...a forza di essere vento


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Per andare molto in alto o molto in basso, dove gli angeli sono più belli






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mercoledì, luglio 30, 2003
 

Silenzio

Ci sono momenti in cui si ha bisogno del silenzio. Il silenzio è importante. Silenzio delle persone, delle cose, dei pensieri. Il mondo tracciato da linee essenziali, una calligrafia sobria a solcare le sottili pareti della nostra vita, nero su bianco, una pennellata spessa e altre più fini, il silenzio che si fa superficie, colore, o assenza di colore, o totalità di colori, il bianco. Tutto ci concentra in un istante, tutto converge nel silenzio. Tutto è comprensibile, distante e presente, lo puoi sentire navigare leggero nella mente e stringerlo tra le mani come qualcosa che pesa, ruvido e spesso.

Linee, poche linee, bianco, tanto bianco. Una cartografia del silenzio che ti conduce in terre che non avevi mai conosciuto, nemmeno visto nei migliori depliant turistici, o tantomeno pubblicizzate nelle riviste. Un silenzio intriso di tutto ciò che è stato detto, o che avremmo voluto dire, e che ci pesava ancora dentro, fino a poco fa. Fino a che non è entrato in noi, intorno a noi, il silenzio. Un silenzio leggero, incredibilmente leggero, eppure sono tante le cose che contiene. Eppure. Una linea non è solo una linea. La semplicità è a portata di mano, ma non è semplice. Il bianco è la somma di ogni colore, di ogni sfumatura. Il nero non è assenza di colore, ma presenza di qualcosa di più greve, eppure. Leggero.

Silenzio. Buon silenzio a tutti.


così parlò groucho | 13:08 | commenti (5)


martedì, luglio 29, 2003
 

Haiku al mattino

Il giorno irrompe
il colore del cielo
si cambia d’abito.

Kobayashi Issa (1763 - 1828)

Caduti i fiori
tra i rami degli alberi
il tempio appare.

Yosa Buson (1716 - 1783)






così parlò groucho | 11:12 | commenti (2)


venerdì, luglio 25, 2003
 

La prossima donna

La mia prossima donna, mi dico sempre, sarà diversa. Diversa da chi, da cosa, da quando, non lo so. Diversa. Più alta, meno alta, più aggressiva, più dolce, meno docile, più sensuale, più innocente. Diversa? Diversa. La mia prossima donna sarà diversa. La mia prossima donna sarà come un colore, di quelli che ti rimangono tra le mani anche quando hai finito di usarli dopo una settimana, un alone scuro sulle dita, un profumo intenso che nemmeno la trielina ha saputo cancellare. Un colore, un odore, un piega perenne sul cuscino dove avrà posato la testa, un capello impigliato su un bottone di una giacca, un cosa così. La mia prossima donna. La mia prossima donna sarà un sapore diverso, quello che lasciano le sue labbra sulle mie, il suo rossetto che si mescola alla saliva, il cosmetico che le tolgo a furia di baci, di carezze, un sapore dolciastro con un retrogusto indescrivibile, che fa riaffiorare passeggiate, panorami, sguardi, fotografie fatte sull’orlo delle nostre esistenze cristallizzate in due sorrisi controsole, una menzogna su carta Kodak, un sogno impietrito in pose che ora sembrano sciocche e senza senso. La mia prossima donna. La mia prossima donna sarà una luce, un bagliore, un’ombra leggera che ristora l’aridità del mio cammino, un’ondata di luce estiva e imprevista in una giornata autunnale, che ti costringe a togliere il maglione, arrotolare le maniche della camicia, che ti spinge a respirare a pieni polmoni quell’aria innaturale, salvifica, preziosa quanto fugace (domani, o poco più, sarà inverno, lo sai). La mia prossima donna. La mia prossima donna sarà un mosaico screziato di tutte quelle che ho avuto, o soltanto desiderato, anche da lontano, anche senza conoscerle: il passo deciso della bella sconosciuta disegnato dalle gambe di colei che non ho avuto mai, il sorriso di una precedente amante sullo sguardo corrucciato di una amica amata in segreto. La mia prossima donna.

La mia prossima donna sarà come te, amore mio, amore che ancora non conosco ma che so già come sarà, sarà la mia prossima donna, il suo profumo che dilata spazio e tempo, luce che ristora, colore che rimane sulla pelle, sapore che si scioglie in ricordi e desideri. Sento il suo viso già tra le mie mani, la posso già abbracciare, toccare, baciare, la sua testa appoggiata alla mia spalla, i suoi capelli che sanno di frutta, di sole, di mare, di tutto ciò che amo.

La mia prossima donna. L’ho già qui accanto a me. L’ho già perduta.


così parlò groucho | 20:48 | commenti (8)


mercoledì, luglio 23, 2003
 

... a forza di essere vento (ovvero: il nostro bisogno di innocenza)

Chissà come, ogni volta che metto Le variazioni Goldberg impeccabilmente eseguite da Glenn Gould mi viene poi da scriverti. Avete evidentemente una strana sintonia, tu e le progressioni di Bach. Ti scrivo in una tranquilla sera, da una finestra illuminata tra le tante qui a Damasco, città caotica e fiabesca, delirante e poetica, mistica e profana allo stesso tempo, negli stessi angoli, in una stessa strada. Un città che ti rimane davvero addosso, non è possibile uscirne allo stesso modo di come si era entrati, anche volendo. Ti scrivo, luce fievole tra le miriadi che tempestano il monte Qassioun, che proseguono fino alla pianura dove la città si dilata e i palazzi gareggiano per altezza e orrore estetico, laggiù fino ai quartieri più nuovi che hanno lasciato alle vecchie case diroccate ma intrise ancora di vita e panni da stendere tra antenne paraboliche antidiluviane i lembi delle dune, artigliate a qualche roccia che si affaccia sul deserto. Più in là, il buio più totale, il cielo nero che uniforma tutto, e non si indovinano nemmeno le alture della Giordania, figurarsi se posso sentire da qui l’odore degli ulivi della Galilea, il Giordano che fende la Palestina, la terra Santa e insanguinata, la terra promessa e mai mantenuta, brulicante d’odio, i campi profughi e i carri armati, le pietre lanciate dai ragazzini, la paura di giovani ebrei che temono di prendere anche l’autobus per andare all’università. Follia, follia, follia, amica mia. Perché. Oggi sento un grande desiderio di abbracciare tutto e tutti, di bussare ad ogni porta e sorridere, stringere mani, condividere tè e saluti. Con tutti, tutti coloro che vivono qui in questa città, in queste terre, fino ad arrampicarmi sulle alture del Golan, donare una sigaretta alla vedetta israeliana, strappare un sorriso al bambino profugo tra Libano e Israele e poi più giù, a Hebron, a Gaza. E continuare, sorvolare il Mar Rosso, posarmi sull’Africa come fossi un vento fresco e leggero, ecco oggi mi sento proprio così, un vento fresco e leggero, ho desiderio di accarezzare ogni cosa, ogni volto, ogni mano, ogni sguardo, impadronirmi per un attimo del mondo intero solo per accarezzarlo, come faceva Chaplin-grande dittatore giocando con la palla leggera del globo, così aerea e innocente.

Oggi vedo il mondo innocente, nonostante tutto. VOGLIO vederlo così, ne ho bisogno, anche fosse solo per questo attimo, per questo minuto in cui ti sto scrivendo, le dita che sembrano quasi gareggiare in velocità con quelle di Glenn Gould sulla tastiera, quasi avessi paura di perdere da un momento all’altro questa voglia di innocenza, questa NECESSITA’ di innocenza, mia e altrui.

E a chi altro potrei scrivere, se non alla giovane donna lontana che sento così vicina in questi momenti, forse perché sento istintivamente che tu puoi capirmi perfettamente, davvero, profondamente, non è vero? Dimmi che è così, anche se non è vero, fammi credere che anche tu sia innocente, anche solo per oggi. Domani torneremo a ingannare, magari anche in buona fede, ad essere scontrosi, scellerati, ipocriti, malevoli, avidi, egoisti. Per oggi, solo per oggi, fatti abbracciare anche tu, esci sul tuo balcone e lascia che il vento leggero ti sfiori le mani, le braccia, ti muova leggermente i capelli, ti accarezzi le palpebre, ti fasci le caviglie, le gambe, i fianchi, e poi ti lasci, senza rimpianto o dolore, ma con un po’ di te addosso, e tu più leggera e fresca a tua volta, più innocente e pura forse riuscirai a condividere con me l’innocenza del mondo, la necessità di innocenza, il diritto che ognuno di noi ha di sentirsi e sentire gli altri, anche fosse per un attimo, innocenti.


così parlò groucho | 21:25 | commenti (7)


lunedì, luglio 21, 2003
 

Il crinale

E' sottile. Dicono che sia pericoloso. Ma, in fondo, dipende da come ci cammini. Se ne hai davvero paura, allora sì, è pericoloso. Dall'una e dall'altra parte, gli estremi. E tu ci cammini, quotidianamente, di volta in volta attirato ora qui ora là, allo stesso modo. Da una parte la sensualità sfrenata, dall'altra la purezza. L'essenzialità dell'ascetismo e il bagliore della perdizione, entrambe estreme, divoranti, desolanti. Il crinale è stretto, a volte fragile, addirittura ti sembra che non ci sia. A volte. Cammini come un acrobata, la punta del piede che tocca il tallone dell'altro, più avanti. E sotto, tutto quello che ti potrebbe risucchiare, un giorno o l'altro, i limiti estremi del vivibile, la passione e l'atarassia, il rigore e l'ebbrezza, la distanza e l'intimità. L'urlo che squarcia ogni solitudine e il silenzio più vasto e greve. Sei lì, sempre indeciso se scendere da una parte o dall'altra, ma poi decidi di continuare a seguire il crinale. Così fragile, sottile, anch'esso un estremo, il lembo che sintetizza tutto, che fa diventare ogni dimensione una linea, un sottile filo di ragno, invisibile ai più, ma tu lo senti, sotto i piedi, tra le mani aperte a mantenere l'equilibrio, con le dita che sfiorano ambedue le profondità da una e dall'altra parte, quel sottile, pervasivo formicolio che solletica i recessi più sensibili della mente, le corde più tese del desiderio, della curiosità, della tua voglia di sapere. Ma il crinale sembra più forte di ogni altra cosa, in effetti non avresti neanche bisogno di tenere le braccia allargate così, staresti in equilibrio anche senza, ma è solo per sentire quel solletico, per assaporare anche solo il pulviscolo dell'aria che si può respirare laggiù, dove tutto è più pregnante, più greve, pennellate spesse di colore, quadri dai rossi accesi, dai gialli abbacinanti, dagli azzurri intensi.

Il crinale è sottile. Dicono pericoloso. Dicono noioso. Dicono. Ma non sanno che solo da puoi vedere meglio, capire, conoscere. Perderti o trovarti. Solo da lì è possibile cadere. O volare.


così parlò groucho | 23:33 | commenti (7)


venerdì, luglio 18, 2003
 

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Scelgo a caso tra le notizie che leggo oggi sui giornali (di ogni colore e tendenza, tendo a precisare): in una seduta plenaria, Bush decora Blair con una medaglia per la guerra in Iraq, "una guerra giusta", aggiungendo che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu deve essere riformato. Intanto, in Inghilterra, viene trovato il cadavare dell'esperto biochimico che aveva rivelato ad un giornalista della Bbc che si trattava di prove contraffatte. A lui la medaglia gliela daranno? Poi. Tremonti litiga con Tremaglia, il governo trema, se non altro per assonanza lessicale. Poi. Scandalo alla Sapienza, esami e lauree truccate, dai 1500 ai 3000 euro per concordare le domande e passare l'arduo scoglio di un esame universitario, facoltà legge. Si imparano subito le cose essenziali, mi sembra. Poi. Per scrivere una mail a Bush sembra che si debba compilare un questionario di 9 pagine in cui si dichiara se e quanto si è favorevoli alla politica dell'uomo più stupido del mondo e quindi più potente, dopodiché viene chiesto più o meno "allora sei proprio sicuro di voler scrivere al Presidente?" Secondo me, nemmeno si tratta di falsa democrazia o altro; semplicemente, Bush è analfabeta, e teme di dover rispondere a mail che nemmeno saprebbe decifrare. Naturalmente uno del suo staff è pagato apposta per questo.

Non è in fondo divertente vivere nel bel mezzo di una civiltà in declino, di un'epoca in disfacimento, di un mondo sull'orlo del collasso?


così parlò groucho | 21:22 | commenti (7)


lunedì, luglio 14, 2003
 

L'essenziale

Anche da qui in Siria mi diletto talvolta a leggere i giornali italiani, naturalmente in rete. E' incredibile quanto i titoli si ripetano ogni estate a ritmo regolare, gli stessi argomenti, le stesse parole. Primo fra tutti, signore e signori, il CALDO. Grande notizia, in estate è caldo. Fossimo in Russia, sarebbe forse una cosa eccezionale, ma viviamo in un paese mediterraneo, confinante con l'Africa via mare, e incredibilmente in estate è caldo. Ma non, caldo normale, eh, caldo record. Ogni anno è caldo record. Se fosse davvero così, in dieci anni avremmo dovuto essere già a 50 gradi. Anche le immagini sono le stesse da anni, e in questo caso la più gettonata è quella dei turisti a mollo nella fontana della Barcaccia a Trinità dei Monti. Segue poi, distaccato di poco, l'esodo estivo. Ogni anno gli italiani partono per le vacanze, e questa, evidentemente, viene considerata una notizia. Ogni anno code sulle autostrade, problemi alla viabilità (immagine, il solito casello dell'A14, ma le immagini sono tanto vecchie che tra le auto c'è qualche 850...). Si consiglia di partire nelle ore meno calde (per stare in coda tutti insieme dalle sei, finché non viene mezzogiorno), un tempo si parlava di partenze intelligenti, poi si è capito che l'unica cosa intelligente era non partire, e infatti adesso è un proliferare di iniziative estive in ogni città, piene di gente che non ha quei 5-8.000 euro da spendere per un ombrellone e una pizza. Altra notizia incredibile è la SICCITA' (segue immagine di un terreno con le crepe in primo piano, forse qualche angolo remoto della Sicilia dove ormai hanno fatto da anni un parcheggio). Non piove porco cane, non piove da due settimane, il Po è a livelli di guardia, oddio, mammamia la siccità, le cavallette, sciagura disgrazia e catastrofe! Qui in Siria non piove mai, d'estate, dico MAI, e nessuno rompe le balle. I giornali parlano del Golan, del presidente Bashar, della situazione in Iraq, ma nessuno si preoccupa molto se è da aprile che non piove. Vivo, amdulillah (grazie a dio), in un paese in cui non è previsto il rito delle previsioni del tempo ogni mezz'ora, in ogni canale, celebrate da un pluridecorato in divisa, come fossero l'annuncio di un golpe dei colonnelli. Qui tanto il tempo è sempre lo stesso: sereno, sole a 40 gradi tutti i giorni. Che c'è da prevedere? Al limite razionano l'acqua, dalle 5 di pomeriggio in poi. A proposito, stando qua mi sono reso conto di quanta acqua si spreca in Occidente, dove evidentemente crediamo che sia la cosa più a portata di mano del mondo, salvo poi titolare a 5 colonne ALLARME SICCITA' (oggi leggo anche: nelle chiese del Polesine si prega per la pioggia, massì, chiamiamo anche qualche stregone, facciamo qualche rito woodo, sciogliamo il sangue di San Gennaro e benediamo le tubature). I tiggì finiscono di solito con le notizie "di contorno" (tipo insalatine), che sono sempre, nell'ordine: le diete estive (mangiate leggero, insalate e frutta! Ma chi è quell'idiota che a 40 gradi si fa il tacchino ripieno o il cotechino, vorrei sapere...), e in cui l'immagine, perlopiù propinata dalla faccia sempre allegra di Onder (quello che parla con la stessa disinvoltura di tumori terminali e di cellulite), è di lardosi italiani al mare alle prese con untuosi sacchetti sotto l'ombrellone, o di superfighe che giocano in spiaggia della serie guardacomedovrestidiventare, e poi dettaglio su bocche fameliche che ingurgitano spaghetti, cannelloni, abbacchi, per finire con didascaliche carrellate su insalate anemiche, rapanelli, frutta su vassoi rugiadosi, pesche di stagione, sempre le superfighe di prima che masticano allegramente un sedanino o un'albicocca. Ah, che bella civiltà superiore che siamo, mi sento davvero fiero di appartenere a questo Occidente in cui l'essenziale è far credere che il superfluo sia essenziale, che i falsi problemi siano catastrofi, e le catastrofi reali cose lontane, per altri, per popoli non sviluppati come noi, che crediamo nella Dieta Mediterranea, nel Cellulare e nel Bancomat. Amen.


così parlò groucho | 14:50 | commenti (6)


venerdì, luglio 11, 2003
 

Dimmi da dove vieni…

Non per imitare l’inimitabile Naima, ma spesso è davvero interessante vedere da quali chiavi di ricerca molti navigatori pervengano al tuo blog. Ad esempio, io ho appreso che è stato molto proficuo per me citare di sfuggita, in un mio vecchio post, Veronica Lario (alias signora Berlusconi), per attirare decine di visitatori nel mio blog, e ovviamente deluderli. Del resto, ignoro totalmente cosa mai potrebbe cercare l’ignoto navigatore riguardo la moglie del nostro amato primo ministro. Ma ci sono ricerche ancora più bizzarre. Per esempio:

search.msn.com Chiave=astratto di pomodoro             Ovvero: cucina metafisica?

search.msn.com Chiave=tagli per capelli moderni      Da un incipiente calvo come me, troverai tutto.

search.tiscali.it Chiave=arghile'             Qui in Siria ce ne sono quanti ne vuoi. Accomodati.

search.tiscali.it Chiave=gli angeli con te       E con te un buon pusher.

search.tiscali.it Chiave=muri d'acqua       Ricerca più che legittima, no?

www.arianna.it Chiave=Unghie alla francese            Credevo ci fosse solo il naso...

www.google.com Chiave="la tartaruga un tempo fu"          eeh, nostalgico!

www.google.com Chiave="turbine intelligente"                   ... al contrario di molte persone, ti assicuro!

www.google.com Chiave=audio idioti             Internet ne è pieno, ma perché proprio nel mio blog?

www.google.com Chiave=belli pensieri avere forza   ... Non ti preoccupare, l’effetto passa presto.

www.google.com Chiave=CapoDanno Posacenere da terra        Un altro futurista. Parole in libertà!

www.google.com Chiave=cerca in te la forza Firmato: “Maestro Yoda”.

www.google.com Chiave=cibi surreali e assurdi Se vuoi, ho un ottimo Astratto di pomodoro...

www.google.com Chiave=cuore profumo vento lontananza  Cerca nel sito della Pausini, please.

www.google.com Chiave=essere Uhm.. chiave di ricerca un po’ vaga, non credi?

www.google.com Chiave=fidanzate di keanu reeves   ...Casomai “fidanzati”...

www.google.com Chiave=Forza e dolcezza       Sono qui, baby.

www.google.com Chiave=foto di mia sorella al mare    Questa poi...

www.google.com Chiave=foto di tuareg   Ecco, cercala anche lì, può darsi sia scappata nel deserto, con un fratello così idiota...

www.google.com Chiave=groucho Eccomi qua!

www.google.com Chiave=italo pop panino Devo aprire un blog per scoppiati, decisamente.

www.google.com Chiave=la tartaruga un giorno fu un animale che correva a testa  … in giù, vedi sopra.

www.google.com Chiave=lavori del cazzo tirare cavi       In effetti…  

www.google.com Chiave=LITIGI TRA LE COPPIE Devi andare in internet, per sentirli?

www.google.com Chiave=mi alzo Anche io, ogni mattina. E allora?

www.google.com Chiave=nomi di vento Eolo, mammolo, cucciolo…

www.google.com Chiave=paturnie Vai dalla Leli, senza passare dal via

www.google.com Chiave=seneca montagna Non vedo la relazione, ma fai pure.

www.google.com Chiave=strane sinfonie Stranissime, ne convengo.

www.google.com Chiave=tattiche per cuccare Messo bene, tu, eh…?

www.google.com Chiave=ucciso dai buttafuori Chi? Dove? Quando? ODDIO, CIRO!

www.virgilio.it Chiave=CAPRE DI CHAGALL Ti fanno “ciao!”?

www.virgilio.it Chiave=pensare blu gagarin Credo che il pusher sia un mestiere redditizio…

www.virgilio.it Chiave=vento + deserto = groucho?

www.virgilio.it Chiave=vento come immagine Un altro lisergico…

www.yahoo.com Chiave=dentifricio paperino's Ma lo fanno ancora?

www.yahoo.com Chiave=le ttere d'amore le più belli Prima impara a scrivere, poi vedremo.

www.yahoo.com Chiave=perseo e medusa disegno Questo è uno colto, come  ci è capitato da me?


così parlò groucho | 16:38 | commenti (4)


mercoledì, luglio 09, 2003
 

Per chi scrivo

Domanda che prima o poi aspetta al varco chiunque scriva con regolarità e con più o meno sopite ambizioni. Per chi scrivo? Per me stesso, in primo luogo, come tutti, del resto, inutile negarlo. A mio parere la scrittura rimane l’atto più solipsistico che si possa fare. Anche il musicista è solo, ma la musica risuona per la casa, si riversa per le strade, anche volendo non può fare a meno di non essere ascoltato. Così come il pittore, per cui è facile mostrare la tela agli amici, o magari esporla per strada. La fruizione di un testo letterario, invece, non è immediata, leggere un racconto, una poesia (per non parlare di un romanzo) richiede tempo, voglia di mettersi lì e immergersi per qualche momento nel mondo di un'altra persona. Cosa mica così semplice. E allora va a finire che perlopiù si scrive per se stessi, per rileggersi un giorno e scoprire cose che si erano dimenticate, stupirsi, magari, di come eravamo, più ingenui o più brillanti, più idioti o più saggi. Tracce che lasciamo per ritrovarci, un giorno o l’altro. Perché scrivo. A volte si scrive per la stessa ragione per la quale si urla in una vallata sovrastata da rocce impervie; si urla per affermare la propria esistenza nell’indifferenza della natura, per cercare un’eco della nostra voce, sentire la nostra solitudine moltiplicata rimbalzare tra le pareti nude delle rocce, illuderci di poter fronteggiare la desolazione che ci circonda armati di questi suoni senza vita, parole senza involucro, illusioni acustiche. Nel deserto non c’è eco. Il grido si disperde come la sabbia alzata dal vento, ma almeno lei ha la speranza di posarsi, un giorno, sui tetti di una città, sulla superficie di un lago, sulla pelle sottile di una donna. La voce, si perde e nient’altro, inghiottita dal silenzio smisurato del deserto, annullata, umiliata dal nulla. Il mare, al contrario, la soffoca con il suo fragore, la annega tra le onde, la spezza sugli scogli come la chiglia fragile di una zattera con cui ci illudevamo di poter scappare, chissà dove. Nella città la parola si trasforma subito in brusio, si sovrappone alle altre, a migliaia, si confonde per ridursi ad una sorta di silenzio rumoroso, spogliandosi di ogni senso, percepita solo come un fastidioso rumore di fondo.

Perché scrivi? Perché solo sul foglio la parola si riappropria di un significato, acquista vita, volume, concretezza. Può pesare sullo stomaco di chi legge (ma prima, come pesava dentro colui che la stava scrivendo), o può accarezzare come una stoffa leggera che ci veste l’anima, ci inebria i sensi, ance se solo per un attimo, il tempo delle sensazioni più forti.

Perché scrivo. Forse perché come noi respiriamo, anche quella che chiamiamo anima, a volte, ha bisogno di farlo.


così parlò groucho | 22:42 | commenti (8)


lunedì, luglio 07, 2003
 

Elogio del disordine (ovvero, il disordine necessario)

Ultimamente mi scopro di essere più ordinato di un tempo. Voglio dire, sono lontani i tempi dell’adolescenza quando lasciavo per la casa magliette sporche, calzini, scarpe, pantaloni in ordine sparso, con mia madre pronta a raccogliere tutto e piegarlo per bene, come solo le mamme sanno fare, naturalmente il tutto accompagnato da rimbrotti e rimproveri veementi quanto vani. Sono passati anche i tempi in cui la casa dove vivevo come studente universitario era la pubblicità del caos, inno all’entropia, centrifuga continua di oggetti, bottiglie vuote, patatine sotto il letto, vestiti inestricabilmente appallottolati e poi dimenticati in angoli sperduti dell’armadio, libri ovunque, anche in bagno, poster mai attaccati, fotografie dotate di vita propria che ogni tanto apparivano nelle credenze accanto allo zucchero. Ora, niente di tutto ciò. Anzi, devo dire che sono diventato quasi pignolo nel ripiegare subito ciò che ho steso, nel rimettere in ordine la cucina dopo i pasti, riporre i vestiti negli armadi e nei cassetti, i libri negli scaffali. Dà un certo piacere tornare a casa e trovare la casa pulita e in ordine, il letto non disfatto, tutte le cose al loro posto. Allo stesso tempo, però, quando un minimo di disordine si riaffaccia (inevitabilmente) in qualche punto dell’appartamento, il piacere è quasi analogo: è come se trovassi un segno di vita, un indizio della mia esistenza che si è impigliato in una maniglia, su un comodino, è rimasto incagliato sopra un tavolinetto del soggiorno. Diciamolo, le case perfettamente in ordine, la camere linde, senza una piega, danno un po’ l’idea di una camera d’albergo, piacevole quanto si vuole ma impersonale, asettica. Il disordine, almeno in minima parte, è vita, è segno che ci siamo, che ci muoviamo e con noi si muove tutto un simpatico contingente di oggetti, dimenticati lì per la fretta, per distrazione, per ricordarci qualcosa…. Non dimentichiamo infatti la memoria degli oggetti. “Lascio questi fogli qui perché li devo prendere prima di uscire….” . Ma se i fogli hanno memoria, noi no, e finisce che usciamo lasciando il nostro promemoria lì dove l’avevamo messo, pronto ad ammonirci, al nostro ritorno, e a rinfacciarci la nostra distrazione. Gli oggetti sono anche latori di messaggi intimidatori: sul frigo spesso campeggia il post-it giallo con esclamazioni perentorie come compra il latte!, Ricordati la frutta!, o analoghi biglietti in bagno, sul comodino, sul tavolinetto vicino all’ingresso, sul telefono. Telefona a Sandro! Paga la bolletta! Ricordati di passare da Tizio!. Macché. Tutto inutile, il disordine ce l’abbiamo dentro, tutti gli impegni, i pensieri, i timori, i sogni, tutto accatastato dentro la testa come in una soffitta polverosa e stipata all’inverosimile, dove troverai tutto, prima o poi, ma solo cercando molto bene, e con molta calma. Invece la fretta ci frega, ci fa vivere in costante e precario equilibrio tra ordine e caos, tra necessità di porre un argine alle cose e ai pensieri e l’ineluttabile tracimazione, basta una telefonata inattesa, un impegno imprevisto, un appuntamento saltato. Forse è per questo che scriviamo nei blog, o teniamo diari, smemorande, quaderni in cui appuntare quello che ci passa nella mente: è la necessità di fermare le cose, cristallizzare i pensieri, di fare un minimo di ordine, anche se per poco. Dante volle ordinare il caos infernale e i regni ultraterreni scandendoli al ritmo regolare della terzina, inchiavardandoli con le rime, ingabbiandoli nella simmetria del numero 3, il numero perfetto, eterno, geometrico. Noi, ci basta qualche paginetta di smemo, o un breve delirio sul nostro blog.

Ecco, ora mi sento più ordinato, posso tornare al mio quotidiano disordine necessario.


così parlò groucho | 10:23 | commenti (6)


sabato, luglio 05, 2003
 

Incomunicabilità

Si sa, l'eccesso porta a risultati opposti a quelli che ci si proponeva. Così, a mio avviso, vale anche per questa tanto celebrata civiltà della comunicazione. Telefonini, internet, canali satellitari, linee dsl. Sta di fatto che ormai non mi è più possibile parlare in santa pace con una persona che squilla il cellulare. "Scusa, eh... faccio in un attimo"; "figurati...". L'attimo, nel migliore dei casi, è sempre qualche minuto, se non addirittura parecchi minuti, e tu lì a rigirarti i pollici, contare le briciole sul tavolo, osservare i vestiti della gente, leggiucchiare qualche pagina del giornale, senza impegno, magari finisce davvero presto... "Scusa, ho fatto, era una cosa abbastanza importante, scusa davvero... dicevi?" Dicevo che.... ma non fai in tempo a riformulare il tuo pensiero in maniera decente che subito la suoneria (di solito idiota e invadente "così si sente anche nella borsa chiusa/nel traffico/dentro il cappotto/dall'altra parte della casa".... sarà) interrompe sul più bello il tuo discorso e ricominciano le scuse, riprende il teatrino di cui sopra. Vabbè, tu dici, magari ne approfitto anche io per mandare qualche sms. Ed è qui che si concretizza il massimo della comunicazione: due persone allo stesso tavolo che si ignorano completamente, uno perso in una telefonata, l'altro a mandare messaggi in ogni angolo dell'orbe terracqueo. Il massimo è quando i due si ignorano per mandare qua e là messaggi come fossero le ultime volontà al mondo. Personalmente, non capisco tutta questa ansia di cercare di essere sempre reperibili, anzi quando ci penso mi viene la claustrofobia e un po' d'ansia, il fatto che chiunque, in qualsiasi momento, ovunque io sia mi possa rompere i marroni mi rende ulteriormente misantropo. "Basta spegnerlo, il cellulare, no?" Ti dicono con aria ciellina i beati possessori di cellulari, ma poi quando lo fai davvero (loro non lo fanno nemmeno al cinema) ti dicono "Ma come, l'hai spento? Che l'hai comprato a fare, allora?" Appunto. Quello che mi chiedo anche io. Scusatemi, non è per fare il cinico a tutti i costi, ma io proprio non ci tengo a essere sempre reperibile, casomai il contrario, voglio essere il meno reperibile possibile, il mondo è pieno di rompicoglioni che hanno avuto il tuo numero da qualcuno, e ti chiamano ti invitano a feste noiose, a vedere film orrendi, a casa di amici idioti, ed io che non so dire di no ci casco sempre, e poi mi incazzo. Lo ammetto, la colpa è solo mia, ma quando, perdio, voglio incontrarmi con qualcuno, parlare a quattr'occhi di cose anche importanti, non sopporto di vedere il mio interlocutore continuamente distratto da telefonate che poi si concludono sempre con sbuffi, scuse, maledizioni (ma allora spegnilo, 'sto cazzo di cellulare, no), o magari un incessante bombardamento di messaggini con faccine, saluti, musichette inviate, richieste a cui l'interlocutore non può non rispondere con un altro messaggio, per poi ricevere la controrisposta, e così via. Torni a casa che sei spossato, snervato, non hai detto niente, e hai speso a tua volta decine di euro in sms per passare il tempo morto.

Kafka, sono sicuro, ne avrebbe fatto un romanzo.


così parlò groucho | 22:54 | commenti (4)


venerdì, luglio 04, 2003
 

Distrazione

Chi mi conosce lo sa, sono molto distratto. Ho perso molte cose, nella mia vita, anche cose a cui tenevo; per me non vale l'assioma che se tieni veramente a qualcosa non lo perdi. Oppure, semplicemente, non tengo davvero a niente. Anche questo è possibile, e a volte penso che sia così. Del resto ho perso molte cose che ritenevo quasi importanti: da bambino giocattoli che mi piacevano anche molto, i miei amici preferiti, una bicicletta, il mio cane (quasi, poi l'ho recuperato). Più tardi ho perso buone occasioni, ragazze, lavori, libri che ancora dovevo leggere, libri che mi avevano cambiato la vita, momenti importanti, gesti che avrei dovuto notare con attenzione, sguardi rivolti a me ma che ho lasciato cadere nel vuoto, parole da dire, parole da ascoltare. Ho perso poesie, canzoni, racconti, frasi che mi sono passate davanti come autobus senza che io le abbia potute fermare su un foglio, su un taccuino, su un tovagliolo di risyorante, o almeno nella mente, una mente troppo distratta (da cosa, poi?) per concentrarsi almeno un minuto su qualcosa. Ho perso dischi, cd, i testi di canzoni che ritenevo immortali, illusioni che credevo reali, convinzioni che pensavo irremovibili. E invece, come le nevi che chiamiamo perenni e che a poco a poco si stanno sciogliendo, tutto mi è scivolato addosso giorno dopo giorno, dopo un incontro, un viaggio, un risveglio improvviso. Ho svuotato le tasche e ho scoperto di aver perso forse più di quanto avevo raccolto per terra. Raccoglievo una cosa e ne lasciavo due, tre, passioni, pensieri, sogni, per poi stupirmi di non trovarli più. Ho lasciato per strada gli indizi della mia distrazione, della mia superficialità, del mio essere spesso di passaggio, o di troppo, o semplicemente superfluo. L'unica direzione per chi è superfluo è il continuo cammino, così da poter quasi sembrare stabile, come nell'illusione che dà il treno in partenza accanto al nostro, fermo alla stazione: pensiamo sempre che siamo noi a partire, e lui stia fermo. Ecco, il senso delle mie continue partenze sta qui, in questa necessità di illusione, mia e altrui, di non sembrare io quello di passaggio, ma loro, per credermi almeno un momento stabile, concreto, fermo in una decisione, in una convinzione. In un sentimento. Ma poi, inesorabilmente, mi distraggo, e dalle tasche cade di tutto, senza che io me ne accorga, magari anche senza che lo voglia. Ma lo voglio davvero?


così parlò groucho | 22:05 | commenti (7)


giovedì, luglio 03, 2003
 

Message in a bottle

Ho scelto una bottiglia fragile, di quelle con il collo stretto e lungo, da grappa, per intenderci, del resto cosa ti aspettavi, da un vecchio ubriacone come me (oddio, non sono poi così vecchio... o sì?). Ho scelto una bottiglia in grado di affondare presto, ho paura dei messaggi lanciati così, nelle onde di qualcosa che non riesco a controllare, chissà chi le raccoglie, chi le legge, chi le usa, o le disperde. La bottiglia sa ancora di quello che ha contenuto per tanto tempo, anche la carta si impregnerà dello stesso profumo, e forse ti inebrierà un po' quando la prenderai tra le mani, se mai ti arriverà. Ho scelto il giorno in cui le onde sono più furenti e alte, cavalloni in cui da bambino mi piaceva gettarmi a capofitto e tornare sconfitto a riva, trascinato nel risucchio; la forza del mare scaglierà lontano le parole come una raffica di pietruzze raccolte sulla riva, il sale entrerà nella bottiglia e l'inchiostro si dilaterà, lasciando lunghe macchie come nel viso truccato di una donna sotto la pioggia, quella donna sei tu, e la pioggia sono le parole che vorrei dirti ma che non ci stanno tutte in una lettera, in una bottiglia, in una vita, in un mare. Pioverà a lungo, e allora forse avrò detto abbastanza. Ma la bottiglia è fragile, le onde divampano schiumanti di rabbia, una rabbia antica e incomprensibile, magnifica e terrificante, la bottiglia annegherà tra i marosi, si schianterà su qualche scoglio, approderà in porti sbagliati, dove parlano lingue diverse, e nessuno comprenderà ciò che ho scritto. Eccola tra le mani color deserto di una donna vestita di chiaro: ecco le parole cadere sulla terra riarsa di un paese straniero; eccola, la lettera, fradicia e illeggibile, appesa al cielo caldo di un nomade che la porterà con sé senza motivo, come un misterioso talismano in grado di sopire gli spiriti malvagi. Eccomi tra le tue mani, ormai ignare di me, che non sapranno decodificare i segni avvizziti di un amore che non avevo mai confessato quando le stringevo tra le mie, in cui ancora non sapevo, non sapevamo, non c'eravamo nemmeno. Che senso ha ormai, il mare è in burrasca, la bottiglia troppo fragile, il naufragio certo. Se mai si salverà, sarà bersagliata dalle sassate di bambini a riva, in una tranquilla domenica balneare, tra turisti distratti e madri unte di olii abbronzanti. Sarai forse lì anche tu, con la sabbia a giocare tra le pieghe del tuo corpo, con il vento salato a impigliarsi tra i capelli, sulla sponda umida dove la risacca restituisce cadaveri d'onde. Aspettami, aspetta le mie parole, aspetta l'eco della mia distanza, stringimi a te come potrai, se vorrai. Se ci sarai.


così parlò groucho | 00:37 | commenti (8)


martedì, luglio 01, 2003
 

In cammino

Avanti. Come le stagioni, come il tempo, lui sì che ha capito tutto della vita, guardare sempre avanti, bruciare ogni attimo come fosse l'ultimo, è l'ultimo, è passato, sono invecchiato di un secondo, un minuto, in quel minuto è nato un capello bianco, una ruga sta solcando la pelle con il suo aratro che semina il passato e ne nascono frutti che non potrai più cogliere, perché indietro, non si torna. Un minuto e passa la mezzanotte, il Capodanno del millennio, in un attimo un'era si dilegua e noi lì a stupirci che tutto sia uguale ad un secolo fa, ad un minuto fa, come le cose dovessero cambiare al canto del gallo, quando ci si alza più stanchi e solo allora ci si accorge che il tempo è passato, insesorabile corre a lunghe falcate, silenziose e felpate, ma ti distrai un attimo ed è come un bambino che un attimo fa era qui e adesso, eccolo, sta cadendo dal balcone, bisogna fermarlo, ma lui cade, e noi con lui, non credevamo che cadere fosse così semplice, che morire fosse così a portata di mano, eppure eccoci qui, sull'orlo dello specchio con una pietra al collo, usciamo per strada e vediamo solo moribondi, tutti che attimo dopo attimo consumano la vita come una sigaretta che credono inestinguibile, eppure quel fumo siamo noi, la brace ci dice che siamo ancora vivi, ma chi tira così avidamente dall'altra parte, maledizione, chi è il Grande Fumatore che ci consuma a poco a poco (è proprio vero che il fumo passivo è più dannoso), il Tabagista Cosmico che fa fumo della vita, polvere di stelle, vento dei pensieri, silenzio del mondo. Fuma nel Silenzio, riduce tutto a silenzio. E noi, che ci spaventiamo se la radio che non ci accompagna in macchina, se il cd non va più, se al ristorante non parliamo per qualche secondo, e ci guardiamo intorno imbarazzati, in cerca di argomenti banali. Tutto, meglio che il silenzio. E lui, tranquillo, col silenzio ci fa cerchi di fumo, volute a ritmo di jazz (Charlie Parker è lassù che suona per Lui e si diverte un casino, con Chet Baker, Miles Davis e compagnia bella), sminuzza costellazioni che a guardarle da qui danno la vertigine, con la loro luce che proviene da chissà quali ere, quanti secoli, millenni fa, e loro, cosa vedranno loro, di noi? L'homo sapiens che impara a ergersi su due gambe? Il fuoco che balugina nelle mani stupefatte di qualche ominide? Le grandi civiltà dei fiumi, o le guerre cruente in nome di qualche dio iracondo e sanguinario? Altrove, ci guardano a ritroso, ma noi, noi non possiamo voltarci più indietro, se non nei libri di storia. Noi andiamo avanti, con una leggera nausea da gestante partoriamo ogni attimo un nuovo conato di vita, sempre attenti che non sia troppo differente da quello appena passato, perché se non possiamo rivivere il passato almeno cerchiamo di perpetuarlo, di fare in modo che ogni attimo, ogni minuto, ora - o era - futura sia uguale alla precedente, perché solo così ci sentiamo protetti, sicuri da quel buco nero che ci fagocita malgrado noi, il Grande Posacenere che ci attende si avvicina sempre di più e noi, chissà perché, cerchiamo di difenderci con un'armatura di giorni fatti tutti uguali, forgiati allo stesso modo, greve fardello che dovrebbe farci sentire più al sicuro, chissà da cosa, chissà come. Guardare avanti per vedere solo quello che abbiamo lasciato dietro, in un gioco di specchi che dovrebbe consolarci, e invece ci spaventa ancora di più, perché il Tempo la sa più lunga di noi, lui è il cammino che ci porta solo avanti, e noi, parossistici burattini, cerchiamo di dominarlo con meridiane, pendole, orologi da tasca, al quarzo, digitali, cronografi al millesimo, tutto per cercare di far sembrare più lungo anche un solo minuto, di frantumarlo in tante piccole parti, magari prima o poi ne perde una, come le perle di una collana che si sfalda nel grande salone affollato, e nessuno sarà più in grado di riunire. E invece. Il tempo lo sa bene che il fumo nuoce gravemente alla salute, basta aspettare. La sigaretta arriverà al filtro, la brace smetterà di rosseggiare. La caduta sarà breve, dalla bocca all'asfalto. Oppure, chissà, ci scaraventerà via con un colpo di dita, come una biglia. Proprio così, in uno schiocco di dita. Snap. E tutto è finito.


così parlò groucho | 00:14 | commenti (8)