...a forza di essere vento


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Per andare molto in alto o molto in basso, dove gli angeli sono più belli






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venerdì, agosto 29, 2003
 

Bisanzio forse e' solo un simolo insondabile, segreto ambiguo come questa vita. Bisanzio e' un mito che non mi e' consueto, Bisanzio e' un sogno che si fa incompleto. Bisanzio forse non e' mai esistita, e ancora ignoro, e un'altra notte e' andata; Lucifero e' gia' sorta e si alza un po' di vento, c'e' freddo sulla torre, o e' l'eta' mia malata, confondo výta e morte e non so chi e' passata. Mi copro col mantello il capo e piu' non sento, e mi addormento, mi addormento.Mi addormento...

Bisanzio, Francesco Guccini (cantata a squarciagola sul traghetto che attraversa il Bosforo)

 


così parlò groucho | 18:40 | commenti (4)


mercoledì, agosto 27, 2003
 

Cose turche

Sono a Istanbul. Un internet cafe' (dannata tastiera turca, perdonerete gli errori). Istanbul e' molto piu' occidentale di quanto mi aspettassi, a volte mi ricorda Praga, solo con piu' minareti e un fiume (si fa per dire) un po' piu' grande. Al vento fresco che sfiora il Bosforo si attiva dentro di me un processo di rievocazione che coinvolge i viaggi che ho fatto o plasma dal desiderio e dalla fantasia quelli che faro' (Lisbona, per esempio, dove non sono mai stato, ma da come la descrive Pessoa, o la vede Wenders, ha angoli simili a questi sulle colline che si arrampicano sopra Istanbul, e anche le case sono costruite allo stesso modo). Ecco perche' viaggiare e' magnifico. E' un modo per riappropriarsi di tutti i viaggi compiuti in precedenza e in parte dimenticati, almeno in certi dettagli, scintille che si ravvivano dentro di noi come per magia. Ma in realta' e' il semplice risultato di due pietre sfregate tra loro, la scoperta atavica del fuoco. I ricordi passati, pietre depositate che lastricano la nostra memoria di un sentiero che mai potremo ripercorrere a ritroso per intero, reagiscono a contatto con le nuove pietre con cui stiamo edificando il nostro presente, e questo contatto provoca scintille da cui scaturiscono emozioni e ricordi che consideravamo perduti. E qui, tra oriente e occidente, mi ritrovo a ripensare a Praga, a Stoccolma, a una mai vista (ma letta, spesso) Lisbona, al calore di Madrýd e alle atmosere arabe ormai a me familiari. Viaggiare non solo per conoscere ma anche per ritrovarsi, ri-conoscersi, perdersi nelle vie ignote di una citta' sconosciuta per ritrovarne altre, piu' profonde, piu' tortuose, che ci appartengono da sempre ma di cui avevamo perso il bandolo. Guardare avanti pensando al prossimo viaggio e' un po' come guardarsi allo specchio di quel quadro di Magritte, in cui l' immagine riflessa sono le nostre spalle, la nostra nuca, tutto cio' a cui il nostro normale sguardo non arriva.


così parlò groucho | 19:00 | commenti (3)


sabato, agosto 16, 2003
 

Prima della partenza

Non credo di aver dimenticato niente. Poche paia di pantaloni, poche magliette, intimo uomo primavera estate 2003, sì, ho tutto. Il mio taccuino nero, fondamentale, posso dimenticarmi tutto ma non quello, e i libri, il viaggio sarà lungo, attraversare tutta la Turchia in pullman da sud a nord. La macchina fotografica, ecco, la metto a portata di mano. Ora dovrei avere proprio tutto. Dio, quanto odio fare le valigie. Se non fosse per i bagagli, viaggerei ogni giorno in un luogo diverso del mondo. Come invidio i ricchi viaggiatori di inizio secolo, che compravano ogni cosa in loco e poi abbandonavano tutto nell'hotel, per ricomprare di nuovo ogni cosa alla destinazione successiva. Ecco, avessi i soldi, davvero tanti, farei così. Anche se, confesso, odio anche fare shopping. Ma lasciamo perdere, dicevo, ho tutto. O credo. Viaggiare è la cosa più bella del mondo, dicevo, peccato le valigie. Eppure anche loro hanno il loro fascino, già esse stesse sono il viaggio, così aperte in casa prima della partenza fanno già respirare un'aria diversa. Peccato siano così maledettamente pesanti. Ma non porto molto, lo giuro: poche paia di pantaloni, poche magliette, il necessario per la toilette. Ah, le ciabatte. E il pigiama. Io senza pigiama non vado da nessuna parte. Uffa, così la borsa si sta gonfiando sempre di più, va a finire che devo usare la valigia, quella rigida che è già pesante vuota, figuriamoci con la roba dentro. No, no e poi no. Poche magliette, due paia di pantaloni (facciamo tre?)... una camicia? Solo una, però. Ah, un maglia di cotone, magari sul Bosforo è più fresco.

E' così che le valigie si impossessano di noi. Noi crediamo sempre di poterle dominare, ma in realtà è il contrario. Sono creature subdole e mostruose, in grado di lievitare sotto i nostri occhi come un sufflè in continua espansione, come un pensiero fisso che più tentiamo di scacciare più cresce nella nostra mente fino ad occuparne tutto lo spazio.... maledette. Più vuoi contenere il volume della tua valigia, più lei si gonfierà fino a scoppiare, fino a spingerti a sceglierne una più grande. Ma più la valigia è grande, più roba sei spinto a metterci. E' un circolo perverso, che ti porta a uscire per un weekend con 2 trolley, una borsa di cazzate e una tracolla con non sai più che cosa, ma era lì e l'hai riempita. E poi giuri sempre che è l'ultima volta. Come l'ultima sbornia, l'ultima sigaretta, l'ultimo amore...


così parlò groucho | 22:00 | commenti (5)


venerdì, agosto 15, 2003
 

Buone vacanze

Per chi mi cercasse, dalla prossima settimana mi può trovare QUI, nella leggendaria Costantinopoli, nell'antica Bisanzio, nell'unica città al mondo tra due continenti, Istanbul. A settembre, tribù.

 

 

 

 


così parlò groucho | 13:52 | commenti (4)


giovedì, agosto 14, 2003
 

Quando il buitre volava sull’erba del Bernabeu… (ode al calcio, a quello vero)

… Io c’ero. Quando capitan Scirea troneggiava nella sua area di rigore, e talvolta si avventurava in quella avversaria segnando pure e mantenendo sempre impeccabile la sua frangetta, io c’ero. Quando Cuccureddu diventò un nome mitico, quando Cabrini si affacciò nei sogni delle adolescenti e Tardelli non faceva ancora la pubblicità dei dietetici, io c’ero. Quando Santillana, senza un rene, si inarcava nell’area di rigore e segnava di testa, SEMPRE contro l’Inter (bastardo), io c’ero. Quando Bettega “incornava” in torsione, o quando triangolava con Rossi per l’unica sconfitta dell’Argentina nella Coppa del Mondo ’78, cazzo, io c’ero. Quando l’Olanda, la squadra più forte del mondo e più bella da vedere, riusciva a perdere due finali consecutive con gente come Cruiyf, René e Wily Van de kerkov, Krol, Rep Neskens e in porta un trippone bravissimo di cui mi sfugge il nome, ebbene, c’ero. Quando un giovane bresciano, a cui i genitori avevano affibiato sadicamente un nome come Evaristo non contenti già di chiamarsi Beccalossi, diventava quasi un genio del calcio italiano, un idolo delle folle (naturalmente interiste, quale altra squadra poteva avere un fuoriclasse dal nome così assurdo, da libro di Benni?), ebbene, io c’ero, e lo ammiravo a mia volta, lo reclamavo in nazionale. Quando Pasinato (amici interisti, non applaudite, anche se sento fin qui il vostro palpito cardiaco accelerare al suono di questo nome…) superava la trequarti a “lunge falcate”, quando il Perugia di Castagner (Malizia, Nappi Ceccarini, Casarsa, Speggiorin, e cito alla rinfusa) finiva il campionato imbattuto, quando la Juve inanellava scudetti e vittorie in patria e sconfitte in coppa (Arsenal, Amburgo, Aston Villa, anche qui cito alla rinfusa…). Quando Rivera finiva la sua carriera e Calloni tirava pessimi rigori, quando Giussi Farina non era ancora scappato con il malloppo in qualche paradiso fiscale tropicale, quando il Milan retrocedeva in B per propri demeriti, ebbene io c’ero (e godevo, scusate, amici milanisti). Quando Platini, trotterellando nella metà campo, lanciava d’improvviso un pallone non per Boniek, ma per la scarpa di Boniek, che galoppava inarrestabile fino a fulminare in diagonale il portiere avversario, c’ero anche lì, come c’ero quando sempre Platini, dalla lunetta, sistemava sornione la palla e poi pennellava una traiettoria euclidea dove nemmeno il suo acerrimo nemico Tancredi poteva arrivare. Quando la Roma perse il campionato in casa contro il già retrocesso Lecce e Venditti agonizzava in tribuna, con la sua canzone ricacciata nell’esofago, c’ero. Quando Gianni Brera scriveva pezzi d’antologia per le colonne della Repubblica, e riusciva a nobilitare uno sport idiota come il calcio citando Sartre, parlando dei vitigni di Franciacorta e dei chiaroscuri di Rembrant, io c’ero. Quando Sandro Viola commentava le partite con ironia unica, rendendo intelligente un gioco stupido come il calcio, anche lì c’ero. Quando il calcio era ancora uno sport interessante, addirittura bello, quasi artistico, a volte, poetico, perché no. Quando si giocava solo la domenica pomeriggio, come cantava la Pavone, e il mercoledì era IL MERCOLEDI’ DI COPPA - cazzo amore mio, ma proprio oggi vuoi andare al cinema -, ecco, io c’ero, e lo amavo anche, questo sport idiota, stupido, miliardario. Appassionante, unico, bellissimo.


così parlò groucho | 22:04 | commenti (1)


mercoledì, agosto 13, 2003
 

Tempesta di sabbia

So già cosa mi mancherà di più di questa città, quando (se) me ne andrò. Le tempeste di sabbia. Quei giorni in cui la città è cancellata da un pulviscolo accecante, battuta da un vento giallo e rugginoso, gli alberi piegati, i panni e i tendaggi che sventolano come impazziti scossi da sussulti. Le poche persone in giro che stringono gli occhi e si reggono in equilibrio a stento, cercando scampo dalla sabbia e zavorrandosi a qualsiasi cosa contro le folate più rapaci. E tutto sotto una luce irreale, pervasiva, accecante, senza contorni, una foschia sabbiosa che si inalvea ovunque, in ogni via, ricade sul grande edificio della Banca Centrale, sulle moschee con i loro imam in attesa, sulle auto in sosta e su quelle che si muovono, per un volta più prudenti, sulle strade del centro. Più dei suq odorosi e variopinti, più delle strade della medina, più di ogni altra cosa sentirò la mancanza di questa fastidiosissima, irritante, ma incredibilmente particolare tempesta di sabbia che di tanto in tanto squassa le strade e i palazzi e i giardini e gli odori di questa città, di questo mondo.


così parlò groucho | 23:44 | commenti (5)


lunedì, agosto 11, 2003
 

Inizia con il piccolo ed il semplice per conseguire il grande ed il complesso. Tutto ciò che è complesso ha inizio da ciò che è semplice. Tutto ciò che è grande si produce da ciò che è piccolo. Così il saggio non fa nulla di grande, ma tuttavia realizza la grandezza.

Tao-Teh-Ching


così parlò groucho | 22:19 | commenti (2)


venerdì, agosto 08, 2003
 

Ancora Haiku

 

C’ero soltanto.
C’ero. Intorno
mi cadeva la neve.
 

Non sa che taglieranno
L’albero l’uccellino:
prepara il nido.



Mondo di rugiada
solo un mondo di rugiada
che svapora.

Kobayashi Issa (1763 - 1828)















così parlò groucho | 21:45 | commenti (2)
 

Pollicino

Ci sono, sono ancora qui, se taccio nel blog non è detto che faccia lo stesso altrove. Ho i miei taccuini, i fogli sparsi, le lettere cartacee, la penna il cui uso sembra sempre più raro, in un'era digitale e digitalizzata. Ci sono. Continuo a scrivere, a lasciare tracce, orme, impronte, scure e minute, come faceva Pollicino per ritrovare la strada spezzetto briciole dietro di me, inchiostro e parole. Per non perdere la strada.

A proposito:

Vorrei essere l'uomo che ami. Vorrei essere l'uomo che cerchi tra la folla, sai che c'è anche se non è con te, anche se non c'è ancora. Vorrei essere l'uomo che abbracci quando hai paura, o sei felice. Vorrei essere l'uomo che odi perché non è come vorresti, eppure non puoi farne a meno. Vorrei essere l'uomo che stringi tra le braccia mentre leggi un libro, o telefoni, o semplicemente perché ti va. Vorrei essere l'uomo che non riesci a dimenticare, l'uomo che non incontrerai mai ma che non ti stanchi di cercare. Vorrei essere l'uomo che ami, semplicemente. L'uomo con cui ti svegli, a cui doni il primo sorriso, con gli occhi ancora carichi di sonno, col viso impastato di notte e d'amore. Vorrei essere l'uomo che lasci piangendo, che non ti capaciti di averlo fatto, che fuggi sperando di esserne inseguita. Vorrei essere tutto questo, e tutto questo è semplicemente un uomo, il tuo uomo, ciò che non sarò mai, e tu non saprai mai che voglio essere.


così parlò groucho | 13:49 | commenti (9)


sabato, agosto 02, 2003
 

 

 

 

 

 

Non vi è nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo né estinzione. Non è reale né illusorio, non è così né diverso.

Sutra del loto, cap. XVI


così parlò groucho | 14:22 | commenti (5)


venerdì, agosto 01, 2003
 

Vangelo secondo Tommaso

Non lo sapevo. In rete si imparano molte cose. Tra cui l'esistenza di un Vangelo di Tommaso, mai diffuso dalla Chiesa Cattolica ma che da molti studiosi è reputato il più affidabile e fedele al vero insegnamento del Cristo (potete leggere ulteriori informazioni al sito: www.consapevolezza.it, non fatevi sviare dal titolo un po' new age del sito). Ne ho letto qualche brano. C'è un passaggio che mi ha colpito: alla domanda degli apostoli sulla necessità o meno di digiunare e altre pratiche simili, Gesù risponde: "non dite sciocchezze e non fate ciò che non sentite di fare; giacché tutto si svela davanti alla Verità. Infatti non vi è nulla di nascosto che non venga alla luce e nulla di celato che rimanga senza divenire manifesto". Ma la frase più sisgnificativa è questa: "Non ciò che entra nella vostra bocca vi contamina, bensì ciò che ne esce". Bellissimo, a mio parere, e molto vero. E parlo da non cattolico.


così parlò groucho | 16:59 | commenti (7)