bottiglia di vino contenente 2-3 cl. che dio sa perché non mi decido a finire. Del single in compenso sono più opulente le mensole: pacchi di pasta di ogni tipo (comprarla è facile, è cucinarla che è una seccatura), qualche scatola di tonno, buste di brodini Star e "4 salti in padella", insomma cose da preparare in fretta. Quando ci si sposa, invece, il frigo assume tutt'altro aspetto: nuziale, smargiasso, sempre ringiovanito dalle settimanali sortite negli ipermercati con moglie e carrello al seguito. Ma di questo, non so dirvi granché.


così parlò groucho | 22:20 | commenti (9)


venerdì, maggio 09, 2003
 

Donne a parole

Lo so, ho già parlato di donne, di quelle che desidero o che sogno, che vedo quotidianamente o che ho conosciuto nella mia ormai non troppo breve vita da single ostinato. Ma mi accorgo che questo blog è visitato in prevalenza da donne (chissà perché, e comunque ne sono onorato), che il mondo blog in generale è pieno di siti femminili, e questa presenza è sicuramente interessante. Le donne, creature costrette dal mondo degli uomini a dovere essere sempre presentabili, a mostrare di sé prima il loro aspetto e poi far notare che c'è anche qualcos'altro, portate a usare la loro bellezza come un'arma ma spesso anche a subirla come una condanna, a modificare o nascondere eventuali imperfezioni per paura del giudizio altrui sempre in agguato, sempre decisivo, sempre spietato, perché una donna DEVE essere bella altrimenti viene radiata dall'albo.

Ebbene, qui nel mondo blog le donne possono finalmente permettersi di presentarsi struccate, con i capelli arruffati, con addosso le occhiaie della notte insonne, o con il pigiama a stelline di quando eravate bambine, potete leggere i blog altrui impegnate magari nella delicatissima operazione della ceretta (alcune di voi lo fanno? Voglio sperare di sì, siete molto tenere quando lo fate. Un uomo che si rade può apparire buffo, simpatico, ma voi siete tenerissime). Qui potete permettervi tutto, soprattutto non essere schiave dell'apparire, ormai piaga esistenziale che miete più vittime della Sars. Le vostre parole sono sì la vostra intima essenza, ma qui nel mondo blog sono anche il vostro aspetto, le vostre gambe e il vostro trucco, i vostri vestiti, le calze che si accavallano frusciando quando vi sedete, le vostre gonne che riaggiustate al momento di alzarvi o che, per vezzo o per sicurezza, tirate un po' giù quando temete sguardi indiscreti. Qui siete donne e basta, né belle né brutte, né indecise né timide, anzi potete confessare cose che nemmeno ve le sognavate nella realtà, potete tracciare contorni della vostra personalità che non avevate mai delineato, potete giocare ad essere vamp per un post o due, potete essere ciò che nessuno prima vi aveva mai creduto che foste. Siete finalmente a tu per tu con la vostra sensibilità, e potete squadernarla su un monitor senza quella paura di essere indicate a dito, guardate con sospetto mentre camminate, o peggio incomprese, aggredite. Qui la vostra fragilità è forza, e la vostra forza è quella delle parole e dei pensieri, il terrreno dove gli uomini vi temono veramente, e vi rispettano, magari controvoglia, salvo poi prendersi vile rivincita nel mondo reale, nei rapporti di forza dove sanno di poter avere la meglio, perché noi uomini siamo spesso vigliacchi, vi temiamo e per questo vogliamo dominarvi (io no, ma sono un uomo e mi prendo la mia parte di responsabilità), mettervi in vetrina, vedervi senza vestiti mentre sediamo a tavoli di luoghi squallidi. Pagarvi o amarvi con la stessa superficialità ed egoismo. Approfitto di questo blog per chiedere scusa, a nome degli uomini, per tutte le volte che vi abbiamo ferito, umiliato, vilipeso, fatto del male. Solo nel blog potrei e posso farlo, in questo mondo dove siamo tutti senza volto e senza forma, solo parole, dove sono le parole e i pensieri che contano, finalmente, per noi come per voi. Solo, una preghiera. Siate sempre donne, mi raccomando, non scimmiottateci in atteggiamenti che già sono penosi nelle fattezze maschili. Siate ciò che diversifica il mondo, lo rende più ricco, e sicuramente più bello.


così parlò groucho | 21:56 | commenti (13)
 

Surrealismo da cuscino

I sogni, a volte, fanno strani scherzi. Surreali e assurdi come loro consueto, spesso contengono in sé la gemma di una lucidità che tu spesso non hai nella vita reale. Io, almeno. A volte mi capita di capire le cose tramite i momenti onirici, quando nel sogno penso una cosa, in una certa situazione, poi al risveglio dico "cazzo, è vero". La verità è proprio questa, e mai l'avevo visualizzata con tanta lucidità come nel sogno, magari trovandomi in un posto conosciuto - ma quale? Magari il posto dove vado sempre in sogno, ma che nella realtà non esiste -, abbracciato ad una ragazza che dico di amare ma che non ha volto, (non la guardo ma, ma sono felice di amarla, so chi è ma non ha nome, né identità) o in una torre di controllo che chiamo il mio appartamento, con estranei a cui parlo come fossero miei amici di sempre. Ma, in tutto questo surrealismo onirico, i pensieri, le sensazioni, sono reali, eccome. Inconfessati nella realtà, ma che nel sogno emegono in tutta la loro chiarezza, schiettezza, e ti svegliano da quanto sono veri, e fanno parte di te, quella parte che sembra sempre sveglia, anche nel sonno.

Io che dico sono felice. Lei che mi dice ti amo. La mia casa che non è mia. I miei amici di spalle, che non si voltano nemmeno (ma io, li conosco? Dico che sono i miei amici, ma non li vedo veramente, non so se sono davvero loro). L'università in un campeggio, mi mancano sempre degli esami, ma cazzo, allora quella laurea che presi secoli fa?. Parigi in sotterranei che non ho mai visto, la Sorbonne dove non sono mai entrato, una scala che percorro sempre ma solo in sogno...                                            (che ci sia una topografia parallela, onirica, non-luoghi che frequentiamo solo nei sogni, come clienti abituali che vanno nello stesso bar, e poi si svegliano e non sanno trovare più la strada.... )    ( 


così parlò groucho | 00:55 | commenti (6)


giovedì, maggio 08, 2003
 

La grande parata

Oggi mi sento astratto, il sorriso sospeso sul mondo come lo stregatto. Sento il mondo ai miei piedi, e peggio per lui se non li ho lavati. Complice anche un balcone ombroso elevato sulla piazza dalla grande moschea, vedo il mondo che cammina sotto di me, la grande parata della fauna umana, il fiume screziato di voci e colori che scorre senza sosta e a ritmo ineguale, frastagliato, sincopato, un flusso spezzato da pause, vuoti e silenzi, e come increspato da clamori improvvisi, gesti fulminei, crepidante di passi che tessono traiettorie ubriacanti, si intersecano ignorandosi, si

sfiorano senza guardarsi. Ogni volta penso stupidamente come sia incredibile che il mondo sia popolato da tante persone (lo so, è un pensiero idiota, l'ho anticipato), e tutte che vivono nello stesso istante in posti diversi, lontanissimi tra loro, e a Seul si sono appena svegliati mentre altrove stanno già pensando cosa fare la sera, miliardi di passi di pensieri di sguardi di traiettorie che si intersecano si ignorano si cercano si sfuggono si scontrano si scompongono e si ricompongono, è una vertigine aiuto, vorrei contenerla tutta in una mano in un pensiero, aprire le braccia e afferrare il mondo i miliardi di persone ma è impossibile aiuto questa è la vertigine questa è la follia mi dico, eppure no, non sono pazzo, almeno non ancora, ma allora cos'è questa smania di esserci, ovunque, di cercare, pretendere di seguire tutte queste traiettorie questi pensieri questi passi, cos'è che mi spinge a forza in questo vortice inebriante e screziato di voci e colori, questo fiume questa grande parata di genere umano....

L'ho detto, mi sento astratto, il sorriso sospeso sul mondo come lo stregatto. Perché sorrido? Perché sono felice, perché non sono solo, perché sono matto. Matto e distratto dal mondo che mi brulica sotto gli occhi, sotto la pelle, sotto i piedi, e peggio per lui se non li ho lavati.


così parlò groucho | 02:25 | commenti (8)


mercoledì, maggio 07, 2003
 

Bestiari

Ognuno di noi potrebbe essere metà umano metà ferino, e così è, in fondo: i segni zodiacali sono perlopiù costituiti da animali, spesso mitologici o fantastici (che diavolo è il Capricorno?), lo zodiaco cinese è totalmente costituito da bestie (a proposito, io sono scimmia, ma avrei voluto essere topo). L'ibridazione genetica è da sempre oggetto di racconti, leggende, miti, favole, e ultimamente la scienza ha pensato bene di fare la sua parte, e un giorno magari ci toglierà ogni possibilità di fantasticare concretizzando mostri che fanno parte per ora solo del nostro immaginario. Eppure. Eppure gli animali saranno sempre parte di noi, occulta o meno, il nostro stesso linguaggio ne è pregno (sei un maiale, dormi come un ghiro, hai il coraggio di un leone, sei solitario come un orso, curioso come una scimmia, infido come un serpente...). Ma il nostro bestiario comprende anche ibridazioni più evolute, uomo e macchina, umano e divino, donna-angelo e femmina vampiro, ci piace giocare con i mostri, crearne sempre di nuovi per avere il gusto di sconfiggerli o soccombere, fagocitati dalle nostre stesse paure, come da bambini, quando ci coprivamo gli occhi mentre il dottor Phibes usciva dalla sua macchina con la testa di una mosca. E le cavallette, i ratti, gli spettacoli dei serpenti e il circo con i suoi leoni ed i nani (anche loro assimilati a creature spaventevoli o ridicole, a me hanno fatto sempre piangere); il darwinismo ci ha riportato alle nostre presunte origini animali, siamo noi stessi un ancestrale ibrido, una evoluzione a suo modo mostruosa da pesci ad anfibi a rettili, per poi chissà come passare a questa infausta progenie che dalla selce è arrivata ai chip (alchimisti dell'etere, apprendisti stregoni e creatori di mostri anche noi, come il dottor Frankenstein). Ogni bestiario ha il suo epilogo, il nostro è ancora a venire, chissà quale sarà l'ultima mutazione, l'ultima paura, l'ultimo nemico da sconfiggere o da creare.


così parlò groucho | 00:47 | commenti (5)


lunedì, maggio 05, 2003
 

Chi ricorda....

I mangiadischi. La parola "mangianastri". La parola "Gremagliera". I soldatini Atlantic (e l'eterna competizione con gli Airfix). La caramella Mou. La bic a sei punte. Le penne profumate. La Minamì. "Non dire casino, è una parolaccia". Il telefilm "La freccia nera". La trasmissione "Il dirigibile". "La tartaruga un tempo fu.... un animale che correva a testa in giù". A Zigo zago c'era un mago. Jack La Cajenna. Sammy Barbot. Il Mago Zurlì. Le Zigulì. Il ghiacciolo Delah, viola e fucsia. Il dentifricio Paperino's (e lo spazzolino con il pupetto girevole all'estremità). Carosello. Il tenente Sheridan. Rabarbaro-barbaro Zucca.

... alzi la mano. (astenersi perditempo e ventenni).


così parlò groucho | 23:47 | commenti (14)
 

I nostri mostri

... Ma dico, è possibile che un presidente del consiglio di una nazione europea, che si appresta per di più a rappresentare l'Ue, non solo pensi, ma addirittura dica apertamente cose come "la sentenza Previti è l'inizio di un golpe giudiziario contro la maggioranza"? Anche chi lo ha votato, dico, ma si rende conto o no del significato di queste affermazioni? E non mi venite a dire che la sinistra è peggio, è divisa, che Rutelli è un insignificante operazione di cosmesi politica... lo so, lo so benissimo. Ma io non parlo del centro sinistra, parlo di questo signore che purtroppo ci rappresenta in Europa e nel mondo. A questo punto penso che QUALSIASI altra alternativa (qualsiasi, ripeto) sarebbe migliore di lui.

Ah, qualsiasi tranne la Lega, ovvio.


così parlò groucho | 00:10 | commenti (7)


domenica, maggio 04, 2003
 

Dedicato a P.

Che mi ha fatto conoscere Klee e tante, tante altre cose. Una di quelle persone che sono tanto preziose quanto rare, o viceversa. Amico assoluto (se la parola assoluto esiste è questo il momento di usarla), viaggiatore instancabile di una cartografia tutta sua - nostra - che si dilata ben oltre i confini ristretti di questa terra. Sensibile fino all'estremo, fino a sentire male su stesso per torti o ferite sofferti da altri, generoso al limite dell'assurdo. Di quelli che ha poche lire e le spende tutte per mandare fiori ad una ragazza conosciuta un'ora prima, od all'amico in difficoltà che forse non glieli renderà mai, ma che importa. Creatore di mondi e di storie, girovago dell'immaginazione, nomade dei sentimenti, romantico e malinconico, poeta, ubriacone mai ubriaco, solitario e sempre pronto ad esser vicino a tutti. Questo e molto altro è P. Vorrei che tutti avessero un amico così, anche lontano, ma su cui poter contare SEMPRE, in ogni occasione, ad ogni lieve crepa che si apre sui nostri sentieri e nelle nostre anime.

Ciao P., ti aspetto, nel virtuale e nella realtà (che per noi ha ben poca importanza, lo sai, la realtà), oggi o quando vorrai e potrai esserci. Ma tu ci sei. Sempre.

M.


così parlò groucho | 14:26 | commenti (3)


sabato, maggio 03, 2003
 

Consigli: quando vi sentiti stupidi...

1) Accendete la tv, troverete senza difficoltà qualcuno MOLTO più stupido di voi. A volte mi capita di vedere certe scempiaggini che addirittura le interviste a Totti sembrano intelligenti (è quando mi sembrano addiruttura intelligenti le RISPOSTE di Totti che inizio a vacillare sulla considerazione che ho nel mondo).

2) Uscite per la strada, incontrerete sicuramente qualche imbecille. Evitate con cura gli amici che stimate, vi faranno sentire ancora più stupidi.

3) Telefonate alla persona più stupida che conoscete, dopo qualche minuto vi sentirete un genio, e la fiducia un voi stessi si alzerà di qualche tacca.

4) Leggete un libro di Bevilacqua, o di qualche autore insulso (attenzione, questo rimedio ha una controindicazione: potete chiedervi PERCHE' certi idioti pubblicano e voi no... siete ancora più idioti di loro? Maneggiare con cura i libri insulsi, quindi).

5) Guardate programmi per bambini, Melevisione, lo Zecchino d'Oro (se è periodo), cose così.

6) Entrate nei blog più idioti che conoscete, ma non lasciate commenti. Beatevi solo dell'idiozia altrui, non partecipatene.

Fatto? Bene, adesso siete pronti per andare ad una mostra di Grosz (di cui accludo opera) e leggere cose tipo "Gli ultimi giorni dell'umanità" di Karl Kraus. Anche se non riuscite a leggerlo, tenetelo sempre nella vostra camera, a portata di occhi, così come un poster di un'opera di Grosz; fa sempre molto pessimismo-intellettuale, di quello non decadente ma potente, sarcastico, colto. Mi raccomando, fate sempre finta di essere ciò che VORRESTE essere, è fondamentale. Per avere un posto in Mediaset o semplicemente nel Call Center dell'Infostrada. Per avere donne fama fortuna denaro, come negli oroscopi di "Anna". Vedete, basta poco per sentirsi intelligenti. Il problema è esserlo davvero, ma questo è un altro discorso, e non sono certo la persona adatta per parlarne.


così parlò groucho | 13:19 | commenti (4)


venerdì, maggio 02, 2003
 

Nelle tasche

Accorgersi che l'orologio a cui fate costante riferimento è avanti di qualche minuto, 2, o addirittura 5, è una piacevole sensazione. Come se aveste guadagnato qualcosa, siete più sereni, avete d'improvviso meno fretta, quasi sorridete, avete 5 minuti in più nella vita. E' un po' come quando troviamo nelle tasche dei pantaloni dello scorso inverno una banconota, magari solo 5 euro o giù di lì, ma la guardiamo come un tesoro inestimabile, ci sentiamo per un attimo più ricchi, più fortunati, abbiamo 5 euro in più, oggi. Le tasche sono spesso anche macchine del tempo che ci riportano in tempi e luoghi passati: lo scontrino fatto in quel pub di Dublino rintanato nel giubbotto del giaccone, e nelle tasche posteriori dei jeans il biglietto del treno Amsterdam-Parigi... tocchiamo quei cimeli ormai dimenticati e ripercorriamo con il ricordo i binari delle STESSE sensazioni che avevamo provato allora, la brezza del mare del Nord, l'odore di disinfettante delle linde carrozze olandesi, il vago odore di dolciumi sprigionato dalla nostra vicina di posto che aveva aperto un sacchetto con leccornie dai nomi impronunciabili... Tutto questo per pochi attimi, magari nemmeno un secondo, ma l'intensità del ricordo è tale che si rimane storditi, assenti, altrove. Non a caso Proust dedicò pagine intere ad un biscotto (ricordate la Madeleine?). Guardiamoci più spesso nelle tasche, soprattutto quelle che non usiamo da molto, c'è sempre da guadagnarci qualcosa, e spesso è molto più di 5 euro.


così parlò groucho | 14:27 | commenti (4)
 

Pardon, monsieur Rimbaud

Il mondo è giallo! Con profonde ferite scure, tagli nell'anima che nessun medico, nessun futuro potrà cancellare.

Il mondo è rosso! Grida rissoso arrossato di sangue issando bandiere scavando fossati, preparandosi a nuove guerre e a nuovi lutti.

Il mondo è blu! Enorme naufragio, abissi che inghiottono uomini e dèi, notti e risvegli, morti e rinascite.

Il mondo è verde! Ci guarda con occhi di quiete, ci culla tra l'erba dei nostri sogni perduti.

Il mondo è nero!La notte della nostra ragione, senza stelle che ci possano guidare, senza sestanti né comete, senza costellazioni fasi lunari, maree, eclissi.

Il mondo è bianco. La resa accecante al nostro essere uomini, l'abbagliante meraviglia di essere, di esserci ancora, nonostante tutto, nonostante noi.


così parlò groucho | 00:19 | commenti (5)
 

Le radici e le ali

La mia terra mi manca, a folate gelide quando penso al mare in tempesta, alle burrasche che indorano la città di salsedine; a soffi caldi di vento da sud, quando mi rivedo disteso sulla riva, lambito dalle onde come un'alga, come un relitto abbandonato, un legno su cui i ragazzini hanno tirato sassi finché era al largo. Sono felice di essere altrove, eppure quando l'altrove è la mia terra tutto si trasfigura, e non capisco più se il mio è un viaggio o un eterno ritorno, una fuga a ritroso verso la mia terra, un tracciare un cammino che tanto so benissimo mi riporterà da dove ero partito, e poi, di nuovo, altre partenze....


così parlò groucho | 00:07 | commenti


giovedì, maggio 01, 2003
 

Segnali di vita

"Segnali di vita nei cortili, e nelle case all'imbrunire, le luci fanno ricordare le meccaniche celesti..."

Non so a voi, ma a me è sempre piaciuto molto camminare nella città nell'ora in cui i lampioni si accendono, il cielo si fa di un blu sempre più intenso, che permea di sé ogni cosa. Uomini blu, strade blu, case blu, come un mondo lunare e sospeso. E poi, le finestre che si accendono, che mostrano un poco di quello che accade al loro interno, una cucina che probabilmente odora di soffritto, il lampadario di un salotto (aspettano ospiti?), il cono di luce in uno studio (si prepara un esame, forse, o è il padre di famiglia che lavora...), tutto è parte di un racconto che ignoriamo ma che possiamo sempre inventare, immaginare come più ci piace, magari aiutati da qualche lontano suono (se è estate ogni finestra ha la sua voce). E' la vita nella sua espressione più quotidiana e rassicurante, e devo dire che sin da bambino il vedere la luce di un salotto accesa, da lontano, mi ha sempre rassicurato, chissà perché. Iniziavo a immaginare mia madre che apparecchiava per gli ospiti, mio padre che scendeva in cantina a prendere il vino buono, la cioccolata calda alla fine della cena... Segnali di vita all'imbrunire, le luci che accendono ricordi, il tempo che sembra fermarsi, per un solo momento, vibrare per un lungo istante in quel blu magico e poi, a poco a poco, il buio.


così parlò groucho | 14:31 | commenti (4)
 

La fiducia nel mondo vacilla già di per sé. Quando poi cerchi su un motore di ricerca "Picasso" e, PRIMA del pittore, ti compare il sito di "Concessionaria Leonori, auto nuove Citroën e auto usate di tutti i marchi", compresa la Xsara Picasso....


così parlò groucho | 00:05 | commenti (1)