| ...a forza di essere vento | ||||
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mercoledì, marzo 31, 2004 Rewind C'è una canzone, piuttosto in voga negli ultimi mesi, che si intitola "12 anni": il ritornello dice testualmente: voglio avere 12 anni ancora, giocare con i miei compagni di scuola, tutto il giorno sotto casa, nel cortile della chiesa, quando la vita non faceva paura. Alla faccia del complesso di Peter Pan, viene da dire. Insomma, se prima c'era il mito dell'eterno adolescente, qui siamo arrivati alla cosiddetta preadolescenza, gli anni delle merendine e del Monopoli, del gioco della bottiglia con i baci sulla guancia; non più il motorino ma la bicicletta, non viaggi ma, al limite, le esplorazioni in gruppo dei posti pregni dell'ingenuo mistero che aleggiava nelle leggende metropolitane così in voga presso i ragazzini. Chissà, magari tra qualche anno la tendenza arriverà ancora più in là, e la paura della vita adulta ci farà rinculare ulteriormente verso la fanciullezza, rivaluteremo Pascoli e il gre gre delle raganelle, arrivando a rimpiangere il pane e Nutella alle quattro di pomeriggio, l'appuntamento quotidiano con Heidi o Bim Bum Bam, con Paolo Licia e Uan. Non c'è dubbio che la vita adulta sia stata escogitata ad arte per irretire anche i più valorosi degli eroi omerici, che del resto non avevano a che fare con mutui, tassi agevolati, lavoro precario, contratti co.co.co, affitti vertiginosi, iscrizioni difficoltose agli asili nido, zucchine carissime, stipendi al netto ogni mese più esangui. E non è forse per evitare tutto questo che gli ex vip del programma "La talpa" affrontano le prove più assurde e idiote, preferendo i cobra, gli scarafaggi e i dirupi a capofitto pur di non fronteggiare l'inflazione su stipendi incerti, l'arrancare a fine mese con qualche centinaio di euro? Ah, la vita vera, che orrore! Ricordo ancora il panico che mi prese all'indomani della laurea; esco dal ventre caldo dell'università e mi chiedo: e adesso? All'interno delle mura universitarie ancora era tutto sotto controllo: il rito degli esami, le notti alcoliche e canterine con gli amici, l'illusione di poter rimanere ventenni per sempre, il tutto tanto friabile quanto però rassicurante, anche la mensa ci evitava l'arduo compito di cucinare il pranzo, fare la spesa, e del resto quando capitava i soldi non erano mai i nostri. Fuori da quelle mura, il mondo era altro, ci aspettava famelico, ma noi rimandavamo all'infinito l'appuntamento, come il soldato di Samarcanda fa con la morte. Ma non era la morte che temevamo, era la vita. Ed ora, che nella vita ci troviamo immersi, noi cialtroni, ribaldi codardi ultratentenni (ma quasi quarantenni, ormai l'ago secolare punta più sugli anta) ruminiamo i nostri favolosi vent'anni come un tesoro sepolto e mai più ritrovato (come se fosse possibile), e i ventennni palestrati cosa cantano? Voglio avere 12 anni ancora. Almeno noi nei nostri sogni a ritroso teniamo i viaggi perenni, bevute pantagrueliche ad libitum, ragazze diverse ogni mese. Loro no, vanno ancora più indietro, al calcetto in oratorio, a space invaders. Ognuno ha i suoi miti, per carità, e ognuno merita i miti che ha. Da parte mia, ho scoperto finalmente di aver sepolto per sempre i miei vent'anni, e nemmeno mi ricordo più il punto dove ho scavato per deporli. Sono da qualche parte, ben custoditi, sicuramente nessuno me li ruberà mai, e questo già è importante, in un periodo in cui i risparmi non sono certo in ottime mani. Ma varcata la linea d'ombra (anche se un po' tardi, l'ammetto), capisco che il viaggio non può essere mai a ritroso, che la vita è famelica e bastarda, sì, ma proprio per questo vale la pena di fronteggiarla a viso aperto, stupendola più di quanto ci possa stupire lei, e non è poco. Con il viso ben proteso in avanti, usando i nostri bei ricordi come gli antichi eroi omerici usavano lo scudo: difesa quando necessario, ornamento nella pace, ma guai perderlo in battaglia. così parlò groucho |
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sabato, marzo 13, 2004 Idrofonia In una trasmissione radiofonica si parla degli idrofonisti, cioè gli addetti dei sommergibili all'ascolto e alla interpretazione dei suoni negli abissi. Ora, con i sonar, è tutto meno confuso - o quasi, ma ai tempi in cui i sommergibili erano vere e proprie scatole di lamiera a mollo negli oceani, il compito spettava, appunto, a questi uomini. Era un mestiere che si imparava empiricamente, con l'idrofonista anziano che dava consigli al suo apprendista e gli diceva a chi apparteneva ogni suono, accostando rumori mostruosi a nomi di creature mai viste, o soltanto raccontante. Per un momento mi immagino il volto e lo stupore di quel giovane in ascolto dalla sua postazione, edotto dal suo precettore su cosa sia quel muggito subacqueo, a quale animale appartenga, e come sia a sua volta questo mostro marino, dove viva, se sia minaccioso o mite, se c'è pericolo per il sommergibile. Un mondo popolato solo da suoni e immaginazione. Un po' come quello del feto, ovvero di noi stessi nei nostri primi nove mesi di vita, mesi scanditi dal pulsare del battito cardiaco materno, dall'opaca consistenza del liquido amniotico che ottunde ogni suono, e, al di là, gli abissi con i suoi mostri mai visti. Cr Non so, ma a me pare che, nonostante il moltiplicarsi delle fonti (e dei mezzi) di informazione, siamo sempre più simili a quell'idrofonista dilettante, o agli uomini del mito platonico della caverna: imprigionati nel ventre della terra a guardare le ombre del mondo che provengono dall'esterno, e attraverso quelle decifrarlo, cercare di comprenderlo. Invano. così parlò groucho |
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