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Quando due blog non bastano: ecco dove scrivo delle mie peregrinazioni nel Mediterraneo »Tra Damasco e Atene
Scribacchio talvolta anche sulla rivista online »"Sacripante"
Ho deciso: passerò le mie prossime vacanze in un'isola. Del Mediterraneo, preferibilmente. Per quanto mi sforzi, non sono mai riuscito a comprendere coloro che vanno in isole esotiche in mezzo all'Oceano, paradisi caraibici o presunti tali, con spiagge bianche, palmizi e mare cristallino, villaggio turistico e tutto il giorno distesi a oziare, isolati dal mondo, sì, ma anche da tutto ciò che ci circonda, la gente che in misera abita a pochi chilometri dal nostro cosiddetto paradiso, la vita che brulica altrove, e pulsa... E' vero, dovrei provare per capire meglio, ma proprio non me la sento. E se dopo ore di viaggio e centinaia di euro spesi me ne voglio fuggire a gambe levate? Non so, il Mediterraneo mi rassicura di più. E' il mio mare, il nostro mare. Il mare più antico del mondo, solcato dagli egizi, dai fenici, dalla storia e dalla leggenda, da esploratori reali e mitologici (gli Argonauti, Ulisse...). Il Mediterraneo ha una sua personalità, le sue isole non hanno niente da invidiare a quelle sopra descritte, e la sua posizione è unica, a lambire le terre più antiche, in cui ogni roccia racconta le nostre origini, ogni muro è edificato dai nostri sogni, corroso dalle paure, distrutto dalla nostra storia. Rilancio agli appassionati di mete esotiche: ma l'avete mai vista davvero la Sardegna? Avete mai visitato le sue calette isolate, calpestato le sue sabbie sottili e bianchissime? O avete idea di cosa sia Malta? Un concentrato di cultura e ambiente meraviglioso, unico. Per non parlare delle isole del Peloponneso, non le "solite", ormai congestionate, ma con pazienza si trova ancora qualcosa di quasi incontaminato. Basta avere pazienza, saper cercare, aspettare. Tutte cose che, pur essendo un popolo mediterraneo, noi italiani stiamo irrimediabilmente perdendo, abbiamo già da tempo dimenticato. Camminare per le viuzze di un paesino greco con le pareti imbiancate a calce e le porte azzure, accompagnati solo dal suono dei dadi fatti rotolare dalle mani di due anziani nel ripiano di legno del Backgammon (Machiavelli ne era un appassionato, e ai tempi lo chiamavano tric trac). Il vento leggero che increspa le jellabie fruscianti in un villaggio tra mare e deserto, tra i richiami dei muezzin sulle cupole dei minareti. Il balconi di gerani da cui si affacciano due occhi penetranti e una canzone balcanica sussurrata appena. Il calore rosso dell'Andalusia sospesa ancora tra due culture e due mondi. Il pesce mangiato su una terrazza sul mare, davanti alle barche tirate in secco, il legno che trasuda di sale, il vino bianco fresco sul tavolo blu. Ripeto, sono parziale, ma io sento di amare profondamente il nostro vecchio Mediterraneo. E' difficile, direi impossibile, trovare un mare altrettano denso di simboli, di solchi emotivi ben tracciati nella memoria vissuta e nella fantasia raccontata. E l'isola, perché no: una pausa, una breve apnea, lo spazio bianco tra due versi che rende le parole ancora più forti, le intride di una vita non solo in battere, ma anche in levare.
Il zigzag degli stormi sui battifredi nei giorni di battaglia, mie sole ali, un filo d'aria polare, l'occhio del capoguardia dallo spioncino, crac di noci schiacciate, un oleoso sfrigolio dalle cave, girarrosti veri e supposti - ma la paglia è oro, la lanterna vinosa è focolare se dormendo mi credo ai tuoi piedi.
La purga dura da sempre, senza un perchè. Dicono che chi abiura e sottoscrive può salvarsi da questo sterminio d'oche; che chi obiurga se stesso, ma tradisce e vende carne d'altri, afferra il mestolo anzichè terminare nel patè destinato agl'Iddii pestilenziali.
Tardo di mente, piagato dal pungente giaciglio mi sono fuso col volo della tarma che la mia suola sfarina sull'impiantito, coi kimoni cangianti delle luci sciorinate all'aurora dei torrioni, ho annusato nel vento il bruciaticcio dei buccellati dai forni, mi son guardato attorno, ho suscitato iridi su orizzonti di ragnateli e petali sui tralicci delle inferriate, mi sono alzato, sono ricaduto nel fondo dove il secolo è minuto -
e i colpi si ripetono ed i passi, e ancora ignoro se sarò al festino farcitore o farcito. L'attesa è lunga, il mio sogno di te non è finito
Ha fatto emozionare anche chi, come me, non è mai stato un appassionato di ciclismo. Ricordo un pomeriggio ozioso in cui guardavo distrattamente il Giro e lui mi fece saltare sul divano per uno di quei tapponi dolomitici in cui lasciava tutti dietro e lui saliva, solitario e irresistibile. Eppure, anche ai tempi in cui era “il Pirata”, in cui il tutti ne parlavano, e le strade d’Italia erano lastricate del suo nome, se lì passava il Giro, ecco, anche in quei tempi mi dava sempre l’idea di un uomo triste. Triste o solo, come quando staccava tutti e si arrampicava sul Pordoi. Se fosse dopato, non lo so. Probabilmente sì, come tutti del resto, come chiunque ormai si ritrovi a fare sport a certi livelli, nel ciclismo come nel calcio, nel tennis, alle Olimpiadi. E il piccolo Pantani, magro e triste, non ha saputo tollerare un mondo dopato, in ogni suo aspetto. Il doping è un’esasperazione delle prestazioni, un modo per essere sempre al di là delle proprie capacità. Esagerare. Sette procure che indagavano su di lui, manco fosse Bin Laden. Giornalisti che ne fecero un dio in terra e poi, allo stesso modo, un fallito, e via, avanti un altro. Esagerazioni. Ma viene anche da pensare ai contratti dei calciatori, alle spese folli per ingaggiare ragazzi che appena a 20 anni si ritrovano all’interno di un congegno infernale, multinazionali, giri di miliardi, e loro scoprono di essere un ingranaggio di tutto ciò. Un ingranaggio apparentemente fondamentale, ma che in fondo può essere sostituito come e quando si vuole. Altro che nandrolone, il doping è ben altro, e coinvolge tutto e tutti. Quando ho saputo di Pantani, e ho visto dove e come viveva, ho sentito di essere fortunato, fortunatissimo. Felice di non avere miliardi dopati, ma anche amareggiato, per vivere in un mondo in cui hanno avvelenato anche una cosa semplice, sana e gioiosa come dovrebbe essere lo sport.
Chatwin nel suoLe vie dei canti parla di una tribù aborigena la cui cosmogonia era costituita da Dei che creavano del mondo attraverso la semplice parola: bastava nominare una cosa perché questa si concretizzasse, e iniziasse a esistere. Il mondo, l’universo intero, con tutte le sue creature, le sue rocce, i suoi alberi, erano in pratica una epifania sonora, scaturiti dalla voce stentorea di questi dei, che attraversavano il mondo seguendo percorsi invisibili, le vie dei canti, appunto, cartografia astratta e invisibile, presente se non nell’eco di ciò che furono quei canti. Chatwin parla anche di carte sulle quali gli aborigeni supponevano fosse tracciato il cammino di chi per primo nominò il mondo, creandolo, ma chi ha letto il libro sa benissimo di ciò di cui sto parlando, chi non l’ha letto ha ora una ragione in più per farlo, se trova l’argomento interessante. Da parte mia, non so perché ora mi viene in mente una cosa simile, ho letto quel libro più di dieci anni fa, ma questa immagine dei sentieri senza impronte, fatti solo di vento che un tempo contenne e portò i nomi a farsi cosa, mi ha sempre affascinato. Sarà che piacerebbe a tutti, essere almeno un giorno un dio di questo tipo, un dio creatore delle cose solo nominandole, ed edificare così città, paesi interi, magari mondi e costellazioni, in una armonia possibile, questo sì, davvero soltanto a parole, nella meravigliosa teoria delle leggi fisiche che reggono il cosmo, le formule chimiche che sovrintendono alle nostre emozioni così come alle nostre digestioni. Gli assiomi matematici su cui si basano gli impalpabili flussi di bit che mi permettono ora di comunicare. Il mondo, come archetipo, intendo, sarebbe davvero un posto perfetto se fossero solo le formule, i nostri “canti” odierni, a governarlo. Un mondo nominato e quindi in sé esistente. Non ricordo chi disse che, secondo lui, la formula E=mc2 avrebbe dovuto essere esposta alla stregua di un quadro di Picasso, o di Leonardo, perché anch’essa rappresenta a suo modo un’opera d’arte, il risultato di un lavoro di un genio. Ripercorrendo a ritroso, le nostre peculiari vie dei canti abbiamo dato le parole ai canti creatori del Tutto: H2O, e abbiamo l’acqua. Una semplice compresenza di numeri e lettere esemplifica la complessità miracolosa di una cosa come la fonte di ogni vita, quella che ora gli scienziati americani sono tanto felici di aver trovato su Marte. Così importante, e così semplice. Due atomi di idrogeno, uno di ossigeno. Voilà. Ci voleva mica un dio a inventarla… Eppure, noi, progenie di scialacquatori, non siamo in grado nemmeno di preservarla. Trovare la formula non significa capire, a quanto pare.