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Quando due blog non bastano: ecco dove scrivo delle mie peregrinazioni nel Mediterraneo »Tra Damasco e Atene
Scribacchio talvolta anche sulla rivista online »"Sacripante"
Ora che è morto, si ride e si piange, con la stessa intensità, da una parte e dall'altra. Da una parte è stato odiato, al di là del muro (in tutti i sensi) l'hanno preso come eroe, come simbolo di una lotta e di un popolo che ancora non c'è, se non a parole. Io so poco, pochissimo, della sua vicenda personale e politica, solo quello che ne hanno detto gli altri, sicuramente più informati di me, quelli di cui sopra, da una parte e dall'altra. Ho letto le ragioni di coloro che lo piangono e quelle di coloro che dicono "ora si può iniziare davvero a parlare di pace", perché era lui che tesseva le trame della lotta armata, secondo loro. Insomma, ho letto le ragioni degli uni e degli altri, ambedue molto argomentate e ricche di dettagli, accuse, giustificazioni, spiegazioni, timori e speranze. Non vorrei fare l'equilibrista senza rete, ma personalmente ho l'impressione che ambedue le versioni contengano elementi di verità, il difficile è distinguere quali, perché la verità non è mai una, è un percorso di montagna, in salita e curvilino, ed ad ogni tornante c'è una nuova prospettiva che aggiunge qualcosa di nuovo a ciò che pensavamo prima, talvolta toglie qualche dubbio, ma più spesso ne aggiunge, e per quanto mi riguarda ormai sono dell'opinione che la verità significhi proprio questo, continuare a cercarla, non fermarsi alla curva che ci dà il panorama che cercavamo. Insomma, Arafat, la questione palestinese, non sta certo a me darne una interpretazione: l'impressione che ho sempre avuto è che Arafat avesse ormai perso il controllo di molte delle organizzazioni più oltranziste, addirittura non pochi anche qui in Siria lo odiano perché troppo "amico di Israele". Vista da qui, a dir la verità non sembra che la questione palestinese sarà mai risolta, con o senza Arafat, con o senza Sharon: è troppo incarnita, troppo fuori da ogni controllo razionale e politico. Si è visto, inoltre, cosa capita a chi la cerca davvero (Rabin e Sadat). Certo, con Arafat muore un simbolo, ma un simbolo di cosa? Un uomo di pace o di guerra? Di dialogo o terrorismo? Credo un po’ di tutto questo insieme, ed è proprio per tale ragione, probabilmente, che non era più un interlocutore credibile, né per Israele né per le falangi estremiste arabe. Il futuro è, come sempre, un'ipotesi: ogni teoria è soltanto chiacchere e faziosità, in questo caso, e si sa quanto piace chiacchierare, soprattutto in Italia. Come è evidente anche da questo post.
Ci sono ricordi legati a luoghi in cui si è vissuti molti anni, e gli anni, si sa, sono dei grandi collettori di ricordi, anche se magari a volte neanche li vuoi, ma loro – gli anni dico - te li caricano addosso, loro sono fatti di ricordi, di cose che sono tue per un minuto, un secondo e poi subito appartengono al passato, e credi di averle, ma in verità è solo il loro ricordo, sempre più sbiadito dopo ogni altro minuto e secondo che passa. Dicevo, ci sono ricordi legati a posti e città in cui abbiamo passato anni e anni, una vita; e ci sono ricordi legati a luoghi in cui siamo stati solo per poco: viaggi, o semplici soste tra un viaggio e l’altro. La cosa curiosa è che tra tempo e ricordi c’è un rapporto strano, sghembo, mai regolare, direi piuttosto del tutto arbitrario: possono passare giorni, settimane, mesi interi vuoti di ricordi, momenti su momenti che ci passano addosso con l’indifferenza quotidiana e anonima dei volti di coloro che viaggiano con noi nel metrò ogni giorno (vi sfido a ricordare un solo viso, almeno uno alla settimana); e ci sono attimi, momenti che incidono un solco particolare nella mente, scavano un rifugio in cui preservarsi agli anni e alle intemperie a cui la nostra memoria è fisiologicamente esposta. Così per gli spazi: città in cui hai vissuto una vita e che si distendono nella memoria come una patina calda e familiare, una coperta su cui abbiamo dormito per anni, e attimi che invece si infilano come stilettate nella mente colpendo punti nevralgici e si risvegliano in determinate occasioni con fitte così forti da sembrare ancora attuali, e vere. Tutto questo per dire, caro il mio incauto lettore, che io ho ricordi bellissimi legati a molte città dove sono stato: la mia, prima di tutte, e poi quella che i biografi chiamerebbero “la città d’adozione”: Milano, che mi ha dato così tante cose da non averle più niente da chiedere. Milano è per me ormai piuttosto un mausoleo, un museo delle cere, o forse chissà un cimitero di morti viventi, e quelle cere e quei morti sono io e i miei vent’anni, i miei amici più cari, gli anni universitari, le sbronze e le ragazze e i progetti folli, tutto gelosamente custodito tanto che non c’è più posto e ho dovuto depositare molti di questi ricordi qua e là, dove solo io li posso trovare, io e pochi altri: in un angolo di Piazza della Scala dove ho pianto per una ragazza, o sul tavolino di legno grezzo dove io e un mio amico pittore leggevamo le nostre poesie; o in una via tra l’università Statale e il Verziere, che, chissà perché, mi è rimasta dentro. E tanti altri posti che a chiunque non direbbero un accidente ma per me sono come pellegrinaggi. Ecco, Milano ormai per me è solo un percorso a ritroso, una cartografia della memoria su cui si posso ritessere attimi e interi periodi di vita, dove anche lo stridio garrulo dei tram ha un suo posto e un suo significato. Anzi, quando ormai penso a Milano non riesco più a pensarci in una prospettiva futura, ma solo passata. Milano è il mio sacrario personale, dove tutto e tutti sono ancora presenti. Ma a Milano ci ho vissuto 9 (cazzo, nove) anni, è logico che abbia tanto posto nella mia memoria.Ci sono invece città come per esempio Genova, o Torino, in cui sono stato pochissimo, e sempre di passaggio, e che credevo non potessero lasciarmi molto di più di un bagliore momentaneo. Invece no, a quanto pare, perché proprio poco fa ho sentito riemergermi dentro un ricordo sottile e profondo, una passeggiata per Genova con Abo ed altri amici, ed i vicoli della città vecchia (anche qui facemmo una sorta di pellegrinaggio in memoria del Faber): Genova mi piacque subito perché assomiglia, in scala ampliata, alla mia città, si arrampica in alto nascendo dal mare e ha case rosse ed ocra che costeggiano viuzze strette e impervie e ripide, ed ha la sirena del porto quando c’è nebbia, e il porto stesso, e il pesce che si vende fresco ai banchi, e quell’odore di salmastro che ti si attacca dentro, che non esce mai, e solo quando lo ritrovi dopo tanto tempo ti rendi conto quanto ti mancava. Genova l’ho vista solo due volte, una volta con la pioggia e una col sole, e quando c’era la pioggia andavo al concerto del Faber, appunto, e quando c’era il sole vidi sbucare dalla stazione il profilo inconfondibile di Sanguineti, e non sarà allora un caso che Genova è oggi la capitale europea della cultura. A Torino invece ci sono stato solo per lavoro, quando stavamo al Lingotto dalle 9 di mattina alle 23 di sera, e tornavamo a dormire stanchissimi, ma non posso descrivere quanto fossi felice di quella stanchezza. La Fiera del Libro durava una settimana o giù di lì, e delle due Fiere vissute da dentro il più nitido ricordo, lo giuro sul Faber, lo giuro su chi volete, il ricordo più nitido è una colazione ad uno dei tanti caffè sotto i portici, di mattina presto, col giornale comprato all’edicola vicino a far compagnia al cappuccino e al cornetto. L’aria era fresca e odorosa di vita come solo può esserlo l’aria delle mattine di maggio, ancora il traffico non aveva preso il sopravvento e noi (sempre io e Abo, cazzo, poi dicono che non gli dovrei voler bene, a quel pirla) a gustarci la nostra colazione, lui a fumarsi beato la sigaretta e io a sfogliare il giornale e commentare con lui le notizie più importanti. Ecco, per me questa è Torino, e questa è anche l’immagine (o una delle immagini) della felicità: una colazione sotto i portici in una mattina di maggio, con un amico e un giornale. Due città in cui sono stato davvero poco, Torino e Genova, ma ora mi vengono, chissà perché, insieme alla memoria e bussano con tanta insistenza che, diamine, devo aprirgli la porta, non posso lasciarle fuori così, come due amici ubriachi che chiedono di unirsi a loro, soloun giro e poi ti lasciamo in pace per altri 5 anni, dai.
I ricordi, l’ho detto, sono strani e sghembi, si annidano in posti imprevedibili ed hanno traiettorie pazze da insetto ferito. Qualche volta mi trovo anch’io, senza motivi apparenti, a far capriole leggere in questo pulviscolo fitto di odori e sapori, di voci tuffate nel passato e bolle d’aria che dal fondo risalgono piano piano, e riemergono e pof, esplodono, lasciandomi solo lo stupore e il sorriso del loro gioco effimero, del loro saper sempre sorprendermi.