...a forza di essere vento


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giovedì, settembre 25, 2003
 

Tu vvo fa’ l’americano…(lo so cosa mi sto tirando dietro, lo so....)

Con questo post vorrei rispondere a vari bloggers con cui intrattengo (per me piacevolmente) uno scambio di commenti nei loro blog. Si tratta, ohibò, del tema “America, democrazia, antiamericanismo” e chi più ne ha più ne metta. Il discorso si stava dilatando a dismisura, perciò preferisco intervenire qui “a casa mia” (come dice blaue), piuttosto che lasciare commenti chilometrici altrove. Allora, premetto che tutto questo dibattito seguito all’11 settembre (già dal primo nefasto giorno di due anni fa), mi sembra capzioso e deviato, in malafede, da una parte e dall’altra verso posizioni poco lucide e obbiettive. Da una parte abbiamo gli “antiamerikani”, quelli che, concitatamente e spesso ciecamente, si dichiarano contro l’impero americano in (quasi) tutte le sue manifestazioni, e sfilano contro guerra “senza se e senza ma” limitando le loro argomentazioni a questo slogan, il che sinceramente mi sembra un po’ pochino, soprattutto se poi si cade in una logica muro contro muro fatta di rancore, violenza verbale e astio che non fanno che rafforzare la fazione opposta. Costituita, questa, dai filoamericani a oltranza, quelli che ci ricordano la Liberazione e i piani Marshall quasi come ricatti per dimostrare eterna e cieca gratitudine (per non dire subordinazione) all’Amico Americano, senza nemmeno potergli contestare le inevitabili contraddizioni, episodi della sua storia non certo edificanti, perché come osate, siete comunisti, antisemiti, o peggio nazisti, eccetera, in una sequela di accuse che non risponde MAI nemmeno ad una delle questioni che vengono poste. Mi sembra che Griso e Newblognewblog non facciano parte di quest’ultima progenie, o almeno è possibile discutere serenamente senza essere tacciati delle peggiori malefatte solo perché si dichiara che Hiroshima non è certo un fiore all’occhiello del nostro Amico Americano, né la pena di morte, tuttora in vigore in molti stati, lo rende specchio esemplare dei diritti umani. Io, però, al Griso e a Newblognewblog, vorrei dire qualcosa. A proposito di democrazia, alla mia osservazione che in America il presidente rappresenta a malapena il 28% della popolazione, data la bassissima percentuale di votanti, il Griso risponde che “democrazia è partecipazione” (come diceva il povero Gaber, più o meno…) e se c’è chi non partecipa, peggio per lui. Ora, a me questo ragionamento sembra un po’ troppo semplicistico. Se fai un’affermazione, devi anche riconoscere la veridicità del suo contrario, ovvero “la non partecipazione non è democrazia”, ma allora qui cadi in un tranello che tu stesso hai costruito, visto che si potrebbe ribatterti che, secondo questa controaffermazione, in America non c’è piena democrazia. Io, piuttosto, penso che se in uno stato democratico (e quindi partecipativo, sono d’accordo) manca la partecipazione, ci si deve interrogare sul perché di ciò, preoccuparsene, trovare dei rimedi per questo clamoroso scollamento tra classe politica e popolazione attiva. Forse molti americani non votano perché le schede elettorali non vengono distribuite a domicilio, ma bisogna procurarsele in uffici appositi nella città principale di ogni Stato, cosa che in un paese così smisurato significa ore di viaggio, file e perdite di tempo e vari altri problemi, soprattutto per chi abita nei piccoli aggregati, per i poveracci e per una buona percentuale di neri compresa in queste categorie. Poi. Mi risulta che in 13 stati americani (più di un quarto del totale) chiunque abbia subito una condanna penale – anche solo per furto o per emissione di un assegno falso – viene privato, a vita, del diritto di voto. Il risultato di ciò è che il 2% della popolazione non ha il piacere di partecipare, percentuale che, limitati alla popolazione di colore, in alcuni stati come Alabama e Florida raggiunge il 30%. Così, più che ad una democrazia, sembra di rivedere l’Aristocrazia di Platone o Aristotele, dove solo pochi privilegiati potevano partecipare alla politica. Eccolo, è l’antiamericano che parla, belzebù. Vi prego, no. Semplicemente, penso che per ogni effetto ci sia una causa, o più cause, la ricerca e l’analisi delle quali non è né facile né agevole, ma non per questo meno necessaria per capire meglio, ed evitare che gli stessi effetti si ripetano in futuro. Ecco, io vedo in molti atteggiamenti, da una parte e dall’altra, solo la ricerca del rimedio per eliminare il tumore ormai allo stato terminale (Bin Laden da una parte, o Saddam, dall’altra la non rielezione di Bush, o magari peggio, o il “ben gli sta” ai tempi dell’11 settembre). Ma tutto ciò mi sembra un atteggiamento troppo semplicistico. E’ troppo semplice incarnare nel concetto di “America” solo Gerge W. Bush e i suoi collaboratori democraticamente eletti dal 28% della popolazione (il resto, cavoli loro). Prendere o lasciare. Il concetto di America è un qualcosa di così complesso e articolato che non merita di essere riassunto in maniera così limitata ed episodica. Io amo l’America del jazz, di Sachmo e Miles Davis, di Ornette Coleman e Bix Beiderbecke. L’America di Steinbeck e Dos Passos, di Don De Lillo e Raymond Chandler, di Hemingway e dei suoi “nipotini”, da McInerney a Wallace. Amo l’America raccontata da Scorsese e Capra, da Chaplin a Woody Allen, e quanti ne dimentico, o ne tralascio per non annoiarvi troppo. Preferisco insomma l’America che pensa, si guarda e medita su stessa, piuttosto che quella sempre pronta a premere il grilletto e trovare il nemico giusto al momento giusto, fosse un agglomerato di capanne nella foresta vietnamita o un fazzoletto di deserto del mondo (che grande vittoria, ma mi avevano insegnato che “grande nemico, grande onore”, o no?) . Preferisco l’America che affronta i suoi mostri dall’interno, invece che costruirne (per ragioni di realpolitik, che tradotto significa che i diritti umani si invocano solo quando fa comodo) per poi distruggerli (o rischiare di venirne distrutta) ignorando che sono solo una escrescenza maligna del proprio organismo, per quanto possa far male accettarlo. Preferisco l’America di Mamet, o di Truman Show, che tocca le proprie piaghe non per sadismo, ma per cercare di sanarle, perché chi cerca di curare una ferita non può non fare un po’ male, l’alcool brucia, ma se ci vogliamo bene dobbiamo guarire. Volerci bene. Voler bene, amare una persona, un amico, un Paese, significa soprattutto, secondo me, correggerlo quando sbaglia, avere la saggezza e il coraggio necessari per parlargli e cercare di fargli vedere a quali effetti potrà condurre il suo atteggiamento. Ai miei amici filoamericani imputo solo un po’ di eccesso di buona fede, credono davvero che l’America intervenga per i diritti umani, per la Giustizia e il Bene. Ma allora perché qui sì e là no? Perché da una parte si condanna e si punisce e dall’altra si ignora o si assolve? Un messaggio simile, permettetemi di dirlo, è a dir poco contradditorio, non più della solidarietà e della giustizia, ma dell’arbitrio, o della giustizia tramutata in vendetta, con il dolore degli altri “che è dolore a metà” (ah, Faber, quanto ci manchi) e la violenza necessaria, se non “preventiva”.  La vendetta come giustizia. Finisco con un esempio concreto. Negli Usa, il film di Moretti “La stanza del figlio” fu vietato ai minori di 14 anni (o 16, non ricordo bene). Perché? Semplicemente perché Moretti mostrava nel suo film la faccia autentica del dolore con la D maiuscola, la perdita di un figlio, e addirittura osava non prefigurare nemmeno un Grande Nemico, ma solo il Fato, il Caso, Tyche. Ebbene, questo per alcuni americani era intollerabile. Si possono mostrare a tutte le ore, alla tv, film in cui soldati in mimetica massacrano bellamente il Nemico Cattivo, o Schwarzy che strangola a mani nude o fa stragi con armi quasi di sterminio di massa, ma quello non è dolore. E’ violenza, semplicemente. E la violenza, evidentemente, non è dolore. E’ show. Furono tanto scossi dal buon Moretti, che fecero un corrispettivo della Stanza del Figlio made in Usa, premiato addirittura al Sundance Festival. Ebbene, nella versione americana il figlio in questione veniva ucciso dal cattivo di turno, ubriaco e violento con la moglie. La Giustizia americana, grazie al sistema delle cauzioni, lasciava in libertà vigilata il colpevole, ma il padre del figlio morto pensava bene di fare “giustizia” da sé, e un bel giorno attira il tizio in un casolare e lo ammazza. Fine. Happy End, non c’è dolore, o meglio c’è ma riscattato dalla “giustizia”, o per meglio dire la vendetta. Eliminare i mostri non significa però evitare che rinascano, in altre forme, continuamente, accanto a noi.

Ah, dimenticavo, sui diritti umani: non vi preoccupate, amici filoamericani, non ci crede nessuno, l’America di Bush & C. è in buona compagnia.


così parlò groucho | 10:48 | commenti (31)


mercoledì, settembre 24, 2003
 

Notturno arabo

Il clima è come quando arrivai, precisamente un anno fa. Odore di gelsomino la sera, tepore notturno che si fa dolce e confortevole se attraversato tra i vicoli della città vecchia, con la luna che occhieggia tra i pergolati, il suq ormai quasi deserto e non più vociante, fremente, tumultuoso e saturo di vita. Le porte aperte delle case permettono di occhieggiare, anche solo per un istante, in freschi cortili dove la famiglia è riunita su divani e poltrone, tappeti e cuscini, e in cui l’odore dolciastro del narghilè si amalgama a quello intenso del caffè al cardamomo. Profumi indescrivibili nell’aria della sera, cantava Battiato, uno che di Medio Oriente ne sa qualcosa. E’ vero, si dovrebbe venire qui solo per assaporare questi odori, questi afrori, a volte violenti e disgustosi (il letame degli asini che trascinano carri di zucchero, o spezie, o angurie, mischiato ai numerosi sacchi di rifiuti sparsi qua e là ad ogni angolo della città vecchia, dannata brutta abitudine), a volte penetranti ed evocativi, capaci di trasportarti lontano in un secondo, il tempo di un respiro a piene narici. La luna è lì (ma perché qui sembra più grande che da noi?) che ammicca sorniona, sembra una carrozza in attesa che tu salga per chissà quale destinazione, ma tutto qui è a portata di mano, i sottili minareti verdi che orlano il profilo della città, le cupole che si stagliano sul cielo cobalto della sera, l’aria millenaria che si respira ad ogni scorcio, e, poco più in là, il deserto senza tempo e senza distanza, il vero grande protagonista di questi luoghi, un mare ocra che ti abbacina di giorno, ti stupisce di sera, incombe come un un’ombra silenziosa la notte. Quando si viene in posti così, è difficile uscirne, perché sono loro che ti entrano dentro, non ci puoi far niente, è così e basta. Inutile dirsi l’Italia è bella, gli amici, il vino buono, i bagni al mare, i paesini medievali….Inutile. Qui tutto si trasfigura, viene diluito e corroso dal vento che viene dal deserto, dalla luce che penetra ovunque, come la sabbia quando c’è tempesta, come gli occhi delle donne da sopra i veli, stilettate che colpiscono molto più di uno sguardo normale, “scoperto”. Non puoi rimanere indifferente quando anche una città come Beirut ti sa incantare, pur se moderna, occidentalizzata al massimo, in cui poco o niente fa ricordare di essere in un paese arabo, ma ecco che ti si offre da un’altura che domina la costa, di notte, e appare come una quieta distesa di luci che accarezza il mare, un mare anch’esso addolcito da un chiaro di luna che leviga ogni asprezza, ogni contrasto, e sembra cospirare con quella musica araba in lontananza messa apposta per irretirti, e farti ritornare.


così parlò groucho | 23:47 | commenti (4)


sabato, settembre 20, 2003
 

Impressioni di settembre

La foglia secca. Ecco, questa da sempre è stata per me l’immagine dell’autunno. La foglia secca che oscilla su ramo alle prime brezze del vento non più caldo, che si stacca con dolcezza, quasi con docile rassegnazione, e poi inizia la sua altalena discendente verso terra. Fino a raggiungere le altre sue compagne, ed essere poi ricoperta da altre ancora. A volte la brezza si rafforza, e spinge la foglia fuori dalla giurisdizione del suo albero di riferimento, plana placida verso panchine dove coppie di anziani o giovani lappano gli ultimi gelati della stagione. La foglia sembra sorridere, nella sua rotta ricurva, quasi a disegnare un ghigno nel vento, una smorfia che non si sa quanto sia ironia, o dolore. Guardare il mondo con l’ironia – o il dolore – di una foglia. Alzarsi, staccare l’ombra da terra e poi iniziare a far oscillare i nostri pensieri così, con la stessa docile leggerezza, la stessa rassegnazione ad accettare il fatto che prima o poi, alcuni prima altri poi, ma tutti dovremo depositarci a terra. Di qui l’ironia, necessaria ad arginare il dolore, a sua volta necessario a destare l’ironia, a sua volta… ecco, la traiettoria della foglia. L’ironia è merce sempre più rara, a quanto vedo dai giornali, dai blog (sempre più rancorosi, ma che cosa ci ha preso…). Se si dovesse trovare sul mercato, l’ironia supererebbe il prezzo della benzina e dell’oro messi insieme, sarebbe più cara dei diamanti. Eppure, al contrario di cose molto meno preziose di lei, non è che vada a ruba, mi pare, né ci si scanna per averla. E pensare che sarebbe l’unica ricchezza che non renderebbe avidi, arroganti, orgogliosi. Insomma, un vero toccasana per l’umanità. E invece. Solo dolore. Il volo della foglia morta è amputato, parziale, in definitiva una china precipite, una picchiata senza ali, una verticale letale, senza leggerezza, senza dolcezza, senza la intricata e meravigliosa complessità delle sue volute, senza il vento che scompiglia i capelli alle donne, il vento leggero al quale il dolore non risponde, il dolore da solo è un macigno troppo greve, è la nostra pietra al collo che ci getta nei gorghi infernali del fiume di turno (ogni suicida con la pietra al collo che si rispetti cerca un fiume), a marcire lì, a poco a poco, dolore puro corroso lentamente dalle correnti, come il relitto di una nave da guerra (una delle tante) mai recuperata. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie… Ma siamolo foglie, per davvero.


così parlò groucho | 08:43 | commenti (16)


lunedì, settembre 15, 2003
 

Mani

Una sera come tante, l’aria dolce di settembre pregna di odore di gelsomino, un odore ancora caldo del sole secco e terso del giorno concluso. Una persona come tante, aggrappato alla tastiera del suo computer, a sgranare parole come un rosario laico, una preghiera silenziosa scandita dal ticchettio delle dita sui tasti, i pensieri che si materializzano come per magia su uno schermo asettico e diafano, fatto di impulsi elettronici in grado, chissà come, di trasmettere addirittura emozioni, e sentimenti, e umori dell’anima che stillano a gocce lente e silenziose, dal cervello ai nervi delle mani, ai tendini, ai muscoli delle dita, alla pelle dei polpastrelli, come quando dallo spartito, incomprensibili segni neri su un pentagramma si trasformano in note sublimi al semplice tocco di quelle dita sui tasti bianchi e neri. Le mie dita. Le mie mani. A volte le guardo incredulo, stupito: persa la loro identità, mi sembrano carnosi e rosei ragni ammaestrati, che si muovono agli ordini di chissà quali impulsi, partiti da dove, venuti da quale recondito mondo, da quale remota stagione. Le mani che si posano una sull’altra, che si alzano all’unisono, che si uniscono ad accarezzare le cose. Mi viene da pensare a quando da bambino giocavo alle ombre cinesi, e quelle stesse mani, quelle stesse dita, si trasformavano in cani, conigli, dinosauri. Ecco, tra tutti preferivo i dinosauri, intenti a divorarsi tra loro, come avevo visto terrorizzato nel film “Fantasia” di Disney, con lo spaventoso Tyrannosaurus Rex che imperversava ben prima di Crichton, Spielberg e Jurassic Park.  Le mani, dinosauri, aquile, ombre. Le mie mani. Che stringono altre mani, per amore, affetto o convenzioni sociali (ma cosa pensano, le mani, quando si incontrano? Forse si annusano, a modo loro, come cani che si incrociano?); mani che mi portano il cibo alla bocca, che afferrano e stringono e accarezzano. Mani sul corpo di una ragazza a far risuonare ogni palpito di una sensazione, un brivido di piacere, mani a seguire il profilo di un volto,  di un’anca, mani stupefatte impigliate tra i capelli profumati di un’amante perduta. Mani che muovono l’aria, che sfidano il vento fuori dal finestrino di una macchina, mani che pizzicano le corde di uno strumento, che solcano ricordi fatti di gesti, di abbracci, di superfici su cui abbiamo modellato la nostra vita. Sono grato alle mie mani per tutto ciò, sono contento che siano così esili e sottili, che non aggrediscano ma cingano la vita della loro essenza tattile discreta, eppure sempre viva. 


così parlò groucho | 22:53 | commenti (7)


martedì, settembre 09, 2003
 

Disseppelire Dio (o chi per lui)

Mi ha molto colpito una cosa che ho letto recentemente, un articolo su una giovane ebrea deportata, Etty Hillesum, che pari' VOLONTARIAMENTE per i campi di sterminio nazisti, per aiutare coloro che stavano morendo di disperazione in quell'orrore. Una scelta piu' che coraggiosa, magari per molti assurda. Ma cio' che mi ha colpito di piu' sono state le sue parole. Lei parla di «disseppellire Dio negli altri». Ascoltarsi dentro. «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia. Allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo». E ancora: «Stanotte ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini e immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio mio, cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa diventa sempre più evidente […] che tu non puoi aiutare noi, ma siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. E allora forse potremo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati degli altri uomini». Lei chiama Dio questa entita' dentro di lei che le da' la forza di superare ogni atrocita' e di trovare la forza di credere nella vita. Nel buddismo viene chiamato Buddita', e trovarla in se' e' solo il primo passo per poi tentare di cercarla e farla germogliare negli altri. Alla base di tutto c'e' il concetto di ascoltarsi dentro. Non chiedere ad un Dio o ad un'altra entita' aiuto, perdono, misericordia. Tutto e' in noi, tutto dipende da noi. Dio e' in ogni cosa, dice la dottrina cattolica. Dio e' in ognuno, quindi. Come diceva Etty, credenti o non credenti, buddisti, islamici, cattolici indu', dovremmo tutti disseppellire la nostra vera essenza, che e' essenza umana, esseri umani in mezzo ad altri esseri umani. L' odio e' cosi' facile, avvistare il nemico e' l'unica cosa che sappiamo fare, ormai, non c'e' confine alla nostra capacita' di odiare, di indicare a dito il nemico, e colpirlo. Come siamo limitati, miseri, meschini. Dovremmo tutti partire per il nostro lager, provare la sofferenza e condividerla con gli altri, capire che l'unico modo per essere pienamente umani risiede nella nostra capacita' di comprendere, imparare, ascoltare. L'umanita' sta involvendo in una barbarie progressiva, una barbarie sotterranea e forse anche peggiore di quella dei lager e dei gulag, perche' questa barbarie, la nostra, e' luccicante, mediatica, quotidiana, apparentemente innocua. Ma corrode le coscienze, le annulla, le omologa, le rende prive di capacita' di essere lucide, indipendenti, ottunde la ragione e ne fa una colpa. Vedo un mondo conformato alla volgarita', all'arroganza, alla riduzione dell'essere umano a cifra, a dato statistco, a PIL. Consumatori, spettatori, risparmiatori. Ma dove sono finiti gli uomini?


così parlò groucho | 15:01 | commenti (10)


giovedì, settembre 04, 2003
 

Il sogno di Costantino

L’atmosfera all’interno delle moschee è sempre rilassante. Mi piace sedermi sul tappeto, al fresco e nella quiete di questi luoghi, e osservare i fedeli che pregano. I loro gesti, i loro movimenti rituali mi ipnotizzano, mi trasmettono pace e senso di rispetto. E soprattutto, fede. Fede nella MIA religione (chiamiamola così, ma il buddismo è più una filosofia), che da qui non vedo così distante dalla loro, nelle sue implicazioni più profonde. Cambiano solo i gesti, i riti. Ma sono sicuro che ciò che chiediamo, che cerchiamo, spesso è la stessa cosa. In Turchia le moschee sono più decorate e più elaborate architettonicamente. Seguono tutte l’esempio della grande Moschea Blu, che a sua volta si era conformata, per spirito di rivalità, alla basilica di S. Sofia, edificata da Costantino e restaurata e ampliata da Giustiniano. Paradossalmente, quindi, tutte le moschee di Istanbul  sono “a immagine e somiglianza” di una chiesa. Costantino non immaginava sicuramente a quali risvolti e impensabili evoluzioni mistico-architettoniche avrebbe condotto l’edificazione di quella basilica. Tutto questo mi viene in mente mentre me ne sto comodamente seduto nel silenzio fresco e protettivo di una di quelle moschee. Fuori, il cortile porticato con la grande fonte per le abluzioni è anch’esso un luogo piacevole, e quando i fedeli si ammassano alle bocche della fontana per lavarsi mani braccia e piedi, e poi si tolgono le scarpe ed entrano nella moschea all’ora della preghiera, è altrettanto un momento particolare, che, a distanza di un anno, riesce ancora a colpirmi. Ma viaggiare è anche questo, cambiare prospettiva non sulle persone, sulle cose, ma anche sui riti e le fedi. Cambiare prospettiva sull’infinito, su ciò che esso significa per ognuno di noi.


così parlò groucho | 14:23 | commenti (15)


martedì, settembre 02, 2003
 

Dal deserto

Prima, al mio arrivo qui, un anno fa, sentivo nostalgia del verde, delle colline ricoperte di pini marittimi. Ora, quando trovo ad accogliermi dal viaggio  le alture spoglie, silenziose e scabre che si stagliano nel cielo diafano del tardo pomeriggio, scopro che avevo nostalgia del deserto. Della sua semplicità, del suo silenzio. Forse perché è come il mare, anche lui immenso, e ti fa sentire piccolo. Sono poco, e il resto è tutto.

... è proprio come un mare cristallizzato, le onde pietrificate in correnti ormai immobili, marosi che incombono innocui su rade città bianche, sulle cuspidi dei minareti sottili...

Ecco, ora il sole arrossa le dune fino a ridurle a sagome scure nel cielo cobalto. E' il momento più bello della giornata, più intenso. Le ombre si dilatano e si affievoliscono, il sole è solo un barlume dietro le colline a ovest, dove tutto vive di un'ultima estasi di luce e ombra prima di spegnersi nel buio. Viene voglia di correre su quei profili netti, di gridare. O, al contrario, voglia di essere parte di quel silenzio, di quel buio e di quella luce. Voglia di tacere, o di pregare.

 


così parlò groucho | 00:18 | commenti (5)