...a forza di essere vento


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Per andare molto in alto o molto in basso, dove gli angeli sono più belli






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martedì, dicembre 23, 2003
 

Omaggio a Damasco (da un po', e per un altro bel po', la mia città)

Damasco (1)

 

L’incarnato del mondo, qui

ha un colore più terso.

Perdo a poco a poco il mio passo

occidentale, l’andatura affrettata,

i pensieri verticali.

Qui tutto si placa nell’attesa

che leviga il tempo, i nostri corpi

lenti

accovacciati a bere caffè

mentre la città lievita ai richiami di preghiera

che si rincorrono da moschea a moschea.

Da un terrazzo ombroso

osservo i piccioni planare

tra i minareti e le mura bianche

sul cielo terso.

Sono felice, e sento il sorriso

pervadere il mio corpo

come l’odore di gelsomino, tra poco,

sulle vie all’imbrunire.

 

Damasco (2)

 

Mi accolse con un sorriso

di sole e di odori

come si addice all’ospite arabo

che ti offre tè e datteri dolci.

Nelle vie del suq mi sono dimenticato

del mio nome, e del perché, e del come;

ho compreso la ragione d’essere uomo

tra uomini, mentre vagavo

avvolto dall’afrore delle spezie,

e del caffè, e il suo gusto al cardamomo.

Tra le vie della medina mi sono perduto,

(è d’obbligo perdersi nelle vie della medina)

sicuro di uscire prima o poi dal labirinto

non però come un eroe, ma come un bambino

che emerge dal suo gioco ancora pregno

di fantasia, e di storie inventate,

esausto di felicità.

La notte, poi, abbraccia tutto in maniera diversa

che da noi, la luna è più bassa,

e grande, e bianca,

naviga tra i minareti verdi in silenzio,

accarezza il cielo col suo alone pallido

e ti fa indovinare, al di là del buio,

che oltre quelle luci, oltre il velo delle preghiere

al di là dei silenzi e dei clamori

esiste qualcosa di più grande e silenzioso,

il suo corpo un enorme respiro che gonfia le colline,

la sua presenza ovunque, quieta e sicura

di chi sa aspettare per anni, per millenni;

lo senti intorno, addosso, ti è entrato dentro:

è il deserto

e tutto il resto è nulla.


così parlò groucho | 17:39 | commenti (10)


domenica, dicembre 14, 2003
 

Natale e oltre...

Il periodo era questo, la metà di dicembre. Un sabato, perlopiù mattina, quando mio padre non lavorava. Allora, su ordine perentorio di mia madre, e le reiterate insistenze mie e di mia sorella, ecco mio padre che si copriva e scendeva in cantina, da dove riemergeva con le fatidiche scatole di Natale: quella dell’albero, quella delle palline, quella degli addobbi, quella delle luci, quella delle spine, e infine quella del presepio. Riaprirle, ogni dicembre, era ormai un rito a cui avremmo rinunciato per poche cose al mondo (escludendo soltanto un terremoto, una catastrofe nucleare, o un’epidemia di peste). Ma a me, quella che è sempre piaciuta di più, ancora più della scatola degli addobbi, era quella che conteneva le palle dell’albero. Sì perché, come tutte le palle che si rispettino, le nostre erano fragili e antiche (la saga familiare narrava che alcune di esse risalivano al tempo del fidanzamento dei miei genitori, evi ed evi orsono), e ognuna di esse era protetta e avvoltolata nella carta. E siamo arrivati al punto. Va bene Natale, va bene l’albero, va bene l’atmosfera natalizia, con mio padre che si arrampica per mettere le palle più belle bene in vista sotto le direttive perentorie di mia madre –regolarmente seduta sul divano col cane sulle ginocchia, versione cinofila della Spectra -, va bene le carole natalizie in sottofondo, ma a me, quello che piaceva di più era appunto la carta che proteggeva le palline dell’albero. Mica era carta comune, quella. Erano pagine di vecchi giornali, sempre gli stessi, in cui avviluppavamo le palline natalizie non so da quanti anni. Fatto sta che quei giornali riportavano notizie lontane, ormai distanti nel tempo e nella memoria, erano piuttosto pagine di storia che parlavano di fatti che non appartenevano certo più alla cronaca. In quelle pagine rivivevano episodi della vita italica come l’austerity, il lancio delle am-lire (chi non ha ancora in casa gli assegni da 50 o 100 lire), e poi più in là con il tempo e le palline dell’albero ecco i governi Fanfani (ma ve li ricordate, i governi Fanfani??), le missioni esplorative di De Mita, o di Spadolini (splendidi i suoi governi balneari, quelli destinati a durare un’estate, come una qualsiasi canzone dei Righeira…). Ed eccoci agli anni di piombo, le gambizzazioni delle Br, i rapimenti dell’Anonima Sequestri, gli orecchi fatti recapitare agli sventurati parenti, Andreotti ministro degli Interni, poi degli Esteri, poi Presidente del Consiglio, poi ancora agli Esteri…

Insomma, avrete capito che io passavo l’intera mattinata per terra a stirare quelle pagine ingiallite e stropicciate, leggendo avidamente i titoli più importanti e spesso anche alcuni articoli di questi vecchi giornali, in cui il Perugia di Castagner pareggiava 2-2 con l’Inter all’ultimo minuto con gol di Speggiorin, dopo essere stato in svantaggio per 0-2 (porco mondo) e di lì a poco, qualche pallina di Natale dopo, eccolo finire il campionato imbattuto, dietro il Milan campione d’Italia (era l’anno 1978, per la cronaca, con Albertosi in porta, e De Vecchi a spolmonarsi nella sua centrocampo). Da un’altra palla ecco riapparire una foto di Laura Trochel (chi la ricorda alzi la mano, era la moglie di Pippo Franco, ai tempi, ora non so), e poco sotto Jack La Cajenna con l’immancabile tazzina in bocca tutta intera. D’accordo, non sarò stato di grande aiuto nel fare l’albero, ma nel godermi questa mia personale emeroteca natalizia non ero egoista, rendevo partecipi anche i miei genitori, e leggevo loro le notizie più curiose e lontane. “Sentite qua: il governo Spadolini cade sotto i colpi dei franchi tiratori”, o: “Lite in diretta tra Almirante e Mario Pastore durante una tribuna elettorale”, cose così. E loro si sbellicavano, o alzavano gli occhi un po’ sognanti, perché certi nomi, certe date, risvegliavano in essi chissà quale ricordo, ricorrenza personale, chissà quale sogno realizzato, o perduto. Ecco, questo è quello che mi viene in mente a caldo se mi si parla di Natale, e di albero, e di addobbi. Poi, certo, viene tutto il resto. Ma questi sono i ricordi più miei, più personali, che mi resteranno sempre addosso, anche quando sarò io il papà che salirà sulla sedia per mettere la stella cometa (perennemente fulminata) sull’albero di casa, e a terra giaceranno vecchi giornali che parlano di lontani processi ad un tale chiamato Previti, del governo Berlusconi, di un bellimbusto totalmente caduto nell’oblio che si chiamava Rutelli (“ma che faceva, chi era, papà?” “Taci e passami la palla azzurra, quella grande…”)….


così parlò groucho | 10:22 | commenti (6)


mercoledì, dicembre 10, 2003
 

Qui chi non terrorizza, si ammala di terrore... (Fabrizio De Andre', Il bombarolo, 1973)

Dopo l’attentato ai soldati italiani in Iraq, le ambasciate nei paesi arabi e in generale musulmani, hanno adottato misure di sicurezza straordinarie. Qui a Damasco, la via che conduce alla nostra rappresentanza diplomatica è guardata a vista da poliziotti ad ogni ora, la consueta sorveglianza all’edificio è raddoppiata se non triplicata, e addirittura mi è stato chiesto se desideravo un guardiano davanti al portone di casa. Ho gentilmente, ma fermamente, rifiutato. Personalmente trovo tutte queste misure precauzionali eccessive e sostanzialmente inutili, non vedo come quattro uomini invece di uno possano fermare un camion guidato all’impazzata da un eventuale (e improbabilissimo) kamikaze. La guardia armata davanti a casa, poi, mi farebbe assurgere dallo status di normale individuo a quello di vero e proprio bersaglio, se non altro dei lazzi di tutta la via (non credo si sia mai visto un innocuo professore di italiano scortato da uomini in nero con mitraglietta Skorpion a tracolla). Ma, ahimé, la psicosi sembra dilagare: in una località dell’Egitto hanno costretto tutti gli stranieri a trasferirsi in un mega-albergo solo per loro, con immancabile guardiano. Ora sì che sono bersagli ben individuabili. A Istanbul, naturalmente, il clima è molto teso, molti insegnanti italiani hanno perso il lavoro. Qui ancora non è accaduto, ma per il momento l’Istituto Italiano di Cultura ha sospeso i corsi, se non altro perché situato nello stesso edificio dell’Ambasciata. Insomma, la nevrosi di cui vedo quotidiani resoconti nei telegiornali nostrani, si sta spingendo fino a qui, tramite le terroristiche (quelle sì) circolari del Ministero degli Esteri. C’è chi parla (o teme) anche di un’immagine dell’Italia offuscata agli occhi dei siriani, ora che, grazie alla politica estera filoamericana e filoisraeliana del nostro Governo, non siamo più “gli amici degli arabi” come era stato sempre creduto. Per mia esperienza personale, finora non ho avuto nessun riscontro negativo, tutti continuano a trattarmi molto gentilmente, i miei studenti non vedono l’ora di riprendere i corsi, le ragazze siriane perseguono nell’idolatrare Maldini, Del Piero, Buffon e Totti. Ebbene sì, non l’avrei mai creduto, ma mi tocca ringraziare proprio loro, i nostri calciatori, che qui sono seguiti da tutti, uomini e donne, come fossero della nazionale siriana. Al di là di Berlusconi e Frattini, sono loro i veri rappresentanti dell’Italia qui in Medio Oriente, e ne difendono l’immagine (altrimenti effettivamente offuscata, in seguito all’intervento in Iraq) e addirittura la cultura (concetto del resto estraneo tanto ai calciatori quanto a Berlusconi). Insomma, il made in Italy qui resiste ancora grazie non solo a Benetton, ad Armani e alla moda in generale, ma anche e soprattutto ai bellimbusti in pantaloncini in patria tanto amati sì, ma anche criticati e spesso denigrati, per gli incongrui stipendi (solo il reddito annuo di due o tre juventini potrebbe risolvere molti problemi qui in giro) e gli scarsi risultati sportivi. Viva l’Italia pallonara, dunque, in fondo meglio le basette di Del Piero alle sparate di Bossi, i gol di Vieri agli autogol internazionali del nostro Presidente del Consiglio. Addirittura, uno dei pochissimi libri che ho visto leggere da una ragazza in bus, era l’autobiografia di Baggio, in inglese. Al nome Dante Alighieri, tutti ti guardano con aria interrogativa, ma se nomini Roberto Baggio, o Alessandro Del Piero, allora si apre nei loro volti un sorriso di ammirazione: beati voi che siete italiani e avete Del Piero e Totti! Eh già, beati noi…


così parlò groucho | 15:41 | commenti (3)


venerdì, dicembre 05, 2003
 

Istantanee dalla Siria - 1

 

L’Eufrate

 

Continua il mio viaggio a ritroso

nel tempo: in aereo

ho sorvolato Atene, mentre Lisandro

assediava il Pireo e ne cancellava le mura.

Poi ho intravisto le Cicladi,

scaglie di terra sospese

nell’azzurro del mare, o del cielo,

o del tempo – se il tempo ha un colore.

Più oltre, e indietro nel tempo,

ecco il Libano, e Byblos,

e le navi fenicie alla rada

odorose di legno salato.

Il viaggio prosegue

e do le spalle al mio tempo

più indietro, ancora più oltre

la luna oscilla su Damasco

e le sue vie calpestate da tremila anni.

La Siria ha due sponde, tra Oriente e Occidente:

sul mare più antico del mondo è Ugarit

che tracciò la prima scrittura;

nel deserto è l’Eufrate,

larga ferita scura e fertile

che accolse e domò il nomade cacciatore

e ne fece civiltà, e storia che fermenta.

 

… Se continui poi il viaggio a ritroso

più in là, a pochi chilometri,

il confine con il Big Bang,

il caos primordiale.

 

Mar Musa *

 

Erano eremiti, dicono

e non gli bastava il deserto.

E allora percorsero quello che ora

è un nastro grigio tra le dune

plasmate a terra, a vento e a cielo

e salirono fin lassù a mille metri,

a edificare la loro solitudine

e farne una rocca solida

e scoscesa, come le loro preghiere.

Nella piccola chiesa

che fu moschea, e poi di nuovo chiesa,

resistono affreschi di poveri artisti

vergini rigide tra archi e pilastri

             e sopra i tappeti tremolanti di candele,

            tra le gambe incrociate si apre uno strano

             grande libro nero

             e non ti importa più

             se è la Bibbia, o il Corano.

 

* Mar Musa è il nome di un monastero in mezzo al deserto, a 1300 metri d'altezza. Questa poesia è dedicata a mio padre, che ci venne con me poco tempo fa.


così parlò groucho | 22:44 | commenti (3)