...a forza di essere vento


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martedì, luglio 27, 2004
 

Aria d'estate...

Il killer Liboni, ormai famoso come un divo, con tanto di nome d'arte: "Lupo". E poi, la coppia di quarantenni che si sgozzano a vicenda, in una sorta di Guerra dei Roses nostrana. E ancora, il tizio che uccide l'amica di infanzia. Il ragazzo che uccide i genitori e il genitore che tenta di uccidere il figlio schizofrenico. Recentissime: Brescia, 19.47: donna trovata morta in rimorchio camion, forse strangolata. Firenze, 20.49: cadavere di donna affiora da lago, è stata sgozzata.

Le cose sono due: o la gente in estate impazzisce per il caldo ("C'è un caldo da impazzire", diceva al riguardo una canzone di un amico cantautore), o i giornalisti non sanno cosa scrivere e si concentrano sulla cronaca nera. O forse sono i cronisti di nera gli unici che non vanno in ferie e in pratica monopolizzano i giornali?


così parlò groucho | 22:17 | commenti (3)


venerdì, luglio 23, 2004
 

La città immobile

Lì, ogni cambiamento era bandito. Ogni mutazione, rigettata. Ogni rinnovamento, estirpato sul nascere. Si preferiva l'immobilità, la sicurezza dell'abitudine, l'infallibile predizione di ciò che si ripete senza alcuna modificazione. Così facendo, gli abitanti erano sicuri, saldi nella loro vita come alberi millenari, estranei alle paure e alle insicurezze, impermeabili ad ogni sussulto emotivo che potesse disgregare quel solido edificio di gesti sempre uguali a sé stessi, idee e convinzioni monolitiche, ereditate dagli avi degli avi e mai messe in discussione, mai nemmeno minimamente incrinate dalla brezza di un dubbio, dal refolo di una domanda. Le domande: bandite. I negletti, i criminali, gli esuli, erano proprio coloro che pretendevano di farsi e, ancor peggio, fare domande: erano visti come terroristi, come indegni di abitare quella terra dove tutto esisteva in quanto era così da secoli, e così doveva rimanere per sempre. Che senso aveva farsi domande, se tutto era perfetto così come era, se tutto funzionava con estrema precisione, anche le stagioni non avevano esitazioni, e si alternavano con regolarità impressionante, ad ogni solstizio si davano il cambio, e la vita era come regolata da un ingranaggio perfetto. Perché le domande, dunque? Cosa c'era da chiedere, che dubbi potevano sorgere, in una linearità così ineffabile? Ma gli abitanti di questa città, non si sa perché, non erano felici. Sì, non avevano apparentemente problemi, gli affari dei commercianti andavano bene, i contadini non soffrivano di siccità o di alluvioni e i raccolti erano sempre regolari e abbondanti, i ladri erano sempre puntualmente catturati e quelli che sfuggivano prima o poi si costituivano, per vergogna, o per paura di essere esiliati da una terra così perfetta. Gli autobus non erano in ritardo, i treni partivano e arrivavano puntuali, ma in realtà non andavano da nessuna parte. Troppa era la paura di essere contaminati dal disordine e dalla confusione "lì fuori". La città immobile era anche una città isolata, al di fuori di ogni velleità turistica (i turisti erano visti come batteri nocivi, e per questo scoraggiati dal visitare la città), i treni partivano e arrivavano ma erano vuoti, nessuno viaggiava, nessuno partiva, nessuno arrivava. Che fosse per paura, o per apatia, o perché anche il viaggio era comunque visto come motivo di disordine e sgretolamento di quell'ordinamento lindo e asettico, non si sa. Sta di fatto che anche di bambini ne nascevano ben pochi, nella città immobile, in quanto era difficile sopportare la novità devastante di una nascita, di una vita che poneva un inedito tassello che rischiava di essere asimmetrico, capace di incidere in modo letale in quel fragile (anche se apparentemente soldissimo, ed eterno) reticolo di norme rigorose, di regole immutabili, di codici non scritti ma incisi nel tempo e nella vita di ognuno. La città immobile si estinse in silenzio, o meglio si mummificò, priva come era di interiora, di polmoni e stomaco, di ventresche e di cuore. La si può visitare tutt'ora come un museo all'aperto, con le sue fontane zampillanti acqua solidificata (non ghiacciata, semplicemente solidificata), i suoi giardini di erba gialla rinsecchita ma ancora perfettamente ordinati e curati. Addirittura le macchine, ormai enormi fossili incrostati, sono rimaste parcheggiate in maniera impeccabile, perfetta, in ordine quasi geometrico, come dovessero ornare e non intasare la città. Le case, se riuscite a salire tra la polvere del tempo e le scale fatiscenti, sono come i loro abitanti le hanno lasciate: addirittura le pantofole sono allineate ai lembi dei letti, le pattine all'entrata dei soggiorni, gli orologi che, caricati tutti insieme, insieme si sono scaricati e segnano come per incanto tutti la stessa ora, l'ora in cui la città immobile raggiunse l'apice della sua perfezione, il grado zero della sua immobilità. La morte.


così parlò groucho | 13:51 | commenti (1)


venerdì, luglio 16, 2004
 

Omonimi

Sarà capitato a tutti (a tutti gli egocentrici ed egotici come me, almeno) di digitare il proprio nome in un motore di ricerca e vedere cosa succede, quali tracce abbiamo lasciato nell'immenso spazio dell'universo digitale. Per quanto mi riguarda, ho scoperto che esistono miei omonimi (come io sono a mia volta loro omonimo) un po' ovunque e un po' in tutti i campi dello scibile: il più noto, a quanto pare, è un disegnatore di fumetti, a cui sono dedicate parecchie pagine in rete e sembra molto apprezzato dagli esperti. Poi ho curiosamente trovato persone che si chiamano come me in ambiti che sono  da sempre nemmeno tanto sopite mie aspirazioni: il gestore di un agriturismo nel senese, una casa editrice col mio cognome (l'editoria è una mia vecchia passione, mai del tutto estinta). C'è anche un povero ragazzo ventiseienne di Spoleto morto durante la naja, e un numero imprecisato di anonimi omonimi speranzosi partecipanti a concorsi vari, pubblici, universitari, i cui nomi compaiono nelle liste con i punteggi. Devo dire che fa un certo effetto pensare che in giro ci sono altre persone con tutt'altra vita dalla mia, tutt'altra faccia, tutt'altre esperienze, i quali però firmano documenti, assegni, lettere, col mio stesso nome. Da piccoli rispondevano all'appello quando la maestra chiamava me, capite. E viceversa, ovvio. Sembra niente, ma c'è da diventare matti, a pensarci. Certo, uno che si chiama Paolo Rossi c'è abituato, a queste cose, e magari ha anche i suoi momenti di vanità, a pensare che attori e calciatori hanno reso famoso il suo nome così comune, apparentemente anonimo. Ma i nomi come i miei, che non sono tutt'altro che diffusi (non parlo del nome di battesimo, ma del cognome), vederli replicati così, da gente che non hai mai visto e che porta in giro le tue stesse iniziali, lo stesso suono che ti avviluppa da sempre e che credevi l'unica cosa veramente tua, ecco questo mi fa davvero un certo effetto. Un fumetto firmato da me. Concorsi con il mio nome nelle liste. Addirittura una lapide.

Sì, decisamente fa un certo effetto.


così parlò groucho | 22:14 | commenti (6)


mercoledì, luglio 14, 2004
 

Sapessi come è strano...

...esser d'accordo con la Moratti, a Milano. Ebbene sì, lo confesso, non senza costernazione, questa volta sono d'accordo con il nostro ministro dell'Istruzione (e di altre cose che non conosce, come la ricerca e l'Università, del resto già deteriorate dal compagno Berlinguer): non mi piace l'idea di una o più classi "islamiche", cioè totalmente composte da studenti di religione musulmana. Sarebbe una scelta in netta controtendenza ai tanto sbandierati propositi di "integrazione" e di "dialogo tra le religioni", un ghettizzare ulteriormente ragazzi e ragazze che sono in Italia per conoscere, capire e comprendere (e, perché no, criticare, se vogliono) la nostra cultura e la nostra società. So che i venti ragazzi egiziani avevano finora solo frequentato una scuola autogestita dalla comunità islamica milanese in via Quaranta e le loro famiglie avevano espresso esplicitamente il proposito di far loro frequentare la scuola pubblica "a condizione che" fossero inseriti in classi speciali. Ma se non sbaglio la nostra è, appunto, una scuola pubblica, non privata, cioè non al servizio delle esigenze dei privati. E, secondo il mio punto di vista, crescere in questo modo ragazzi provenienti da un'altra cultura in un paese con tradizioni differenti, significa estrometterli sin dall'inizio, o comunque rendere loro molto difficile, la possibilità di interagire, partecipare e integrarsi nel tessuto sociale e culturale in cui si trovano a dover vivere. Significa accentuare le differenze, non certo attenuarle. Significa giustificare, in maniera "velata" (visto che si parla di "velo" e altre amenità, che non c'entrano però niente) ogni tipo di separazione, il "noi di qua e voi di là", i muri tanto aborriti qui come in Israele. Mi stupisce che i Ds parlino di "occasione perduta" per Milano. Non vedo nè occasioni, né autobus persi. E' vero, esistono, con pieno diritto, scuole ebraiche, cattoliche, valdesi. Ma, appunto, private. E, se posso dire la mia, nemmeno vedo di buon occhio queste enclaves didattiche e confessionali. Ma chi conosce almeno minimamente l'Islam (entità tanto vasta quanto plurima, di voci, di correnti, di interpretazioni religiose anche al suo interno) sa bene che non si tratta solo di una semplice religione, come può essere per il cattolicesimo. Il paragone è casomai più calzante con la cultura e la religione ebraica, davvero questo un forte connettivo sociale e identitario, al pari del professarsi musulmani. Sono assolutamente d'accordo nel fatto che è importante valorizzare la propria cultura anche quando ci si trova fuori dal proprio paese, ma ciò non significa volersi isolare e rifiutare l'opportunità che questo paese ti offre per conoscere la propria cultura e la propria società. Io vivo in Siria, e presumibilmente ci vivrò ancora per un po'. E se l'idea di mandare i miei figli alle loro scuole mi inorridisce non è perché siano musulmani (del resto, questo, come l'Italia, dovrebbe essere uno stato laico, e a quanto mi risulta non si studia il Corano nelle scuole pubbliche), ma perché i metodi sono antiquati, ci si basa solo sulla mnemonica, e la loro conoscenza storico-politica del mondo è a dir poco carente. Inoltre, non intendo far sorbire a mio figlio lezoni ed esami sulla "cultura socialista" e le eroiche gesta di Assad padre, definito nei libri "l'immortale". Non ne faccio una questione religiosa, anzi se i miei figli dovessero leggere anche il Corano, ciò li arricchirebbe solo culturalmente. Quando ho parlato con i miei studenti di questa storia si sono messi a ridere, dicendo che si tratta di "ignoranti" e "integralisti". Parole loro, non mie. E' evidente che il mondo arabo non è solo costituito da quei genitori di via Quaranta (né voglio pretendere che sia rappresentato solo dai miei studenti, sicuramente un'elite, culturale e sociale, anche qui in Siria). Personalmente, vedo queste famiglie egiziane che hanno fatto tale richiesta come la nostra minoranza di lumbard che vorrebbero "scuole padane, mai musulmane", il dialetto al posto della lingua di Dante, i Celti al posto dei Romani. Ignoranza, appunto. Integralismo. Che sia padano, crisitano, cattolico, ebraico, non mi piace comunque. E non mi piace che venga addirittura giustificato, e accolto. Ministro Moratti, mi dispiace molto, ma questa volta sono d'accordo con lei.

P.S.: Dispiace anche vedere, sul sito di Repubblica.it, il titolo, fazioso quanto scorretto di "La Moratti dice no al velo". Ma che c'entra il velo? E poi, la Moratti è intervenuta solo in seconda battuta su tutta la querelle, è stato l'ufficio scolastico milanese a dare il primo parere negativo. Più interessante il Corriere.it, che parla anche dei pessimi risultati di un esperimento del genere (scuole "musulmane") in Sicilia (se vi interessa: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2004/07_Luglio/13/mazara.shtml)


così parlò groucho | 13:31 | commenti (5)


sabato, luglio 03, 2004
 

Le notti bianche

Capita, in queste notti calde d'estate, di svegliarsi intorno alle 4. Per non rigirarmi del letto, preferisco uscire sulla terrazza e godermi lo spettacolo della citta' che sonnecchia ai miei piedi, le luci sul Qassioun sempre illuminate (forse non sono il solo insonne...), rare auto che schizzano sulla strada sotto casa e, verso oriente, un chiarore che inizia a pervadere il cielo. E' da li' infatti che si iniziano a sentire i primi muezzin in lontananza, e il canto si propaga e si avvicina insieme all'aurora, sembra quasi parte di essa, una luce di canti che investe questa parte di mondo. Su tutto, veglia placida Lucifero, la stella del mattino, che occhiegga tra le antenne paraboliche innalzandosi lentamente ma visibilmente. E' in questo momento, mentre osservo Venere (Lucifero non e' nientemeno che lei, e mi viene da pensare come sia singolare il fatto che la dea dell'amore sia stata posta astronomicamente in relazione con il demonio, ma forse e' solo un caso...), che dalla porta appare mia moglie, anche lei sveglia. Mi guarda, sorride e sparisce, per ricomparire poco dopo con un piatto di frutta fresca. Ci sediamo sul divano del terrazzo a mangiare melette e pesche succose, mentre l'alba irrompe defitivamente, e le colline desertiche sopra la citta' perdono la loro oscurita' notturna per assumere a poco a poco le loro sembianze di sempre, ora dune violacee sul cielo cobalto, ma ben presto sinuose linee ocra a levigare l'orizzonte accecante di un'altra giornata di luce, qui a Damasco. Per il momento pero' e' fresco e la luce silenziosa e discreta: mi godo le pesche con Maysa, dolci e vellutate.


così parlò groucho | 12:33 | commenti (7)