...a forza di essere vento


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martedì, novembre 25, 2003
 

Voglia d’inverno

Ebbene sì, visto da qui l’inverno è una benedizione. E ne avevo voglia, dopo più di sei mesi di cielo limpido, e temperatura quasi mai sotto i 25 gradi, almeno di giorno. Avevo voglia di svegliarmi la mattina col cielo corrucciato, la luce fioca e grigia, una pioggia sottile a tenere chiusi i pensieri, le ossa, i gesti al caldo delle coperte, i passi lenti per la casa, i leggeri brividi di freddo che ti fanno sentire vivo, ti fanno entrare a poco a poco nel mondo esterno, un battesimo fatto di sbadigli e pelle d’oca, di occhi ispidi che si affacciano tra le sbarre sottili delle gocce di poggia e guardano il resto del mondo ricoperto da questa patina invernale che, per ora, a noi non tocca, ben protetti dal nostro tetto, dal tepore della casa, dal pigiama pesante. Poi, il battesimo vero e proprio, una cerimonia tutta personale, un rito lento e meticoloso: porto due o tre candele in bagno, di quelle belle che ho in casa, quasi artistiche. La luce è perfetta, tutta il contrario di quella del neon,  a cui non mi abituerò mai: tanto asettica, ossessiva ed esasperata quella, quanto calda, tremolante, discreta questa delle candele, che permettono comunque di vedere il minimo indispensabile per riempire l’acqua della vasca. Acqua calda al punto giusto. Lo scroscio che si fa sempre più sonoro, e pieno. Fuori continua a piovigginare, perfetto. Metto un cd accuratamente scelto. Seleziono la canzone giusta per l’occasione. Parte “Prospettiva Nevski” di Battiato. Mi immergo con cauta dedizione nella vasca, come in un lavacro. Le candele sembrano rabbrividire di quel “vento a trenta gradi sotto zero” che d’improvviso entra, seppur per un momento, nel bagno in penombra. Tutto è perfetto per iniziare l’inverno in maniera degna di lui, e di noi. Buon inverno a tutti.


così parlò groucho | 13:31 | commenti (6)


venerdì, novembre 21, 2003
 

Palindromi

Palindromo: parola che, letta al contrario, ha ugualmente senso, pur se diverso dall’originario. Un esempio per tutti: Roma-amor.

Ecco, quando penso a te, quando sto con te, io mi sento esattamente così. Un palindromo. Mica facile, da trovare, la persona palindroma. Ma tu, non a caso, vivi le cose che fai e il mondo in modo tutto speculare al mio: leggi e scrivi da destra a sinistra, e in generale vedi ogni cosa da questa differente angolazione, e il risultato di tutto ciò, lo vedi, ha condotto a me, come due strade che, partendo da due punti opposti, dovevano per forza convergere, prima o poi. Due parole che apparentemente non hanno nessuna relazione, ma basta leggerle allo specchio perché una si trasformi nell’altra, una capriola e oplà, non sai più qual è l’una e quale l’altra. Ecco, per me è così: fino a poco tempo fa, ogni giorno mi affacciavo allo specchio e non trovavo niente. O meglio, vedevo il mio viso, più o meno stanco, più o meno allegro, ma il senso spesso mi sfuggiva, mi sfuggiva il significato, le sue declinazioni e le sue implicazioni. Ora, leggo il mio viso allo specchio e ne emerge il tuo nome, il tuo viso si sovrappone ai miei lineamenti come le lettere di due parole si incastonano l’una nell’altra per poi sciogliersi in un nuovo senso, o meglio prendendo una il senso dell’altra (e dall’altra). Palindromi. Solo in un mondo così diverso dal mio, a volte diametralmente opposto, solo qui potevo trovarti, solo nella sponda opposta dove il mio mare trovava la sua tregua, solo guardando le cose e guardandomi da quaggiù, potevo comprendere meglio. Da qui, non so perché, ma tutto mi è sembrato subito molto più chiaro. Ancor più quando, costretto a leggere questi segni apparentemente indecifrabili da destra a sinistra,, ho iniziato a fare lo stesso con le nostre parole, con le nostre attività quotidiane, i nostri gesti comuni. E spesso ne ho colte relazioni nuove, che mi erano sempre sfuggite prima, palindromi curiosi e impensabili, significati non reconditi ma che non avevo mai sospettato solo perché non avevo mai fatto questa semplice operazione: leggere le cose allo specchio, capovolgerle in cerca di un senso nuovo, di un palindromo.

E ora, tu.

Sapevo che il mio volto, la mia ombra sul marciapiede dovessero avere un significato, avevo in qualche modo, forse, anche intuito quale, ma il palindromo mi sfuggiva, non sono mai stato forte in enigmistica. Ma con te tutto si è palesato, ed ora posso finalmente far combaciare i pezzi, dare senso compiuto a ciò che prima mi sembrava solo un geroglifico astruso e casuale, il mio nome, combinazione di cinque segni convenzionali che avevano portato ad un suono al quale rispondevo agli appelli dei professori, ai richiami di mia madre, agli inviti degli amici. Ora ho decifrato la tua scrittura, la tua vita e tutti e due, pur scrivendo i nostri nomi da due direzioni differenti, incrociamo i sensi del nostro essere e, pur con segni diversi, da lembi diversi del foglio, scriviamo uno il testo dell’altro.

Ti amo.


così parlò groucho | 18:23 | commenti (7)


venerdì, novembre 14, 2003
 

Inciampando nei simboli

Qui in Siria la domanda che più mi viene rivolta (oltre alla fatidica “sei sposato? Perché no?”) è “Cosa significa il tuo nome?”. Ogni nome, infatti, qui ha un significato. Il Nome Nada (con l’accento sull’ultima a) significa “rugiada”, per esempio. Wassim significa “bello”, Firas è “leone”, Nour è la luce, Kinan significa “faretra” (pensate un po’, un ragazzo che si chiama faretra), e così via. E sono delusi, quando scoprono che per noi non è così. Il mio nome, rispondo sempre, non ha significato. Marco significa Marco. E se prima, ai tempi dei nostri avi romani, aveva un suo appiglio mitologico, un suo senso recondito (deriva da Mars, dio della guerra), ormai è solo un suono, che i genitori scelgono perché gli sembra piacevole, perché era il nome di un nonno, perché hanno visto un film con un personaggio che si chiamava così, perché è di moda. Ma a me, lo confesso, questa cosa dei nomi che hanno un significato intriga molto. Mi ricorda gli indiani d’America, con i loro nomi suggestivi e aerei, o anche i nomi asiatici, dai significati delicati e suadenti. Mi ricordo che durante un viaggio in Corea del Sud, gli amici coreani mi avevano ribattezzato hanl, che significa “cielo”. Bello, no? E’ curiosa e sintomatica questa cosa del significato dei nomi. Del significato delle cose, in generale. Da secoli l’uomo non fa che dare significati a tutto: ai numeri, ai colori, alle parti del corpo, ai voli degli uccelli, al giorno di nascita, ad un banale ronzio all’orecchio (“ti pensa qualcuno…”). Mi viene in mente, per tutti, quel geniaccio di Dante che si aggirava con disinvoltura tutta medievale nell’intricato labirinto di simboli, allegorie, figure, riflessioni morali. Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita…    La selva che non è solo selva, oscura che significa più di quanto possa dire il semplice aggettivo, e poi il leone che è la superbia, Beatrice come allegoria, in un continuo dipanarsi di figure allegoriche, di simboli che richiamano altri simboli, porte che conducono a passaggi per arrivare a nuove porte, la semplice realtà che non è quello che sembra, ma solo una mappa con la quale decodificare il mondo, parola per parola, oggetto dopo oggetto, immagine dopo immagine, e giungere a tutta un’altra interpretazione delle cose, e di noi stessi.

Chissà, forse perché ormai anch’io sono giunto a quello che Dante considerava il mezzo del cammin di nostra vita (35 anni, appunto), mi viene da pensare che anche quanto da me è stato vissuto finora sia un percorso cifrato, una crittografia in cui mi sono inconsapevolmente mosso senza cogliere il vero senso di tutto ciò che ho visto, fatto, vissuto.  Ad un tratto mi sono sentito come una di quelle figure dei geroglifici egiziani, o scolpite nei templi aztechi, uno di quegli omini perduti in un mondo fatto di simboli, di serpenti piumati, di occhi enormi che si alternano, come una punteggiatura misteriosa, a teorie di animali mitologici, mostri della mente che rappresentano paure, idee, minacce altrimenti invisibili, impalpabili, ma non per questo meno spaventose, per noi esseri impauriti e impauribili. O forse sono io la punteggiatura, la trascurabile virgola replicabile da qualsiasi altro omino, e loro il vero codice d’accesso al vero senso di questa scrittura, di questo mondo così spesso incomprensibile, e che a volte sembra addirittura insensato, ma sicuramente è solo la nostra scarsa capacità di interpretare le cose, gli eventi, le persone; abbiamo perso l’abitudine e l’abilità nel farlo, o meglio ci vogliono cancellare questa capacità, ne hanno paura, e il mondo, pur se apparentemente più a portata di mano, ci sfugge sempre di più, perché la foresta di simboli è sempre più frondosa e inestricabile, e i nostri mezzi sempre più miseri, involgariti, banalizzati, imbarbariti. Dal geroglifico stiamo involvendo al graffito rupestre, al mammut stilizzato, alla paura primitiva del fuoco, in un cammino a ritroso che ci spinge ad affidarci ancora ad amuleti, a pozioni miracolose, a chirurgie improbabili, a cabale e gesti scaramantici, dove i simboli si offuscano e diventano solo paure buie, senza spiegazione, prive di significato e per questo ancora più terribili. Eppure, lo sforzo sta proprio in questo. Di non perdere la capacità, e a volte anche il piacere, di esercitare il nostro intelletto nel gioco interpretativo, nella lettura attenta e ponderata degli eventi, per trovare, prima o poi, il filo in grado di condurci fuori dal labirinto, come fu per il dono di Arianna al suo amato Teseo, eroe del labirinto all’interno del quale, guarda caso, c’era proprio un mostro che sembrava invincibile.


così parlò groucho | 10:37 | commenti (4)


martedì, novembre 11, 2003
 

La solitudine del portiere

A pensarci bene, ero strano. Da bambino, intendo. Come tutti, giocavo a pallone con gli amici; si giocava undici contro undici ai tempi, mica come ora, che va di moda il bonsai del calcio, il calcetto. Avevamo la nostra squadra di quartiere, e ingaggavamo sfide epiche e feroci in tornei prima tra vie o rioni, poi, come in una fase finale più prestigiosa, tra quartieri, appunto. E non eravamo mica poi tanto male. C'era Archimede (sì, si chiamava così), solido centrocampista (che ci vuole sempre), e Riccardo, che organizzava la difesa come un piccolo Scirea. In porta l'imbattibile Daniele, e poi Roberto il cannoniere, Marco il motorino, sempre avanti e indietro per il campo, Giacomo la tipica piccola ala, veloce e precisa. E poi, c'ero io. Una vera schiappa, ve l'assicuro. Non potevano mettermi in porta, il nostro Bordon era troppo bravo, e perciò mi dicevano "stai in avanti" con il tono di chi dice "tocca meno palloni possibile". Avevano ragione, per carità, e del resto obbedivo volentieri, provavo un sincero timore reverenziale per quella palla che sembrava addomesticata benissimo dai piedi di tutti e che invece sui miei schizzava ovunque tranne dove avrei voluto. E me ne stavo lì, oltre il cerchio del centrocampo, senza nemmeno aspettare un passaggio, senza nemmeno osare reclamarlo. Guardavo l'evoluzione della partita e incoraggiavo i miei compagni, plaudivo alle parate di Daniele, davo indicazioni per i nostri micidiali contropiedi. Insomma, non servivo a niente. Inoltre, a lungo andare, mi sentivo solo. Fu così che, dopo l'ennesima azione in attacco a cui partecipai solo per far numero (qualche difensore si ostinava a marcarmi, non mi conosceva), rimasi nei pressi della porta avversaria e mi misi a parlare con il loro portiere. Prima due battute rapide, tipo "bella partita, eh", con lui che mi guardava come si guarda un alieno ("ma chi cavolo è questo?"). Poi mi feci coraggio, e, visto che la nostra squadra subiva parecchio e lui non sembrava molto occupato, mi avvicinai sempre di più e iniziai a parlargli. Come stai, cosa fai, dove abiti, per chi tifi, conosci tizio e caio. Vere e proprie conversazioni, capite. I portieri, dapprima un po' stupiti, finivano per parlarmi volentieri, forse come chi asseconda uno spostato, o forse a volte perché la sentivano anche loro, la solitudine che attanaglia il giocatore preposto a evitare i gol, quello che ha sempre la responsabilità diretta su qualsiasi cosa accada nei pressi dell'area piccola. Io, almeno, la vedevo così. Mi sentivo solo, in quella zona estranea che lui controllava come fa un padrone di casa, e decidevo di passare i tempi morti socializzando con questo bambino che avrei dovuto considerare un avversario ma che, più ci parlavo, più aveva molte cose in comune con me e mi stava addirittura simpatico, con i suoi bei guanti Uhlsport e la maglia con i gomiti imbottiti. Forse fu anche per questo motivo che decisi di imparare a giocare in porta. Con l'aiuto di Daniele, il nostro portiere ufficiale, provai le uscite, i tuffi, le scivolate, e tutti si stupirono di scoprire in me un istinto di portiere che mi permetteva finalmente di essere considerato non più un bene immobile nella squadra. Iniziai quindi a giocare in porta, anch'io. Alternandomi con Daniele, che del resto era bravino anche in attacco. Ma la mia solitudine non passò, almeno non definitivamente. Nessun attaccante, infatti, venne mai a parlarmi.


così parlò groucho | 14:52 | commenti (5)


lunedì, novembre 10, 2003
 

Il paese dei balocchi

Ora, talvolta mi capita di avere la bizzarra idea di far leggere ai miei studenti arabi gli articoli dei giornali italiani. Ecco, sommariamente, i titoli tra cui devo aggirarmi per selezionarne uno che sia particolarmente non dico edificante, ma significativo per il nostro Bel Paese:

Juve in testa, Milan pari a Parma (naturalmente in prima pagina, prima delle bombe a Riad, delle gaffe del nano idiota, prima di ogni cosa) - Genova, crolla un cantiere - Carlo è gay? - Luttazzi torna in tv "attacco tutti" - Bomba a Riad, 17 i morti - Carlo è bisessuale? - Bossi ricatta la maggioranza - Le Monde critica Berlusconi, "è vergognoso" - Papa ribadisce 'no' a uso embrioni umani - Sciopero dei sindacati della Sanità, da domani vietato ammalarsi (cercheremo di fare il nostro meglio) -La guerra dei calendari 2004 continua: tocca alla Silversted - Pantelleria, gommone alla deriva - Londra vieta i giornali italiani per il caso Carlo - Fuga dei cervelli dall'Italia, i ricercatori vanno all'estero - Il derby va alla Roma - Le e-mail sono fonte di stress.....

Detto ciò.... chi cazzo è Carlo?




così parlò groucho | 13:16 | commenti (2)


sabato, novembre 08, 2003
 

Assassinio perfetto (ovvero: diario di un cane cacciatore)

Leggo sul giornale che un cane ha ucciso con un colpo di fucile (sic) il suo padrone cacciatore. Da fonti segrete sono venuto in possesso del diario segreto del cane killer:

Oggi è il giorno. Tutti crederanno in un incidente, nella distrazione del mio padrone che ha lasciato il fucile carico (ma lo pensate davvero così stupido?) nel sedile posteriore. Ma ho fatto tutto io. A forza di vederlo, con me a caccia, a caricare quello strano aggeggio, poi mirare, seguire la traiettoria fuggevole di un torno o quella rapida e pavida di una lepre, e sparare, a forza di stare con lui durante questi eccidi, ripeto, ho capito come si fa. E mentre lui si è appisolato, l'ho fatto. Ho preso un proiettile, l'ho messo nella cavità del fucile, l'ho richiuso con la zampa da una parte e il muso dall'altra, e ho aspettato che lui lo mettesse, come sempre, in macchina. Lo mette sempre lì. Poi, fingendo euforia, ho mirato dalla sua parte, mentre lui mi diceva di stare buono. Il resto è stato facile: con un'unghiata ho tirato il grilletto, il colpo è stato secco e breve, nessun'eco, solo un momento di pausa nel frinire delle cicale intorno, un attimo di esitazione nel soffiare del vento. Poi, tutto è ripreso. La brezza fresca di novembre ha ripreso a riattraversare i campi, le cicale hanno ricominciato a cantare, il fiume a scorrere. Ho dovuto farlo, capite. Voi umani non capite il linguaggio degli animali, ma io, io lo comprendo benissimo. E non ce la facevo più a raccogliere i corpi straziati, moribondi e imploranti di volatili senza colpa, di lepri o fagiani chiamati asetticamente dal mio padrone "selvaggina", per poi chiamarlo "pranzo". Non ce la facevo più. Mi parlavano di sofferenze atroci, inutili, a volte neanche si curava di farmi raccogliere il cadaver di qualche animale, lo lasciava lì, soddisfatto solo di averlo abbattuto, di aver avuto un'ottima mira. Ho dovuto farlo. Tutti crederanno in un incidente, bizzarro e crudele. Ma io sapevo benissimo da tempo come fare, ho scelto solo il momento e il posto giusto. Ora posso riprendere ad essere un cane, un simpatico e fedele amico dell'uomo. Bau.


così parlò groucho | 13:16 | commenti (6)