...a forza di essere vento


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Per andare molto in alto o molto in basso, dove gli angeli sono più belli






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sabato, giugno 28, 2003
 

Tu chiamale se vuoi...

Come quando sei tornato da un viaggio, carico di regali, bagagli e ricordi, e sei ancora lì, non sei arrivato veramente, completamente. O quando esci dal cinema con il film ancora addosso, la realtà trasfigurata, la tua personalità ancora contagiata. Come quando chiudi il libro, dopo l'ultima pagina, e sul viso hai un'espressione di chi esce da un sogno meraviglioso. Come quando piangi come un bambino solo perché ne hai voglia, perché era da tanto che non lo facevi, perché ne avevi bisogno. Come quando cammini scalzo, come quando hai preso per la prima volta la sua mano nella tua, come quando ti svegli e scopri che non l'ami più. Come quando ti senti invincibile, con il mondo ai tuoi piedi, finché non esci sul marciapiede in mezzo all'altra gente. Come quando ridi fino alle lacrime con un amico fino a tarda notte. Come quando parli al telefono per ore, e non te ne rendi conto. Come quando hai finito di soffrire, e senti che tutto si apre. Come quando vorresti fermare quel momento felice come potessi fare una foto dell'anima, un'istantanea della tua gioia. Come quando parti, col saluto nella mano e nell'altra la valigia. Come quando cerchi, e senti che ti piace cercare, e hai quasi paura di trovare (che cosa, poi...). Come quando senti una canzone che ti assomiglia in quel momento, e la canti ininterrottamente tutto il giorno anche se non ricordi le parole. Come quando ti perdi, e non vuoi ritrovare la strada. Come quando trovi quello che cerchi, ma non è più abbastanza. Come quando vivi sapendo che si può vivere di più. Come quando non ti arrendi e concentri tutto te stesso in quello sforzo, nella fatica di esserci ancora, di tenere la tua volontà tra i denti, tra le fitte di dolore, tra le crepe della disperazione sempre più larghe dentro l'anima. Come quando. Come quando hai sete, e ti danno acqua fresca. Come quando hanno sete, e tu offri acqua fresca. Come quando fai un regalo inaspettato, così, solo perché ti andava. Quando guardi uno sconosciuto e ti sembra di sapere tutto di lui. Come quando inizi a parlare senza motivo con la prima persona che ti ha sorriso, anch'essa senza motivo. Come quando. Come quando io..., come quando tu... Come...


così parlò groucho | 12:58 | commenti (5)


giovedì, giugno 26, 2003
 

Niente

Sono sempre qui. Toccami pure, sono il corpo di sempre, quello che si sgretola ogni giorno un po’, come tutti. Sono qui, con le solite mie parole, dentro e fuori, i gesti ripetuti, farsi la barba, lavarsi i denti, camminare, dire buongiorno, buonasera, come va?, stringere mani, sorridere quando si deve, tacere se è meglio. La vita è fatta così, di consuetudini assurte a regole, o regole diventate tanto usuali da non sentirle più come imposte. Ciao, come stai, tutto bene, la famiglia, i bambini (chi ne ha), che tempo, e i prezzi, le prossime vacanze, il fine settimana, gli amici, gli amanti, letti disfatti lasciati distrattamente, lenzuola come vele senza vento, sentimenti sfilacciati, appesi a gesti nudi e privi ormai di qualsiasi significato che racchiuda un qualcosa chiamato amore. Eppure siamo qui, ciao come stai, da tanto tempo che… , ti trovo bene. Ciao, ci sentiamo però eh, non fare come sempre che sparisci. Ma no, figurati, vuoi il mio numero, dammi il tuo, dammi il tuo e-mail, il tuo indirizzo, il tuo numero di scarpe, il tuo numero fortunato, i tuoi sogni, dammi almeno una speranza che ci sei, che ci siamo, che esisto ancora, che qualcosa può ancora succedere.

Ci allevano così, in batteria, per essere come si deve, per soffrire quel tanto che basta per poi dire non lo faccio più, non mi ubriaco più, lì non ci ritorno più, non mi innamoro più. Non faccio più niente, mi chiudo nella tana, tanto c’è la tv, il cinema, il giornale che dice tutto quello che voglio sapere, che voglio mi venga detto. Il mondo è semplice, basta non complicarlo. Lasciatemi qui, come una cosa lasciata in disparte e dimenticata. Dimenticatemi; solo, ogni tanto, telefonate, tanto per farmi sentire che ci sono, io tocco ogni tanto il mio viso, mi specchio, ma non è sufficiente, a volte non esisto, è così, vostro onore, non esisto, non c’ero, non sono stato io, io sono solo un’astrazione, uno dei tanti, uno qualunque, e quindi nessuno, non avrete paura di Nessuno, come Polifemo che gridava disperato (questo è il mio nome, gli aveva detto Ulisse: “Nessuno”) alla domanda dei suoi fratelli Chi ti ha accecato? Chi è stato? Nessuno, signora maestra. Nessuno, direttore. Nessuno, amore mio. Non è successo niente, non succede mai niente, non c’è mai niente alla tv, non c’è niente da fare, non c’è nessuno in centro, che cos’hai?, niente, niente. Non ci preoccupiamo, quindi, non c’è da preoccuparsi. Non c’è niente.

Niente. Nada, nada, y pues nada. Nada nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nada, dacci oggi il nostro nada quotidiano.....

Come va, adesso, stai meglio? Ti sei sfogato? Grazie, tutto bene. Non è stato niente. Niente.


così parlò groucho | 09:33 | commenti (7)


martedì, giugno 24, 2003
 

Letteratura sepolta

Più frequento il mondo blog, più mi si rafforza un’idea che ho da sempre. Che spesso, la letteratura non passa per i libri pubblicati. Anzi, ormai è il contrario, soprattutto di questi tempi, in cui scrivere e pubblicare un libro è diventato un hobby per gli illetterati, per chi ha molto poco da dire, ma conoscenze, o soldi, per pubblicare il suo nulla. Fortunatamente, bisogna dire, non siamo un Paese di lettori, e di solito tutto scorre senza troppe conseguenze sulla superficie labile del mondo librario. Di solito, chi scrive oggigiorno lo fa per apparire al Maurizio Costanzo, o in qualche posto alla moda pseudoletterario in cui fa molto figo esserci, e magari si rimorchia pure qualche bella mora che crede di essere intelligente perché sta lì. Insomma, dio li fa e poi li accoppia. Ultimamente mi piace leggere i nuovi autori, quelli tanto celebrati da certa critica letteraria (altro habitat in cui convivono mafia e sciacalli, jene e imbecilli, e tutti si sentono, chissà perché, importanti). Ebbene, a parte qualche spunto interessante, non mi è sembrato di scorgere granché. Meglio, molto meglio, alcuni post che mi capita di leggere qua e là, le riflessioni di Naima, per esempio, o qualche intervento davvero pregevole di Personalità Confusa (a qualunque sesso appartenga, del resto chissenefrega). Per non parlare di Schermonero, che spesso plana leggiadro su spazi di vera letteratura, o O-Nami, che quando si scrolla di dosso la pigrizia scrittoria ci regala momenti di autentica vibrazione interiore. E poi Gagarin, naturalmente, con i suoi abbracci all’assoluto, e le cronache di inpellicce, che non hanno davvero niente da invidiare a Bret Easton Ellis, che con l’ultimo Glamorama, anzi, ha toccato fondali di rara noia. Ultimo venuto, ma che si è fatto subito notare per la sua prosa intima e avvolgente, libereso, che ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare e conoscere, pensate un po’, in Corea del Sud. E tanti, tanti altri blog che mi capita di sbirciare, più o meno di passaggio (ah, dimenticavo briciolanelatte, questo sì un narratore coi fiocchi che, forse, non pubblicherà mai, ma può star sicuro che lettori attenti come nel mondo blog non li avrebbe altrove).

Ecco, leggendo questi blog ricavo spesso un piacere molto maggiore di quando leggo pagine di cosiddetti scrittori che non hanno davvero niente di più di altri, eccetto la fortuna di essere stati pubblicati. Cos’è uno scrittore, allora? Chi pubblica un libro? Non credo proprio. Io definisco scrittore chi dà un’emozione, chi ti trascina con sé nel suo mondo fatto di vibrazioni interiori, di immagini che appartengono anche a te ma che fino ad ora non eri riuscito a visualizzare con tanta chiarezza, con tale lucida visionarietà. E chissà, mi chiedo, quanta letteratura ci siamo perduti, e ci perdiamo. Voglio dire, a parte i diari adolescenziali e i velleitari della penna che non leggono un tubo ma si sentono in diritto di scrivere qualsiasi scempiaggine propinandola continuamente agli editori, collezionando rifiuti e amarezza (per poi magari decidere di pagare 3000 euro e pubblicare da pincopalla senza vendere manco una copia, ma l’importante è il nome su un libro). Non parlo di questi poveracci, no. Parlo di chi sa scrivere davvero, e scrive non per pubblicare (tanto, ripeto, in Italia non legge nessuno), di chi ama la scrittura per se stessa, di chi la ritiene davvero importante. E magari ha pile di racconti in qualche cassetto, magari un romanzo, o poesie, o tutto questo insieme. E lo custodisce lì, testimonianza silenziosa della sua anima. Chissà quanti giovani scrittori così c’erano ai tempi di Manzoni, sicuramente anche più bravi di lui, ma che non hanno avuto occasione di essere ascoltati dai rari e poco illuminati editori di allora, in un’Italia che privilegiava romanzetti sentimentali e strappalacrime, e dove Manzoni, ricco borghese meneghino, si intrufolò come una volpe tra le galline. Chissà quanti romanzi, poesie, racconti che non verranno mai pubblicati valgono più di tanta letteratura spazzatura in circolazione oggigiorno. Chissà quanta sensibilità vera, autentica, viene quotidianamente data in pasto all’anonimato. Ne conosco, di amici che mi hanno fatto leggere delle loro cose, poesie o racconti che non verranno mai pubblicati, ma che mi hanno dato emozioni forti come pochi, e davvero grandi, scrittori hanno saputo fare.

Ora, con i blog, la situazione potrebbe cambiare, sta cambiando. Magari rimarrano sempre illustri sconosciuti, ma, molti di loro, hanno almeno l’opportunità di pubblicare, che poi vuol dire diffondere, far conoscere, le proprie elucubrazioni interiori. Poi, sta a noi discernere quanto può essere valido dalla solita fuffa pseudoletteraria. Ma chi cerca trova, e io ho trovato molto, e sto continuamente trovando nuove vie che mi conducono a terre disseminate di parole e intrise di sensazioni, vera letteratura, autentica dimensione letteraria. Anche se non vedrà mai una libreria, ma meglio così. Qui, il pubblico è più attento, davvero fedele, sinceramente coinvolto nella lettura. Non si aspetta niente da te, né premi letterari, né capolavori immortali. Ma forse, a volte, ne trova tracce, brandelli, impronte che riscaldano l'anima.

Ecco un commento sul post che mi è pervenuto via mail. Vale sicuramente la pena di renderlo noto.

Non sono del tutto d'accordo con te, e credo che l'argomento sia molto più complesso: credo che la scrittura tocchi solo marginalmente le problematiche connesse alla nascita e allo sviluppo degli amati blog.
In un certo senso, il fenomeno dei blog riguarda non tanto la scrittura, quanto la fine della letteratura, e non so se ci sia da essere felici (davvero non lo so). Cerco di spiegarmi: nel corso degli ultimi decenni, sia dal punto di vista percettivo che da quello espressivo, è andata perdendosi, inevitabilmente, la capacità dell'uomo di ragionare e sentire per Universali. La frammentazione dei dati, il loro accumulo, l'estensione della comunicazione, i suoi vari livelli, tutte cose a mio parere solo apparentemente "democratiche", ci spingono ormai a vedere noi stessi e il mondo come riflessi su uno specchio in mille pezzi. Prima che in letteratura, il fenomeno si verificava nelle arti visive, cosa piuttosto ovvia in una società che utilizza come primo approdo il senso della vista: così, decenni fa, l'arte scivolava inesorabilmente nell' immagine/cronaca di sé e del mondo. Scompariva il concetto di storia dell'arte, e si liberava definitivamente l'idea di creazione, di artista, di opera. E' un dato oggettivo che partecipa alla nostra epoca, per questo non so dire se ci sia da essere felici o meno di ciò: il nostro giudizio è irrilevante. Nel caso della scrittura, cui fai riferimento tu, il problema è particolarmente complesso, poiché investe sia il mondo letterario che quello meramente comunicativo, e credo sia un errore far riferimento alla messe di schifezze propinate dagli editori. Anzitutto perché quelle schifezze specchiano piuttosto fedelmente altre schifezze, più o meno di regime; poi perché, così facendo, si sposta il livello della questione, e ci si concentra su un fatto triste ma non abbastanza incisivo per una riflessione sui blog: la maggior parte dei libri pubblicati fa schifo. E' vero. Spesso si tratta di raccomandati, ricchi pronti a pagare, manichini commerciali. E' vero. E allora? Smetteremo di fare le nostre partitelle nei campetti di quartiere, perché il mondo del calcio è diventato una vergogna? Non credo. Potranno truccare tutte le partite e sperperare miliardi, giocare ogni sera pur di far far soldi a sponsor e tv, cambiare squadra ogni due ore e vendere giocatori tutte le mattine, ma ci sarà sempre qualche ragazzino o pensionato pronto a sbucciarsi le ginocchia tra due pali improvvisati. Il problema, ahimé, non riguarda la deprimente scena letteraria italiana e mondiale. Invece, credo che riguardi la nostra nuova percezione della realtà, e il nostro nuovo modo di costruirla, la realtà.
Credo che molte menti sensibili siano oggettivamente impossibilitate a fronteggiare l'esercito di nozioni, sensazioni, conoscenze, dati, funzioni che noi stessi abbiamo armato. Credo che più una mente sia sensibile, più verrà investita dall'importanza immane di un piccolo dettaglio di vita quotidiana, letto, visto, ricevuto via mail, che riguardi il proprio vicino di casa o un soldato dei khmer rossi.
In definitiva, credo, anzi sono certo, che non esista più la storia. La storia si è fatta cronaca, della cronaca scriviamo in tutti i modi e la rendiamo storia, l'immediato ha surclassato la visione in prospettiva, viviamo un presente dilatato nel quale confondiamo la nostra memoria e un lembo di futuro. Siamo diventati critici e storici di noi stessi e del nostro mondo, e noi riusciamo a lasciar fuori niente perché tutto conta. Non concepiamo, perché non possiamo concepirla, l'idea portante di secoli di storia dell'umanità: la sintesi. Non possiamo essere in grado di sintetizzare un oceano, così ci nuotiamo dentro nutrendoci di reazioni ambivalenti.
Se questo è vero, la letteratura non esiste, perché la Parola non corrisponde più a una possibilità di Universali, le parole non servono più a scavare a fondo, ferocemente o dolcemente, nell'animo umano individuando i cardini del suo sentire: laddove scardinavano, ora nuotano nel sangue delle vene, nella migliore e più bella delle ipotesi. Laddove, per usare un termine veterocomunista ma preciso, minavano le sovrastrutture svelandoci a noi stessi, ora le insidiano appena, le decorano, ce le rendono sopportabili. Così, giorno dopo giorno, un libro diviene sempre più l'equivalente di una canzone pop, e a loro volta le canzoni pop vengono definite capolavori, in contraddizione con la loro stessa definizione.
Ritengo che il blog appartenga allo spettacolo che ho appena descritto, brevemente e malamente ma, spero, comprensibilmente. Il blog è una fase successiva, nella quale alla frammentazione del nostro sentire e percepire si aggiunge la frammentazione del nostro comunicare. Una sorta di presa di coscienza dell'impossibilità di sintesi. Un addio all'universale. All'arte, alla letteratura, alla poesia, almeno così come le abbiamo intese per molti, evidentemente troppi anni. Di tutto questo non so se essere felice o meno: da un lato mi sento esaltato dalla possibilità di leggere persone tanto ricche e in grado di comunicare se stesse, dall'altro mi chiedo quali sintesi di sé e dell'umanità sarebbero in grado di concepire, sfuggendo alla frammentazione che ci investe. Da una parte mi commuovo leggendo alcuni brani nei blog, e rido, e rifletto su quanto viene scritto, insomma cresco grazie a questo mondo. Dall'altra, a volte, mi sembra il segno di una orgogliosa resa, probabilmente inevitabile, ma triste.
Non critico affatto il mondo dei blog. Tutt'altro. Cerco solo di inserirlo in un contesto che va al di là dei romanzi o delle poesie nel cassetto. Anch'io, come sai, ho la tua stessa idea sul concetto di scrittore: anzi, credo sia scrittore chiunque, a questo mondo. Ma, alla fine, si tratta di termini per definire persone e attività: scrittore è, comunemente, chi scrive e pubblica libri. E va bene così: non c'è niente di male, non è un titolo meritorio. Forse i blog porteranno a un nuovo modo di concepire la scrittura. Mi piacerebbe. Ma nel contempo, lo ammetto, mi fanno paura, e credo che dovrebbero affiancare le attività creative di chi li vive, e non sostituirle. La storia è una sintesi crudele, ma necessaria all'umanità. Penso così anche dell'arte, e della letteratura. Mi auguro che il blog possa divenire un genere, e non un ulteriore passo verso la incapacità totale di sintetizzare noi stessi.

così parlò groucho | 01:38 | commenti (7)


venerdì, giugno 20, 2003
 

Lettera mai spedita

Mi hai detto "scrivimi". Ti scrivo. Anche se questa lettera è cieca, non ti vedrà mai, né tu la leggerai. Eppure, ti scrivo. Ti scrivo che sto bene, che continuo a sentire il vento sulla pelle, il sole sul volto, le mani continuano a stringere maniglie, bicchieri, spazzolini, sfiorano superfici e, a contatto tra loro, sembrano sfaldarsi come creta; a volte mi sembra che tutto il mio corpo possa da un momento all'altro sgretolarsi così, come un fragile edificio plasmato su terra ruvida e lieve, proprio come Petra, a pochi chilometri da qui, città millenaria che, dicono, rischia di consumarsi in pochi decenni grazie alle orde dei nuovi barbari, frutto della nostra civiltà superiore (superiore in quanto a fattori di distruzione, penso).

Ecco, vedi, ti scrivo. Ti scrivo come una sentinella notturna che passa il tempo cercando di decifrare le traiettorie delle stelle, leggere in qualche modo quelle costellazioni dai nomi che ignora, e dalle forme stravaganti che aveva letto da qualche parte, da bambino, in quei libri dove c'è tutto e di cui non ricordi se non vaghe figure, la balena (c'è Pinocchio dentro, vero papà?), i dinosauri agonizzanti sotto una pioggia di meteoriti infuocati, le strane creature dello Zodiaco, le grandi crepe della terra che solcano la superficie di oceani dissanguati d'acqua. Ne ho ancora di quei libri da qualche parte, mia madre dice che li tiene per i miei figli, ammesso che ne avrò mai, e ammesso che non li ignorino per cd rom in cui Dinosauri quasi veri si divorano con gridi selvaggi, e tutto trema.

Ti scrivo da questo angolo della mia memoria a cui attingo tutto ciò di cui ora ho bisogno, il coraggio di scriverti e la paura che tu mi possa leggere. Ti scrivo perché vorrei dirti "ti amo", ma non ci riesco. Eppure anche questa incapacità di amare mi offre una via di scampo, lascia aperta l'ultima porta alla mia paura di inciampare in una vita in cui non sarei capace di essere, essere presente, intendo. Io sono in perenne precario equilibrio tra assenze e distrazioni, fughe e tregue, vivo tra parentesi. Solo così posso sentirmi sicuro, posso entrare e uscire senza disturbare né essere disturbato, perché sono un vigliacco, sfioro la vita senza afferrarla, guardo le cose senza osservarle, incontro persone senza riconoscerle. Perché mai dovrei inviarti questa lettera, dimmi, perché? Cosa te ne fai di me? Cosa puoi farne di una parentesi? La tua vita è un testo ricco di frasi ben costruite, articolata in paratassi e ipotassi congegnate da un architetto sapiente, che alterna virgole, punti, tutto un repertorio di punteggiatura che innalza e distende le parole con la disinvoltura del domatore che infila la testa nella bocca delle belve, e non si fa mangiare. Cosa ne faresti di una parentesi, tu. Tu ami scrivere tutto, anche gli errori, nel tuo libro che tracci ogni giorno. Io, ho sempre paura. Affetto da una pigrizia irrequieta e strana, che mi fa muovere di continuo senza mai soffermarmi su quanto vivo, perché, ora l'ho capito, la pigrizia non è stare fermi, la vera pigrizia è cambiare di continuo indirizzo, città, nazione, amici, abitudini, per paura di soffermarsi troppo sulle cose e comprendere, e ancor più essere compreso. E pigrizia è scriverti questa lettera cieca, queste parole senza sbocco, costruite per non arrivare a niente e nessuno, come quelle strade che d'improvviso si interrompono per mancanza di fondi, o di tangenti, per corruzione andata a male. O, semplicemente, per pigrizia. Come se gli operai, ad un certo punto, avessero detto: "basta lavorare, andiamocene", e la strada rimane lì, amputata e sola, lettera mai arrivata a destinazione, parola inghiottita prima di essere pronunciata.

Eppure ti ho scritto. Almeno di questo devi darmene atto. Ora chiudo la busta, la sigillo con la saliva che non ho usato per parlarti, metto la lettera nel mio cassetto e lascio la casa, cambio indirizzo, città, continente. La lascio lì, è più probabile che ti arrivi così, un giorno, per caso, che se me la portassi dietro io in chissà quale altro angolo della mia pigrizia. Ti saluto, ti abbraccio, ti dico addio, ti dico anche amore mio, se ti piace, se suona bene come commiato. Ti dico che me ne vado. Me ne sono già andato.

"Mi è sempre piaciuto scrivere lettere. Le parole sono un corteggiamento violento. Entrano dentro la carne di chi le legge. Le parole scritte fanno paura. Ho sempre pensato che quando si scrive venga fuori il ritmo dell'anima; quando si parla si mente, quando si scrive no. Non è possibile. E' come tirare fuori da sé qualcosa di vitale e spaventoso, come un organo spiaccicato sulla carta. Incartare un fegato e spedirlo, questo è scrivere lettere."

(Simona Vinci, In tutti i sensi come l'amore, Einaudi)


così parlò groucho | 00:15 | commenti (7)


mercoledì, giugno 18, 2003
 

Silenzi

 

Le cose, i paesaggi, vibrano. Vivono di lievi fremiti interni, di pulsazioni sotterranee e profonde, che non sempre è facile percepire, e ancor meno interpretare. Noi, sempre troppo distratti dal rumore, dalla luce che solo in apparenza illumina le cose. A volte, come ieri, è la penombra, quella bellissima e vellutata dell’imbrunire, a svelarmi la sottile palpitazione delle cose. Le colline nere che tracciavano una lunga linea scura sotto il cielo color cobalto. A ovest è già notte, qualche fascio orario più un là case addormentate, sogni già in movimento. Dall’altra parte, a est, gli ultimi palpiti di vita della giornata, i pensieri che si dirigono a casa dopo una giornata di lavoro, passi smorzati dalla luce radente prima del tramonto. Ma qui, quella luce. Le colline nere che la sottolineano come un evidenziatore scuro, la esaltano con il loro alito nero, la loro solidità che grida e fa gridare del suo ultimo conato quel cielo cobalto. Come quella volta, esattamente come quella volta in Ungheria. Allora ero in treno, le colline passavano più veloci allo sguardo, ma luce era la stessa, stessi i pensieri, le riflessioni. Stesse le pulsazioni che quella terra scura emanava, come un richiamo che solo l’uomo è capace di cogliere. Come allora, il cielo apparteneva solo ad un attimo che si faceva corpo vivo, luce, penombra vellutata, e allo stesso tempo si disfaceva ad ogni attimo, viveva di una luminosità fragile e palpitante, ed estrema, come una mano che si allunga a cogliere qualcosa troppo distante, anche fosse per pochi millimetri.

Anche allora, dietro la mia nuca una ragazza. Una ragazza che non amavo più, e che non mi amava. Una ragazza che guarda altrove, non sente la palpitazione sottile delle colline, non vede quella luce commovente come tutto ciò che è effimero, fragile come una filigrana che si dipana nel tessuto del cielo a tracciare sensazioni invisibili e silenziose, sopra quelle colline zitte, immobili, fatte di inchiostro.

Come allora, mi sento più vecchio, e allo stesso tempo più giovane, per poi dimenticare gli anni e concentrare la mia esistenza in quell’attimo fugace e prezioso, in quella luce che cola densa sul mondo e racconta tutto quello che in quel momento vogliamo sentire, e tace quando vogliamo silenzio, e ricomincia a raccontare quando siamo di nuovo pronti.

Pronti a partire, a dimenticare e a dimenticarci, ad essere con tutto il nostro essere, a sparire. Non essere più, fluttuare leggeri e fragili come quella luce, oscillare lievi in un momento che porta, anche per poco, dove credevamo non poter tornare più  o di non poter arrivare mai.

La luce si attenua, la notte impone il suo manto su ogni cosa, il nero delle colline diventa tutt’uno con quello del cielo. Tutto ora sembra uguale, senza colore e senza vita. Ma noi, noi siamo diversi. Sentiamo qualcosa che vibra, che pulsa, che chiama da tutto quel buio. La terra elabora nel silenzio i suoi doni, il cielo si prepara a formicolare di stelle, e nutrirle col suo silenzio smisurato. Sappiamo di non essere soli, nonostante, dietro la nostra nuca, non ci sia più amore, ci sia soltanto silenzio, quello muto, ma non quello delle cose. Quello più duro e chiuso delle persone.


così parlò groucho | 13:57 | commenti (3)


lunedì, giugno 16, 2003
 

Abitudini

L’acqua della piscina è fredda. No, non è vero. Dopo poco mi ci sono già abituato, e mi tuffo tranquillo. Preferisco scendere nell’acqua gradualmente, seguendo i lievi dislivelli fatti apposta per quelli come me (bambini, anziani o menomati) che non amano tuffarsi rumorosamente, con grande effetto sonoro e visivo. Dopo qualche minuto non è più fredda, sembra aver cambiato temperatura, ma naturalmente non è così. Sono io che mi ci sono abituato. Senza accorgermene, reazioni chimiche e fisiche hanno lavorato nel mio organismo e hanno fatto sì che quell’acqua, prima fredda, ora mi sembri tiepida, quasi calda.

Senza accorgermene. L’abitudine lavora in noi così, silenziosamente, come niente fosse. E a poco a poco ci abituiamo a tutto, un tutto che resta oggettivamente quello di prima, ma non è più quel tutto che soggettivamente percepivamo prima. Così è per un lavoro che all’inizio ci piaceva poco, per una casa che non sopportavamo, per un compagno o compagna poco entusiasmante. Poi, per abitudine, tutto diventa più docile, meno ruvido, le superfici a poco a poco si levigano, gli angoli si smussano, ma in realtà siamo noi che, senza sapere, come sassi battuti dalle onde, a poco a poco, silenziosamente, modifichiamo la nostra superficie mentale, la adattiamo, anche nostro malgrado, perché no, a quello che ci batte addosso con costanza, ogni giorno, ogni minuto, ogni attimo, come calchi di un’impronta estranea che si adatteranno ben presto anche ad altre.

L’abitudine. Quella che ti fa fare le cose meccanicamente, senza pensarci (avrò poi spento il gas? No, non l’ho fatto. OGGI non l’ho fatto. Oppure sì). Lavarsi, scansare quel tappeto, accendere la luce del bagno, allungare la mano per prendere o posare qualcosa sul comodino, sempre la stessa, tutte le sere. Così, meccanicamente. Mi viene in mente il cane di Pavlov, i ratti da laboratorio, un film, “Mon oncle d’Amerique” (qualcuno di voi l’ha visto?), in cui i ritmi quotidiani del francese medio erano paragonati proprio a quelli di una cavia in un laboratorio di fisiologi.

L’abitudine. Quella che ti fa dire “ti amo” anche quando non è più vero, che ti fa fare l’amore anche quando non ce ne sarebbe più motivo, o voglia. Quella che ti fa dire sì, signor direttore. Sì, padrone. Che ti fa comprare il solito giornale, al solito posto, con le solite frasi. Che ti fa dimenticare cose come la fantasia, la curiosità, e soprattutto l’imprevisto.

Altro che Sars, o Aids la vera peste del secolo è l’abitudine. La noia. Quella che fa prendere una pistola e sterminare la famiglia, o gettare qualche sasso da un cavalcavia, tanto per fare qualcosa. Tanto per. Vuoto pneumatico, ratti senza via di scampo. Labirinti tracciati nel vuoto celebrale. Noia e abitudine, miscela letale che avvalla dittature, tirannie, genocidi. Tutto in nome non di ideali, ma della noia e dell’abitudine. Della paura del diverso e del nuovo, dell’imprevisto che mina il labirinto dove il ratto corre da sempre, per sempre.

Ma qui che parlo a fare, qui è zona derattizzata.

così parlò groucho | 23:26 | commenti (8)
 

Il tempo

E' uno di quei periodi in cui il tempo cola su di me a gocce dense, come olio che lubrifica le giornate e i loro ingranaggi, fatti di movimenti minuti, quasi impercettibili, oppure ampi e dilatati, teatrali, a volte, e senza volerlo. I pensieri si allargano nel bacino vuoto delle ore e diventano laghi fecondi, quieti e ombrosi, dove è piacevole restare distesi e riposare. Oggi, la luna piena sembra ancora più vasta nel cielo caldo mediorientale, e galleggia sui tetti della città. In lontananza, si indovina il deserto, più scuro nella notte madreperlacea di oggi. E' bello starsene così, ascoltare i Rem col volume al minimo, leggere un buon libro, magari scrivere qualche riga. Il tempo in questo periodo è docile, mansueto, sembra addomesticato ai miei ritmi e alla mia volontà (o meglio non-volontà). Si è fatto tardi, la luna china la testa da una parte, come un passeggero del treno che si addormenta lentamente sul finestrino. Anche lei pare avere sonno, le dò la buonanotte chiudendo le persiane.

Buonanotte.


così parlò groucho | 00:43 | commenti (2)


sabato, giugno 14, 2003
 

Passeggiata

Vorrei camminare nella tua mente

come su un prato assolato

e distendermi all'ombra dei tuoi pensieri

dormire nei tuoi sogni, rinfrescarmi sotto le cascate

delle tue risate.

Vorrei passeggiare, con le mani in tasca, respirando il profumo dei fiori

che nascono dai tuoi desideri, e, talvolta, frugare nei rovi spinosi

delle paure e dei tuoi incubi, in cerca di more dolci.

Vorrei passeggiare nella tua mente come su un prato,

e, sorridendo, dirti "ti amo", ma sottovoce,

come non fosse vero, come se fosse anche questo

un gioco di luci e di ombre, un refolo che fa rabbrividire la pelle,

un gioco d'acqua che a sera si spegne.


così parlò groucho | 11:35 | commenti (5)


venerdì, giugno 13, 2003
 

Piccolo test sulla Mamma

 

Visto che la Mamma ha riscosso un apprezzabile successo, e visto che, a quanto pare, le mamme sembra siano fatte con lo stampino, ho giustappunto elaborato un piccolo test con il quale verificare se anche le vostre mamme sono simili. Rispondete con sincerità e onestamente. Pronti? Via.

1. Siete in auto, la Mamma a fianco. D’improvviso trasale gridando di stare attenti perché “c’è uno che attraversa la strada”. Voi frenate impauriti, cercate questo qualcuno, non lo trovate. “E lì”, indica il dito della Mamma. E, in effetti, a più di 400 metri, c’è, puntino quasi invisibile sull’orizzonte asfaltato, un essere umano (forse) sul ciglio della strada che cerca di attraversare. A questo punto voi pensate:

a) La Mamma è molto prudente b) La Mamma ha una vista tipo donna bionica c) E’ una rompicoglioni.

2. E’ piena estate. La giornata più calda dell’estate. Tipo 38-40 gradi. E’ sera, ma la temperatura rimane altissima. Dite alla Mamma che uscite, e lei bercia dal salotto: “Portati un golfino, che rinfresca”. A questo punto voi pensate:

a) La Mamma è molto previdente b) La Mamma è una esperta di meteorologia e conosce in anticipo ogni escursione termica c) E’ una incorreggibile rompicoglioni.

3. Siete grandicelli, abitate lontano da casa, in una città molto grande. Tornate di tanto in tanto dai vostri genitori, e quando uscite la sera, la Mamma invariabilmente vi fa una a caso delle seguenti raccomandazioni: “stai attento/a” (a cosa?); “Vai piano con la macchina”; “Copriti”; “Non tornare tardi”. Al che voi pensate:

a) La Mamma è troppo abituata a fare raccomandazioni, non può farne a meno, poverina, e ora che sono lontano… b) La Mamma ha una rete informativa capillare e conosce a menadito 1- l’attività della criminalità, organizzata o meno, della zona; 2- la situazione del traffico; 3 - le variazioni climatiche; 4 - varie ed eventuali c) E’, irrimediabilmente, una rompicoglioni.

Il test è finito – o potrebbe continuare all’infinito - . Se avete raccolto più risposte di tipo a), vostra madre è saggia, prudente, previdente, una santa donna, tenera e premurosa. Se le risposte sono prevalentemente di tipo b): vostra madre è un fenomeno da portare alla Nasa, ha una vista eccezionale, un intuito straordinario, prevede con precisione ogni minima fibrillazione della più minuta realtà. Portatela immediatamente in qualche laboratorio di ricerca e sbarazzatevene. Tipologia c): vostra madre è una incorreggibile, irrimediabile, insostituibile… tipica cara mamma italiana, con tutto che, a volte, di tanto in tanto – ma raramente, eh – possa apparire leggermente, quasi impercettibilmente, una gran rompicoglioni.


così parlò groucho | 23:02 | commenti (1)


venerdì, giugno 06, 2003
 

La Mamma e l’IVA al 20%

 

Badate, non sto dicendo che mia madre mente, che è una bugiarda. Solo, amplifica leggermente la realtà, ecco. Diciamo che i fatti, così come le vengono raccontati, entrano nella sua testa in un modo per uscire dalla bocca con un imponibile del 20%, come l’IVA nelle fatture.

Bisogna perciò stare attenti quando si parla con Mamma. Altrimenti si rischia di sentirla parlare al telefono con le amiche raccontando di cose capitate ad uno che si chiama come voi ma non dovreste essere voi, altrimenti la vostra vita sarebbe degna di quella di Indiana Jones. Eppure siete voi. Non ha più di due figli, a quanto pare. E, visto che mia sorella non si chiama come me, quello di cui parla nella telefonata devo essere proprio io. Altre volte invece parla di mia sorella, e anche in quel caso riconosco che si tratta di lei solo da notizie fugaci quali nomi di luoghi, parentele comuni, età analoga. Ma per il resto, l’IVA ha la meglio sulla realtà.

La Mamma non inventa, l’ho detto, amplifica. In buona fede, per carità, nel bene come nel male. Quando parlo con lei ormai adotto la tattica della minimizzazione; calcolo, insomma, il 20% in più che lei applicherà automaticamente a ciò che le dirò, e racconto quindi il 20% di meno, o almeno diminuisco l’entusiasmo o la gravità dell’accaduto, tanto ce li mette lei, a suo piacere.

La Mamma è un simpatico megafono della percezione, in tutti i sensi: le dici che ti piace quel cibo, e la Mamma te lo fa trovare in tavola per sei settimane di seguito, finché, quando nauseato lo rifiuterai con una smorfia, ti dirà “ma come, ti piaceva tanto…”. Le dici che inviti un amico, e la Mamma prepara il pranzo come se avessi invitato un reggimento di Ulani a cavallo. Poi, quando gran parte del pasto rimane sul vassoio (o meglio sui vassoi), guarderà te ed il tuo amico con aria afflitta dicendo “non avete mangiato niente….”.

Non parliamo poi di un esponente dell’altro sesso, che diventa automaticamente il potenziale futuro genero o nuora, a seconda del sesso. Seguono domande a raffica apparentemente innocue tipo “cosa fa?”, “cosa fanno i suoi genitori?” “Com’è?” “Perché ancora non si è laureato/a?”, “Perché ancora non lavora?”, “Guadagna bene?” e così via. Per questa metamorfosi parentale dell’amico/a, basta anche una telefonata in più sul concetto che la Mamma ha di amicizia tra due sessi, che di solito contempla non più di una telefonata alla settimana, e nessuna visita in casa, figuriamoci a cena.

La Mamma e le malattie. Per la Mamma un raffreddore è l’inizio di una bronchite, la bronchite è una polmonite, la polmonite è l’ultimo stadio, e già si vede sulla vostra tomba a versare lacrime e fiori (tiè…). Anche un semplice mal di testa può essere preludio a una ecatombe familiare, un tumore ereditato da avi ignoti che ora si sta diffondendo nella stirpe tramite voi.

La Mamma è un ufficio stampa efficientissimo: appena vi succede qualcosa, lo comunica via telefono, via orale, ora anche via mail a quante più persone conosce, a volte anche a incolpevoli sconosciuti che le capitano sotto tiro in treno, in autobus, al mercato. Nel giro di poche ore mezza città conosce i cazzi vostri, incrementati del solito 20% che li fa sembrare imprese epiche, sofferenze bibliche, gesta omeriche.

La Mamma è di quelle capaci di comprare 10 (dico dieci) chili di banane solo perché il fruttivendolo se ne voleva sbarazzare e le ha messe in offerta. Si arrampica per le vie in salita della città con questi 10 chili addosso ed è capace di incazzarsi se le date della matta. Risultato: per un mese la famiglia è costretta, pena la rievocazione costante della Fame-Nel-Mondo, a nutrirsi mattina e sera di banane: in frullato, in macedonia, banane fritte, nel caffelatte, insalata di banane, banane nel pesce, nella pasta, nel lavandino spacciate per saponette profumate, ovunque banane. L’andatura della famiglia inizia a subire un involuzione a ritroso, da cercopitechi, quando avvistate un albero vi viene voglia di arrampicarvi con grida di richiamo amoroso, guardate spesso Tarzan alla tv.

La Mamma è implacabile, quando si mette in testa una cosa.

La Mamma amplifica soprattutto le buone notizie e drammatizza le cattive, e, nel dubbio, dà due versioni altrettanto improbabili di ciò che è accaduto ma ancora non le avete raccontato. Ecco perché è sempre bene informare la Mamma, o rischiate di ritornare a casa e trovare la città listata a lutto per il vostro spettacolare annegamento durante una gita in canotto o in estasi per il pescespada di 30 metri che dovreste aver pescato.

La Mamma piange spesso, e quando è in ansia diventa la migliore sceneggiatrice di film horror su quanto vi può essere accaduto (tipo: non risponde al telefono. Oddio. Forse sarà caduto nella vasca mentre faceva il bagno e il cervello – ovviamente fuoriuscito - è rotolato nel risucchio – segue inquadratura alla Itchcock. Oppure: non risponde al telefono. Oddio. Forse la pianta che sta sopra la lampada della sala, surriscaldata dalla lampadina, ha preso fuoco trasformando l’intero appartamento in un rogo in cui miseri resti di mio figlio giacciono carbonizzati vicino alla cornetta – miracolosamente integra). La Mamma ha una fantasia visionaria degna di Dario Argento, John Landis e Kubrick messi insieme.

La Mamma è però generosa, ha un cuore d’oro, e voi le volete un mare di bene, e in questo caso applicate anche voi con piacere l’IVA al 20%.


così parlò groucho | 17:17 | commenti (8)
 

Una carbonara può salvare la vita?

 

… Beh, forse proprio la vita no, ma l’umore, quello sì. L’ho sperimentato altre volte (non necessariamente con la carbonara), ma poche sere fa ne ho avuta l’ennesima, e forse definitiva, conferma. Torno a casa piuttosto stropicciato, fisicamente e moralmente e, per consolarmi, mi metto a cucinare scaloppe al vino bianco. Prima, naturalmente, le scelgo accuratamente dal macellaio di fiducia. Poi inizio il semplice, breve ma importante rito della cucina. Un po’ di aglio per dare sapore, olio di oliva (di quello buono)…. vinello bianco fresco fresco come aperitivo e un po’ di olive, mentre l’aglio rosola ben bene. Poi metto un po’ di vino nella padella, e infine le scaloppe. La carne, dopo la cottura, risulta tenera e gustosa, con il pepe non ho esagerato, va tutto bene. Taglio i pomodori (che culo, ho comprato quelli con la polpa verde come piace a me) per un’insalatina di contorno. Infine, le pesche tuffate nel vino bianco, una delizia, e delle prugnette appena comprate, dolcissime. Alla fine lavo i piatti con intima soddisfazione, sono felice, ora. Alla faccia di chi mi vuol male (o non mi vuole proprio) mi faccio pure il caffè arabo con la nuova caffettiera, tiè, mi voglio proprio trattare bene, eccheccazzo. Non sarà stato ‘sto granché di cena, ma mi ha messo di buon umore. Altre volte è stata, appunto, la carbonara, a sollevarmi dalle paturnie e ad avvolgermi del suo profumo tutto particolare, a tenermi occupata mente e mani con il suo rituale articolato, rompere le uova, sbatterle un po’ per rendere il tuorlo omogeneo, tagliare il prezzemolo fresco (aaah, che profumo…. Come si può essere pessimisti se si annusa l’odore del prezzemolo fresco), poi la pancetta, rosolare l’olio e un po’ (poco eh) d’aglio, e alla fine aggiungere il pepe nero.

Anche cromaticamente, la carbonara è un inno al buon umore, così solare, gialla e sorridente, con queste stelle di pancetta che si irradiano nella glassa-galassia di spaghetti e uova, viene quasi voglia di issare la padella come una bandiera, armati di bottiglie di quello buono da accompagnare a dovere tanta grazia.

Ecco, in questi casi tutto si trasfigura, grazie al rituale culinario: ora la costellazione di luci oltre il terrazzo ammicca in modo complice, da ostile che era prima. Anche le “sue” foto sulla scrivania sembrano dirmi che in fondo anche lei un po’ mi vuole bene.

Potere delle scaloppe, del vino bianco fresco e delle prugnette dolci.

Quindi, consiglio per tutti coloro che tornano a casa con le paturnie, tristi o magari pure incazzati: cucinate, trattatevi bene, mettetevi sui fornelli e fate vedere che non siete del tutto finiti. Dimostrate a voi stessi di che pasta siete fatti, in tutti i sensi.


così parlò groucho | 02:26 | commenti (10)


mercoledì, giugno 04, 2003
 

QUOTA 10.000!

Cari bloggers vicini e lontani, come posso ringraziarvi per questo traguardo che all'inizio (a proposito di esordi, come scrivo poco sotto), quando il blog contava 10-15 visite alla settimana, non mi sognavo nemmeno di poter raggiungere in un anno.... Grazie. Grazie a tutti quelli che mi hanno visitato, criticato, apprezzato, a tutti quelli che mi visitano quotidianamente (so chi siete!) o di passaggio, che lasciano commenti, battute, saluti. A tutti. Vi voglio dedicare una poesiola in spagnolo, v¨¤, con il solito commento iconografico. Hasta el 20.000!

 

Sobre el mar hay un nino

 

El nino canta y su voz

 

Tiene el ruido de las olas

 

Las olas suben sobre el mar

 

Mar que llega hacia la playa

 

Sobre la playa hay un nino

 

El nino canta y su voz

 

Tiene el ruido del mundo

 

 

 

 

Sopra il mare c'è un bambino

il bambino canta e la sua voce

ha il suono delle onde

onde che corrono sul mare

mare che arriva fin alla spiaggia

sopra la spiaggia c'è un bambino

il bambino canta e la sua voce

ha il suono del mondo

 

 


così parlò groucho | 22:54 | commenti (6)
 

Esordi

 

E’ la classica sensazione di quando si entra nella vecchia casa in cui si è passata l’infanzia: tutto sembra familiare e allo stesso tempo diverso. Siamo cresciuti, e quelle stanze che sembravano così grandi sono camerette in cui sarebbe difficile mettere due letti. In quel momento non siamo semplicemente noi, ma la somma di tutto ciò che abbiamo vissuto fino a quel momento: l’adolescenza, la giovinezza, l’età adulta tanto sognata e vagheggiata ed ora, ahinoi, eccola qui, con tutto il suo carico di responsabilità e di noie. Ma in quel momento abbiamo tutte le età che abbiamo vissuto, ci sfilano davanti, ci camminano dentro come una densa colata di vita che ci appartiene e che non avevamo mai sentito concretamente. Leggera e pesante allo stesso tempo, non ci grava sulle spalle come un macigno, ma la sua mole, nella mente, è più ingombrante del previsto.

Ecco, simili momenti, per quanto mi riguarda, li ho rivissuti, e li rivivo continuamente, in altre situazioni: quando per esempio percorsi per l’ennesima volta il corridoio di quell’ufficio e mi venne in mente la prima volta che ci misi piede, spaurito neolaureato che portava la sua domanda per fare servizio civile proprio lì, uno dei posti più ambiti. E ci riuscìi, e dopo il servizio civile entrai anche nell’organizzazione di quell’associazione, e quei corridoi ormai erano diventati più familiari di quelli di casa mia;  ma ogni volta che vedevo un neo-obiettore circolare spaurito, mi vedevo qualche anno prima, con la stessa espressione, perdermi nel casino dell’ufficio, chiedere permesso al minimo gesto, alla minima iniziativa, temere anche di rispondere al telefono.

Così anche quando andai a lavorare a Milano, e da semplice collaboratore entrai poi nella redazione di una rivista di editoria: ebbene, voi direte, cosa ricordi di più di quell’esperienza? Molte cose, rispondo, ma, tra tutte, la strada per i cessi. Sì, proprio il percorso dalla scrivania per andare in bagno. Si doveva chiedere una chiave, e ricordo nitidamente il mio imbarazzo delle prime volte, quando, da semplice collaboratore, partecipavo alle riunioni di redazione e poi, maledizione, dovevo andare in bagno. Chiedere la chiave, che vergogna per la mia timidezza e goffaggine. Poi entrai nella redazione e quello in pratica diventò il mio lavoro quotidiano. Scrivere articoli, fare telefonate, interviste. E chiedere la chiave del bagno. Ma ormai non la chiedevo più, la prendevo e basta, ma ogni volta, dico ogni volta che facevo quel breve tragitto dalla scrivania al cesso, ricordavo i primi imbarazzi, la mia giovane controfigura che percorreva il corridoio ingombro di arretrati con curiosità e quasi deferenza. Andare in bagno significava ogni volta tornare un po’ indietro nel tempo, aprire per un momento il sacco con gli anni vissuti fino a quel momento e guardarne con tenerezza il contenuto.

Gli esordi sono i momenti che mi piacciono di più: anche ora, qui a Damasco: ricordo come fosse ieri il momento in cui entravo nelle aule, mi aggiravo con un misto di emozione e curiosità negli uffici di questo Istituto, conoscevo lo staff per la prima volta, come sempre timido e quasi sfuggente, la stretta di mano rapida, lo sguardo che evita un contatto troppo diretto. Ed ora, siamo tutti o quasi amici, usciamo spesso insieme, e quando me ne andrò mi faranno una festa d’addio.

Così come le persone, che nel giro di poco tempo ti possono diventare da estranee a intimi amici, se non compagni di vita. E l’importante, nei luoghi come nelle persone, per me, è riuscirle sempre a vedere con l’occhio che rievoca la prima volta, la prima stretta di mano, il primo sguardo, il primo pensiero che abbiamo avuto di loro. Come nel tragitto dalla redazione al cesso, in quel momento calco le impronte di ciò che ho vissuto stupendomi di aver fatto quel cammino così tante volte e non essermi ancora stancato, anzi. Contento di vedere negli occhi della mia compagna, del mio più caro amico, quella scintilla che me li fa ancora vivere con la stessa emozione e curiosità di quando li vidi per la prima volta.


così parlò groucho | 22:15 | commenti (1)


martedì, giugno 03, 2003
 

L'impronta

 

Sei sete e acqua,

oasi e deserto,

sei tempesta di mare e sei quiete d’approdo

sei volo e caduta, oriente e occidente,

sei vento, sei aria, sei resa e ritorno.

Sei nata dal mare, cresciuta da terra,

ti libri nell’aria come un desiderio inespresso

ti posi sul mondo come una promessa,

una terra promessa, di pace e di pioggia

dove il tempo scorre nel silenzio delle stagioni

e nelle parole che il vento sparge e disperde

ecco, vedi, le raccolgo tra le mani

per fartene dono, tra le mie mani

ho solo parole, rubate al vento e alle stagioni

ai giorni passati senza di te, e a quelli che vivrò

lontano dalle tue mani, le tue mani silenziose

e infinite, così diverse dalle mie, eppure

se le posi su di me sento il vento e le stagioni

sento il mondo come una promessa,

la mia terra promessa,

il tuo corpo,

e ovunque, nel mondo

l’impronta di te.

così parlò groucho | 22:15 | commenti (8)