...a forza di essere vento


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Per andare molto in alto o molto in basso, dove gli angeli sono più belli






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venerdì, ottobre 31, 2003
 

Particelle di tempo

Dove vanno a finire gli odori? E i suoni, i profumi, il fumo che esce dalle pentole nelle cucine, il vento odoroso della primavera? Voglio dire, capita come per il polline dei fiori, raccolto da qualche ape che lo custodisce e lo trasforma in alveare, in nettare, in miele, in altra vita? O va perduto irrimediabilmente, disperso nel cosmo come un’impronta del nostro esistere subito cancellata dall’imperversare del tempo, di altri secondi, di altri momenti simili, opposti, identici, che si accavallano uno sull’altro senza lasciarci il tempo di capire se si tratta degli stessi o  di altri nuovi, e quali sono più i nostri, quali gli altrui… No, non credo, non voglio credere che tutto vada perduto, o reso vano, sovrapposto, o peggio cancellato. Mi piace invece pensare che l’odore di soffritto dalla cucina di mia madre, una volta uscito dalla finestra si frantumi in miriadi, miliardi di minuscole particelle, e che il vento le porti ovunque, nel mondo, e, magari, una di esse, attraverso l’Adriatico, e poi l’Egeo, e poi il Mediterraneo, arrivi fin qui, ai lembi del deserto, e mi svegli al mattino con un sorriso inconsapevole. E così è per i suoni. Voglio dire, qui non ci sono chiese. Almeno nel raggio di qualche chilometro, dove abito io. Eppure, qualche giorno fa, il mattino si è presentato con il suono di campane, un din don di cui non avevo da tempo più sentore, abituato ormai come sono ai gridi cantilenati dei muezzin. E quelle campane, ne sono sicuro, non provenivano da qui, ma da altrove, da molto molto più lontano. Erano le particelle giunte fin quaggiù da un tempo e uno spazio remoti, forse le stesse campane che sentivo quando da bambino mi svegliavo la domenica delle Palme per comprare i ramoscelli di ulivo e correre in piazza a ostentarli agli altri bambini, gareggiando su chi li aveva più frondosi. Come accade quando si guarda le stelle, la loro luce risale a ere remote, è una luce che racconta di un qualcosa che non è più, e tuttavia ci giunge ora, come fosse attuale e presente. Ecco, questi suoni, questi odori sono lo stesso: li percepiamo ora, ma non appartengono all’oggi. Sono la scia lucente di qualcosa che avevamo lasciato ma in qualche modo ci ha raggiunto, ora, in questo posto, lontano nello spazio e nel tempo, come una vecchia moneta ritrovata nella tasca di un vestito lasciato in disparte per decenni. Sono un richiamo atavico e remoto, a cui rispondiamo docili, con un sorriso di gratitudine, un ricordo che si ricompone come riemergendo da un fondo che credevamo per sempre muto, e cieco, e senza vita.


così parlò groucho | 13:11 | commenti (5)


martedì, ottobre 28, 2003
 

Ninnananna

Dormi, tra le mie mani, come una polla d’acqua nelle mani dell’assetato. Dormi come un albero che cantilena al vento il suo stormire notturno; dormi e accoglimi nei tuoi sogni, lasciami uno spazio dentro te, tra gli umori del tuo corpo, come un virus che ti pervada dolcemente, una malattia dalla quale non vuoi guarire. Dormi nel silenzio del mio sguardo, che ti osserva stupefatto come chi vede un miracolo, e non sa raccontarlo. Dormi nel silenzio del mondo, il mondo sempre così rapace, privo di linee d’ombra, solo luce che abbacina gesti e pensieri, questo mondo che almeno un momento sembra però sospendere i suoi clamori ostili per placarsi al ritmo del tuo respiro. Dormi, amore mio, dormi anche per me, che questa notte avrò troppi sogni, troppi desideri e ricordi, troppo di te addosso per poter riposare come vorrei. Dormi e accoglimi nel tuo sonno, raccogli il mio corpo come una bandiera lasciata sul campo di una battaglia combattuta chissà quando, chissà se vinta o perduta, sollevala e fanne vela ai tuoi sogni, portami con te, ovunque tu vada, sono con te. Sono pronto.


così parlò groucho | 21:24 | commenti (2)


sabato, ottobre 25, 2003
 

L’attesa

Tornerò, mi hai detto, e lo so, tornerai presto. Pochi giorni, ormai. E io, ti aspetto. Un po’ impaziente, un po’ nervoso, contando le ore, i minuti, le sere, le mattine, ti aspetto. Del resto, non ho fatto altro che aspettarti, da 35 anni, cosa vuoi che siano pochi giorni, ormai. Ti aspetto, e questa attesa è pesante della tua assenza, ma allo stesso tempo immagine in controluce di te, del tuo corpo, delle tue mani, del tuo volto che mi sorride attraverso le parole che mi giungono dalle tue lettere, parole che mai nessuno mi ha detto, e che forse non merito, e un po’ mi spaventano, tanto sono nuove, e belle, e per me. E ti aspetto. Di un’attesa colma di tutto ciò che vorrei dirti, delle carezze che vorrei posare sul tuo corpo profumato e lieve, sui tuoi capelli che bacerò, sulle tue mani che stringerò, le mie colme ti stupore, le tue così calde, le dita che reggono i miei pensieri, i miei desideri, ci giochi come una fragile collana che ti ho portato in dono sin dalla prima sera in cui siamo usciti. Ti aspetto. Riempio questi momenti di silenzio e voglia di averti, dei giorni che saremo insieme, e l’attesa diventa a poco a poco meno pesante, e anzi preziosa, quasi indispensabile, necessaria per amarti di più, per capirti e capirmi. Dopo tutti questi giorni ho compreso cosa voglio da te, e da me, cosa devo chiedere alla mia vita perché combaci con la tua, ennesimo pezzo del mio puzzle, il più sorprendente, finora, e inatteso. Mi sono fatto le solite domande, e finalmente ho trovato le risposte. E questo grazie a te, o meglio grazie alla tua lontananza, alla tua assenza che mi ha spinto in un tempo cavo che aspettava solo di essere riempito, ma io non ero abbastanza. Ora, ho levigato l’attesa col pensiero di te, ho colmato questa cavità con il tuo desiderio, e con il mio, con il nostro volerci e con la mia consapevolezza di esserci, di stringere finalmente qualcosa tra le mani, e volerlo far crescere. So che le mie mani non saranno le sole ad afferrare e a modellare la creta dei giorni a venire, perciò ho meno paura. La paura c’è sempre, e forse quella di essere insieme a qualcuno è più forte di quella solitaria, perché ora ogni errore ha un eco, si ripercuote in anelli concentrici che conducono anche a te, alla tua forza e fragilità, al tuo essermi accanto, e accanto ai miei errori, alle mie incertezze. Ma anche ai miei entusiasmi, alla mia voglia di entrare con un balzo in una vita che avevo sempre visto come distante, altrui, estranea e un po’ bizzarra. Ora, nell’attesa di te, ho capito che questa vita inizierà col tuo ritorno, e non temo più. Aspettando te, aspetto tutto questo, e sono felice, tremante e curioso come quando entrai in classe il giorno del mio primo esame, quello delle elementari (ricordo perfettamente il banco che occupai, i gesti per depositare la cartella, il nodo alla gola, e la fierezza di essere lì). Ti aspetto, e il tuo ritorno sarà leggero e greve di tutto ciò, sarà un abbraccio e un sorriso, l’inizio di qualcosa che ancora ignoro ma che non mi spaventa più, perché lo affronterò anche con le tue mani, la tua gioia di avermi che è anche la mia, di averti e di avermi, essermi ritrovato, di guardarmi coi tuoi occhi, e non disprezzarmi più.


così parlò groucho | 01:37 | commenti (6)


mercoledì, ottobre 22, 2003
 

Voci dalla Siria

Voi siete liberi pure di non crederci, ma questa poesia l'ha scritta, in italiano, una mia studentessa del dodicesimo corso.

Una Leggenda Di Creazione

 

All'inizio.. c'era una donna

C'era un uomo

 

* * *

Una donna…

                Gli occhi     la notte di settembre

                La bocca    I fiori del melograno di settembre

               Il naso        la curva della mezzaluna di settembre

Quando ride sbocciano I fiori nelle guance e ride un bambino

da qualche parte nel mondo.

Nel suo sorriso abita il dolore e qualche uccello.

Le braccia sono spighe di grano,

e nel suo palmo si trova la tranquillità dell'universo.

La sua allegria è stelle lontane che spengono per accendere

e accendono per spegnere.

La sua tristezza è la sua notte ,il suo giorno e la sua vita.

La sua esistenza è piena di segreti,

e il suo grande segreto è la sua chiarezza.

* * *

Un uomo…

Duro come una quercia anziana.

Tenero come un'orfana.

La sua fronte il miele del limone.

I suoi occhi un ulivo vecchio.

Il suo cipiglio il timore del deserto.

Il suo viso,quando sorride,è un sogno di una giornata piovosa.

IL suo dolore è vecchio come un vino mediterraneo.

Sulle sue spalle si rompono le onde,

e sul suo busto pose il mare.

Solido come le rocce d'una montagna di pino.

Forte come l'acqua quando ha sete.

La sua passione è il calore dell'inverno di dicembre.

La sua nostalgia è la maledizione di un diavolo buono.

Dima Chaukat


così parlò groucho | 22:13 | commenti (4)


sabato, ottobre 18, 2003
 

Odore di terra

Da bambino si divertiva a prendere tra le mani zolle di terra e frantumarle una contro l'altra, lasciando che le mani si intridessero di quell'odore che lui amava così tanto, e che gli ricordava il padre quando lavorava i campi, e lui a corrergli intorno a caccia di vermi e radici che come vene e arterie, o sottilissimi capillari attraversavano il suolo, il corpo della terra, quel corpo a volte rigonfio di pioggia a volte esile e solcato da crepe come rughe, quando non pioveva mai, e il padre vegliava preoccupato sui campi, gli occhi cupi e tristi sopra il fumo della sigaretta. Zolle di terra. Anche ora era tutto quello che voleva. Per questo si svegliò all'alba, che Marta ancora dormiva, e se ne uscì con il cane dove il terreno era ancora imbevuto di rugiada, e permeato dal fresco della notte che aveva appena voltato le spalle al mondo, al suo mondo, almeno. Ed eccolo lì, come da bambino, con il cane a imitarlo, scavando tra le zolle, a rasparle con le sue unghie, a frantumarle ed annusarle, come dentro ci fosse chissà quale tesoro. Tutta la sua infanzia, in quei gesti, in quell'odore, in quelle mani rosse di terra, i pantaloni umidi e le scarpe intrise fino alla caviglia. Era questa, la felicità, almeno oggi, almeno in quel momento. Felicità che è anche voglia di piangere, di sentirsi addosso qualcosa che da tanto non senti più, qualcosa di greve e leggero, struggente e lontano, perduto ma, solo per quel momento, ritrovato, e riafferrato. Tutto in quelle zolle di terra, in quel sentore di umido e concreto. Era, felice, pensò, che alla fine di tutto sarebbe tornato alla terra, sarebbe stato un tutt'uno con essa, lo stesso odore, lo stesso colore. Le stesse radici ad attraversare anche il suo corpo, a sostituirsi alle sue vene ormai esangui e secche. Tornò a casa così, come quando da bambino la madre lo rimproverava dopo una partita di calcio sotto la pioggia. Si svestì malvolentieri, mentre Marta ancora dormiva. Volle infilarsi a letto odoroso di terra, con qualche scaglia ancora tra le unghie, con il corpo umido e, così gli piaceva immaginare, saturo degli umori che attraversano il suolo, la rugiada, le piogge passate e il sentore di quelle che verranno, i pampini che di lì a poco avrebbero dato vino, l'albero del noce poco lontano, il melo del padre ancora generoso di frutti, il cielo, che si posava su tutta quella terra come un enorme tendaggio pronto a tendersi alle prime luci del sole. Marta, ancora nel dormiveglia, gli si avvicinò e lo abbracciò, e a lui parve che, sentendo il suo nuovo odore, atteggiasse la sua bocca ad un sorriso di gratitudine. Ora era tra le braccia della felicità, intriso di felicità, odorante di felicità. Accarezzò Marta con le mani che lasciavano sui suoi capelli un pulviscolo terroso e fertile, che, ne era sicuro, avrebbe presto dato i suoi frutti.


così parlò groucho | 23:03 | commenti (7)


martedì, ottobre 14, 2003
 

La città di vento

Era continuamente scossa dai fremiti dei palmizi sul mare, dalle ombre irrequiete che macchiavano muri, dalle tende che sbattevano sui pali. Gli sguardi degli abitanti erano sfuggenti, aguzzi, modellati dalle raffiche e levigati dalle brezze, scarni e sottili, sempre alla ricerca di qualcosa, forse un riparo, forse l’estrema bufera che li portasse via da lì. La città non aveva strade maestre, ma solo un reticolo inestricabile di vicoli in cui si sperava di poter sconfiggere il vento, di poterlo sfibrare in tanti rivoli per poi ridurlo, esangue, ad un refolo innocuo, ad una carezza serale d’aria di fine estate, come in tante altre città in cui le persone erano felici, e avevano movenze normali, e sogni quieti, sguardi che si appoggiavano docilmente sulle cose, sugli oggetti di ogni giorno, sugli occhi di chi amano. Invece, qui no. Qui tutto era strappato, sfrangiato, i passi delle persone erano un balletto brusco e nervoso, i loro gesti sempre tormentati, le mani a coprire gli occhi, o la bocca, o le orecchie, dalla sabbia, dalla polvere, dall’ululato continuo con cui le raffiche si riversavano in quei viottoli che, ben lungi dall’essere una trappola, diventavano una cassa di risonanza ancora più cupa e tentacolare. Le finestre delle case erano perennemente chiuse, le imposte sbarrate; le porte delle abitazioni, se appena venivano lasciate aperte, si richiudevano di schianto, con un clangore di catenacci e ferri, e la pesantezza del loro spessore. Ma tutta la città era un mormorio sinistro: le insegne delle bettole che cigolavano al vento, scatole di latta che rotolavano senza fine sull’acciotolato squamoso delle vie più erte, bottiglie vuote che si scontravano tra loro in tintinnii continui, ispidi, irritanti; le grida querule e rauche degli ambulanti sempre attenti a non far volar via la loro merce, gli ululati dei cani affamati che vagavano sbandati senza meta. Una città in cui non c’era inverno, né estate, né altra stagione. Solo vento. Vento ogni giorno dell’anno, ogni istante, ogni notte, vento dall’alba al tramonto, vento nei pensieri e nelle parole delle persone. Tutto sembrava fatto solo di questo, anche le mura degli edifici, in fondo non erano altro che concrezioni di tutto ciò che il vento aveva portato fin lì, solidificazioni della sua violenza, monumento al suo dominio incontrastato, risultato estremo della sua potenza. La città di vento non fu mai attaccata da nessun nemico, mai nessuna orda barbarica la assediò, gli eserciti anzi si tennero sempre ben lontani da quel posto così inospitale e singolare. La pace degli uomini era l’unica consolazione per quella città, in cui il vento sembrava aver stabilito la sua dimora. Nessuno la distrusse mai, solo si sbriciolò a poco a poco. L’ostilità dei propri abitanti la consumò, come il vento, e lentamente si ritrasse in sé stessa, si contrasse come una duna del deserto, meno case abitate ogni anno, vie che non conducevano più a nulla, ogni anno più abitanti in fuga. Fu come una mano che a poco a poco si chiude, come un lago che si prosciuga ignorato da fiumi e piogge, come un ricordo lontano che di giorno in giorno perde i contorni, i dettagli, i colori. Ora, dove prima c’era la città di vento, si erge solo una collina brulla, arida e isolata. Non soffia mai il vento lì, e l’aria è immota e irreale, anche nei giorni in cui altrove c’è tempesta, e gli alberi si piegano.

così parlò groucho | 22:55 | commenti (9)


venerdì, ottobre 10, 2003
 

Ai miei vecchi

I nostri genitori, si sa, ci vedono sempre come bambini. Anche a me, 35enne, o a mia sorella, che ha superato i 40, fanno sempre le stesse raccomandazioni di venti, ma che dico, 30 anni fa. Sarà l'abitudine, sarà che il tempo passa così in fretta che non si capacitano di essere invecchiati, e noi cresciuti. A nostra volta, noi continuiamo a pensarli come erano allora, quando si raccomandavano di tornare presto, di mettere il berretto perché fa freddo, di non spendere la paghetta in una sola sera. Per me, mia madre è ancora quella che mi cantava le ninnananne (forse faccio parte dell'ultima generazione ad essere stata addormentata con le ninnananne e non con la tv), anche quelle più atroci (tipo: "c'era una volta un piccolo naviglio...."). E' quella che mi spalmava la nutella sulla merenda e preparava la cioccolata calda per gli ospiti lasciando a me la parte migliore. Mio padre, è ancora quello con cui andavo in bicicletta al parco, con cui giocavo a soldatini e con cui facevo i castelli di sabbia in riva al mare. E' quello che costruiva le piste per le biglie, e quando tornava ed io ero malato aveva sempre un regalino per me. Ecco, anche per me i miei genitori sono quelli di un tempo, non posso mica pretendere che loro mi trattino da grande, se io li vedo ancora come quando avevano 40 anni (anche per mia sorella vale lo stesso, credo, lo capisco quando vedo che si stupisce che siano invecchiati). Ma il tempo ci ha travolti tutti, soltanto con loro ha cominciato prima, e questo è il risultato. Del resto, anche i figli di mia sorella crescono ad una velocità spaventosa, credo che quando vedrò mio nipote a Natale non lo riconoscerò nemmeno, sebbene non sia passato nemmeno un anno dall'ultimo incontro. E io, con i miei capelli più radi, le rughe intorno agli occhi, lo sguardo più stanco, anche io devo convincermi di non essere più quello dello struscio serale, delle sbornie universitarie, dei 25 anni trascurati bellamente come fossero eterni. Anch'io, in fondo, come i miei genitori, mi vedo sempre come non sono, come ero, o come vorrei essere ancora, anche se poi mi va bene benissimo come sono, solo non mi sento tutti questi cacchio di anni addosso, ecco tutto. Anni che mi dicono che qualsiasi cosa farò sarà più pesante, più decisiva, quasi definitiva. E questo, davvero, è ciò che mi spaventa.

Cari genitori, questa doveva essere una lettera per voi, leggetela e serbatela come tale. Sappiate solo che quando mi addormento, anche a migliai a di chilometri di distanza, sento sempre la voce di mia madre, e quando vedo un figlio felice accanto a suo papà, penso sempre al mio, e sorrido. Se mai sarò padre, farò di tutto per essere così, anch'io.


così parlò groucho | 22:19 | commenti (7)


mercoledì, ottobre 08, 2003
 

Blues

Il blues è metropolitano. Altrimenti non è. E' notturno, e mentre lo suoni, o lo canti, o lo ascolti, devi fumare una sigaretta. Anche se non sei un fumatore, come me. Il blues, e il jazz, soprattutto, si amalgamano nell'aria benissimo alle volute di fumo, alle loro evoluzioni irregolari e sinuose, dilatate o sottili, irrequiete e suadenti. Il blues ti ipnotizza, come la notte stellata, anche se le stelle sono le luci della città, le comete i fanali delle auto sull'arteria più trafficata. Blues. Ritmo che incalza, discreto, nella pelle, sui passi, nelle pieghe del tuo umore, all'intermittenza dei semafori a tarda notte, tra l'eco dei passi. Blues. E ti senti, ti senti addosso, dico, ti senti le mani, ti senti le gambe, ti senti la testa pesare sul collo, il collo ben saldo sulle spalle, e allo stesso tempo è tutto leggero e pronto ad alzarsi al primo soffio di vento... Blues. La disperazione leggera e la gioia pesante, le finestre ancora accese delle case che formano disegni irregolari, le vetrine che riflettono uno scarto improvviso di un faro, e tu che giri nella notte seguendo una musica che nessun altro sente.... blues. E un accordo che ti vibra dentro, e poi un altro, un assolo che ti guida dritto verso casa attraverso le vie più tortuose e meno battute, un assolo lungo e straziante, intriso di solitudine e buio, di alito di sax, alito caldo, e rauco, e, ora si spegne, no, non è finito, ora mi spengo, no, non sono finito. Non ho finito. Non sono finito. Blues.


così parlò groucho | 23:45 | commenti (2)


sabato, ottobre 04, 2003
 

Puzzle

Un pezzo di me fa parte di un passato che ancora aderisce alla mente e oscilla come un’alga su uno scoglio sfiorato dalla risacca. Un altro pezzo è nuovo, ho trovato il modo di metterlo recentemente, le estremità che combaciavano perfettamente col vuoto che sentivo, ma a cui niente sembrava adattarsi. Un pezzo di me sembrava messo al posto giusto, ma l’ho dovuto togliere, ed ora è qui con nella mano sospesa che cerca la sua collocazione e chissà mai se la troverà. Puzzle. 10.000, 20.000 pezzi, nemmeno io so quanti sono, forse non lo saprò mai, e quando metterò l’ultimo non avrò più il tempo di contarli. Puzzle a colori, con qualche lembo in bianco e nero, qualcun altro imbiancato, o ingrigito dal tempo, ingiallito dalle intemperie. 30.000 pezzi, se contiamo anche quelli che ho perso, e non so più ritrovare. Migliaia di pezzi già messi, ma che ancora non sono in grado di dare un’immagine d’insieme nitida, non si capisce cosa diavolo rappresenti il puzzle. E, anche in questo caso, probabilmente non lo saprò finché non avrò messo l’ultimo pezzo, quello determinante. Nonostante tutto, continuo a giocare. Giorno dopo giorno, alla sera, mi metto al mio tavolo, sgombro piatti sporchi e briciole, e faccio spazio al mio puzzle tutto personale. Un pezzo, ci ho messo anni per capire dove metterlo, un altro l’ho trovato solo dopo che ne avevo messo uno simile. Un altro ancora chissà dove diavolo è, eppure mi pare di averlo visto una volta…

Puzzle. Un innocuo passatempo che mi prenderà una vita, la mia vita, che la rappresenta fedelmente e che proprio per questo mi è difficile decifrare, so benissimo che certi pezzi non sarò in grado di metterli se non tra cinque, dieci, venti anni. Trent’anni, forse. Ma prima o poi, è inevitabile, lo finirò. L’ultimo pezzo sarà quello centrale, ne sono sicuro. Quello che sintetizza tutti gli altri, ne raccoglie il senso e ne completa il significato, rendendoli finalmente comprensibili, anche quelli più distanti, quelli che avevo messo quasi per caso. C’è chi dedica al proprio puzzle stanze particolari, dove nessuno può entrare, e ci gioca da solo, a tu per tu con i propri errori, con gli eventuali smarrimenti dei pezzi, con le inevitabili distrazioni. Io, preferisco farlo alla buona, sul tavolo dove mangio, faccio colazione, bevo in compagnia. Preferisco che anche gli altri giochino con me, contribuiscano alla ricerca dei pezzi, spesso anzi sono più bravi di me a metterli, li trovano più velocemente e capiscono meglio dove inserirli. Magari io ci avrei messo una vita. Per me è determinante che anche gli altri partecipino al mio puzzle, anche perché anche loro ne sono parte. Come quei quadri in cui l’autore si ritraeva in mezzo ai personaggi, così anche nel mio puzzle non c’è solo la mia immagine, ma quelle di tutti coloro che ho incontrato finora e che incontrerò, tutti i volti delle persone che hanno fatto o faranno parte della mia vita. Un guazzabuglio davvero complesso, queste miriadi di tessere che rappresentano ombre e luci, zigomi di visi che ho dimenticato e non so più in quale parte del puzzle collocare, e perché. Occhi che spesso si somigliano, sguardi fuggenti, o intensi, imploranti o felici, tutti differenti tra loro ma che in comune hanno l’appartenenza allo stesso puzzle. Al mio puzzle, che contiene tutto ciò che mi appartiene e apparterrà, ciò che ho avuto o perso, dimenticato e lasciato in disparte. Un puzzle difficilissimo, ma da cui non è possibile staccarsi.


così parlò groucho | 13:06 | commenti (4)