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martedì, luglio 19, 2005 ("Duetto" - segue) IV
Le dieci e cinquanta, Marta dà l'ennesimo sguardo fuori della finestra. Ora nell'aria si dissolvono le note del Bolero e i quadri alle pareti occhieggiano nella penombra. Il crescendo del Bolero l'ha sempre tranquillizzata, le sembra di sentirsi come una bottiglia che a poco a poco venga riempita e, chissà perché, pensa all'acqua e zucchero che le davano da bambina prima di andare a letto, ogni sera. Era lei che la chiedeva: "Mamma, acqua e zucchero". Puntuale, ogni sera, sua madre ormai lo sapeva, e interpretava quella richiesta come un preludio alla buonanotte. Ora la città sembra disciogliersi in quel bicchiere di acqua e zucchero che da tanto Marta non beve più, anzi, a pensarci bene adesso il solo pensiero la disgusta; chissà cosa ci trovava di buono. E' straordinario quante fisionomie possa assumere la città di notte: un gatto acquattato, un falso malato indolente, il ronzio annoiato di una mosca intorpidita dal lezzo di una pattumiera. La città. Tra poco Lucio tornerà, sono quasi le undici..., ma che importa, in quell'attimo si sente leggera, leggera e assente, potrebbe lasciare tutto e partire da un momento all'altro, via, goodbye a tutti, anche a te caro Ravel, anzi no, con te voglio andarmene, afferrare al volo una delle tue note andarmene via a cavalcioni su di lei, come fosse la coda di una cometa, di quelle che disegnavo spesso da bambina. Da bambina, da bambina... oggi penso troppo a quando ero bambina, non devo, lo so che non devo..., poi ecco che come da bambina mi viene voglia di piangere, voglia di affondare la faccia in un cuscino a piangere piano e a lungo, fino ad esaurire tutte le lacrime. Ma no, non devo farlo, tra poco Lucio sarà qui e non voglio che mi veda piangere, poi crede che sia colpa sua - e forse è anche vero, ma no, non voglio piangere, non stasera. Ecco, lo sento che cerca le chiavi qui dietro la porta: tra poco la aprirà e prima di chiuderla chiamerà il mio nome. Ciao, Lucio.
V Senza che nessuno dei due sapesse bene il perché, si abbracciarono.
Un abbraccio improvviso, spontaneo, intenso. E così semplice. Bastò che lui chiudesse la porta, bastò che lei lo guardasse in silenzio, e in silenzio lui posasse lo sguardo sugli occhi di sua moglie, come non l'avesse mai conosciuta prima. Avrebbero potuto essere benissimo due bambini al loro primo amore, il primo amore d'infanzia mai confessato ma che si rivela in piccoli gesti, in occhiate sfuggenti, in passi insicuri. Non si ricordavano più di come potesse essere bello un abbraccio, da tanto non l'assaporavano con coscienza, con quella consapevolezza di chi ne ha bisogno; da tanto avevano dimenticato il gioco innocente di un atto senza parole, chiuso in sé nella pura pienezza del suo significato più immediato. Un abbraccio. Allora la città si capovolse, e ne caddero tutti gli abitanti, oscillando leggeri e bianchi come fiocchi di neve; lui sorrise a quella visione che si sprigionava dall'abbraccio di Marta e sentì lei che cominciava a sussultare, come chi ridesse o cominciasse un pianto dirotto. "Marta, che hai? Stai piangendo?", le chiese, e furono le prime parole di quella sera. "Sono felice, Lucio". Lui non disse nulla, sorrise e la strinse ancora di più. Tante volte anche lui aveva avuto voglia di piangere, e per le identiche ragioni: per Magni e il suo lavoro, per le sere passate su progetti mai realizzati, per gli occhi di Marta perennemente tristi; e perché Topolino doveva sempre sapere tutto, e Paperino essere così tormentato dalla sfortuna? Piangi Marta, piangi, ma almeno sii felice, anche solo in questi pochi minuti in cui ti sto abbracciando, e tu me. Marta non riusciva più a trattenere il pianto, e ne aveva così bisogno, un bisogno disperato, come quando si ha bisogno di urlare, o correre, o vedere un cielo limpido. Ora aveva anche voglia di ribaltare la città, stringerla in mano e metterla tutta in un bicchiere per poi berla con lo zucchero, facendo ben tintinnare il cucchiaino sul vetro, come un tempo sua madre. L'abbraccio si prolungò per un tempo che nessuno dei due seppe calcolare con certezza, ma certo non fu breve, se mai finì. Ma a noi, non è dato sapere oltre. così parlò groucho |
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sabato, luglio 16, 2005 ("Duetto" - segue) II
Marta è ancora seduta vicino al telefono, il pacchetto di sigarette in una mano, l'altra che accende e spegne nervosamente l'accendino. Finalmente si decide e mette una sigaretta in bocca. Poi gioca distratta col telecomando, guarda svogliatamente il telegiornale per qualche attimo, si alza, si rimette seduta, posa la cenere, spegne il televisore. Sbuffa ravvivandosi i capelli, poi va in cucina. Nel silenzio si stagliano i rumori casalinghi più comuni: il ronzio del frigorifero, le mensole che cigolano aprendosi, il cavatappi sulla bottiglia d'acqua, il tappo che cade, l'acqua che gorgoglia riempiendo il bicchiere. Marta brinda a se stessa; l'orologio a muro segna le otto e un minuto. "Salute, Martina, buon onomastico. Grazie. Musica, ci vuole musica". Va in salotto, infila un cd di Ella Fitzgerald. Canticchia danzando col bicchiere. "Andare a ballare no, che non gli piace, i miei amici sono deficienti - simpatici i suoi... - le feste per carità, lo deprimono, il cinema che palle, e poi bisogna cambiarsi, mangiare troppo presto o troppo tardi. Però, per lo stabile del Comune si può tornare a mezzanotte, senza neanche mangiare... Magni mica è scemo: lui a casa ci va eccome, poi arriva lì alle dieci, fa finta di aiutarlo un'oretta e poi ritorna a casa. Risultato: Lavoro realizzato da MAGNI - Lorenzetti, due belle firme e lo stabile è bell'e pronto. Che fesso che sei, Lucio". Ma Ella continua sublime a cantare, sublime e malinconica. Che ne sa lei degli stabili di Milano, degli architetti sfruttatori e di quelli sfruttati. Ne ha già viste fin troppe, lei. Lasciatela cantare in pace.
III Magni entra come sempre alle dieci, fresco di cena e pipata serale; tiene in bocca la pipa ancora calda, è convinto di avere un'aria più saggia, e saluta Lucio ad alta voce, come sempre. " Buonasera caro Lucio, come andiamo; sempre al lavoro eh..., ma non mangi mai, tu? Che è quella cartaccia per terra, non avrai mica stracciato tutto il progetto?" Di tutte quelle domande, perlopiù di convenienza, l'ultima era la sola che richiedeva una risposta, e Lucio lo sapeva bene. "No, è che... niente, avevo fatto delle modifiche che non mi convincevano, anzi mi hanno fatto proprio incazzare, talmente erano brutte..." e col piede cercò di mettere in penombra il pezzo di carta su cui era riconoscibile il naso di Topolino. "Me le potevi far vedere, almeno", disse appena Magni, ma già era altrove col pensiero. Scartabellò tra gli appunti e gli abbozzi di Lucio sulla scrivania, poi si avvicinò al tecnigrafo. Lucio restava chino a ripassare una linea retta, inutilmente. "Queste sono le idee per l'ala che ci manca?", chiese Magni analizzando i vari fogli che aveva preso in mano. "Sì". Lucio decise che quella linea retta era abbastanza evidenziata, e si volse al suo capo che gli dava le spalle. "Questo, questo è buono" fece l'altro, sventolando un foglio dopo averlo squadrato a lungo. Poi continuò nella rassegna e per un paio di volte disse: "Anche questo non è male, buono, buono". Infine, si ritrovò con tre abbozzi di suo gradimento. "A me questi sembrano i migliori. Tu che ne dici? Quale diresti che andrebbe meglio?" "Forse.. Forse questo", e Lucio indicò il secondo che Magni aveva scelto. "Ssì, sì, è buono, non c'è che dire; solo, non so, farei le finestre un po' più piccole, con più spazio tra una e l'altra, non ti sembra?"
"Mah, si può fare".
"Sì, così magari ci mettono gli schedari, o cos'altro diavolo vogliono loro; dunque, tu qui hai scritto 2 metri e 20 di lunghezza..., io direi che si può ridurre a 1 e 90, o al massimo due".
"Forse è meglio due; serve luce, lì".
"O.K. Allora due. E poi - fece una risatina - non so, mi era venuto in mente... perché qui non ci facciamo uno zoccolo, uno zoccoletto a rientrare? Dici: a cosa serve? A niente, così, è simpatico e varia un po' la rigidità - e, diciamolo, la monotonia - tipica dell'ufficio. Magari, che so, ci possono mettere un distributore di bevande" e qui rise proprio divertito, "o qualcosa del genere. Tieni conto che lì la parete è portante, e dall'altra parte c'è l'ascensore, quindi vedi che sarebbe proprio adatto". C'era poco da fare quando Magni la metteva in quel modo: Lucio annuì un po' forzatamente, ma disse con voce sicura: "Sì, è un'idea, in effetti così era troppo rigoroso, simmetrico..." "Non sembra anche a te? Già, già... allora, col tuo permesso Lucio, faccio queste minime modifichine, posso?" "Ci mancherebbe, fai pure". Lucio guardò ancora verso la finestra, la città era buia e quieta: ora aveva proprio voglia di rigirarla e mandare a gambe all'aria tutti, Magni compreso. Anzi, per primo lui e il suo stupido zoccolo. L'architetto responsabile Magni Giancarlo fece in fretta le sue "modifichine", cancellando e ridisegnando dove riteneva giusto fare. Alle 22.50 precise si alzò dalla sedia e diede un colpetto sulle spalle di Lucio. "Allora io ho fatto, qui: è venuta proprio una bella cosa, semplice ma raffinata, fin troppo direi, per un ufficio comunale, no?" e rise ancora. "Oh, tu non ti preoccupare, lo mettiamo giù con calma lunedì, che viene anche il dottor Renzi. Ora finisci quello che devi finire e poi vai a casa dalla tua mogliettina. Poverina, sempre sola. Chissà, mi odierà che non ti faccio mai andare a casa per cena; ma tu gliel'hai detto che non è colpa mia, che sei tu che vuoi fare lo sgobbone?" Lucio abbozzò un sorriso, ma non fece in tempo a dire nulla che Magni riprese: "Dai che per lunedì abbiamo finito, manca poco: e vedrai come saranno soddisfatti quelli lì. Abbiamo fatto proprio un bel lavoretto. Beh, ora vado; ciao Lucio, buonanotte. Chiudi tutto tu, come sempre". E uscì. Lucio ebbe appena il tempo di salutare; quando la porta si richiuse andò alla scrivania dove Magni aveva lasciato le sue piante modificate: vide lo zoccolo "simpatico" e poté apprezzare la linea "raffinata" che aveva assunto il perimetro dell'ala destra dello stabile comunale. Non sapeva se ridere o piangere, poi pensò che anche il suo nome sarebbe comparso sul progetto. Un gran merito, apparire a fianco dell'illustre architetto Magni, chissà quanti lo invidiavano. Forse non hanno visto lo zoccolo simpatico, pensò. E quando lo vedranno, ne daranno la responsabilità a lui, che risponderà pronto: "E' per dare una linea raffinata all'ufficio". Era proprio meglio da bambino, quando la città si poteva capovolgere, e nevicava. così parlò groucho |
21:18 | commenti (1)
domenica, luglio 10, 2005
DUETTO
I A volte viene voglia di prendere la città e capovolgerla per riportarla poi nella posizione iniziale e vedere i suoi abitanti precipitare, volteggiare nell'aria come fiocchi di neve, proprio come in quelle sfere di vetro che ci davano da bambini e con cui non ci stancavamo mai di giocare: c'era Venezia, Parigi, Roma, o magari anche paesaggi immaginari popolati da figure immobili e sorridenti, e sorridente il nostro viso era riflesso sulla sfera. Rotazione del polso. Gesto. E nevica. Poi tutto si placa. Chissà cosa ci trovavo di divertente. Forse i fiocchi che cadevano sempre in modo diverso. Certi spettacoli, come appunto la neve, il fuoco nel camino (o l'acqua in un fiume), non ci si stancherebbe mai di guardarli, tanto sono capaci di mutarsi nella loro apparentemente ripetitiva immobilità. Il fuoco, la neve... E l'agonia del traffico sulla strada qui sotto l'ufficio, l'inquieto flusso delle teste sui marciapiedi, i passi della gente. Non soltanto la natura è capace di tali spettacoli. Giovedì 28 marzo, ore 19.55, Lucio diede di nuovo un'occhiata al suo progetto ancora a metà sul tecnigrafo, scosse la testa, fece un'ennesima, piccola correzione e poi si impose di telefonare a Marta. "Ciao Marta, sono io. No senti, volevo dire che... anche oggi faccio tardi, Marta. Sì sì, lo so, ma tu lo sai che devo finire il lavoro per lunedì; e se il weekend lo facciamo dai tuoi, quando pretendi che lavori, è impossibile, no? Dai, lunedì è tutto finito. …No, lo sai che non posso lavorare a casa. Sì, viene qui Magni tra poco. Sì, sì... siii, hai ragione... e non t'arrabbiare quando ti dico che hai ragione, ce l'hai davvero, mica ti tratto come una matta. Dai, su... sì, ciao... spero presto, più presto di ieri. Ciao, bacio". Posa la cornetta, sbuffa, si liscia i capelli con tutte e due le mani, si affaccia alla finestra. "Più presto di ieri... più tardi di domani..." ride, si accende una sigaretta. Torna al tavolo di lavoro, al suo progetto del nuovo stabile del Comune. Lo guarda a lungo, tirando lente boccate e scarabocchiando distrattamente col lapis. Dagli scarabocchi nasce un Topolino, perfetto, con tanto di chiaroscuro e papillon. "Topolino. questa è la casa di Topolino, voluta dal comune di Milano su esplicita richiesta... del commissario Basettoni". Guarda la sua opera più recente, ne corregge le orecchie, lo fa più sorridente. "Mi sei sempre stato sul cazzo, Topolino". E straccia tutto. così parlò groucho |
14:01 | commenti (1)
martedì, luglio 05, 2005 Qui a casa dei miei, rovistando nella mia (ex) camera da letto, ho ritrovato una miriade di oggetti che avevo dimenticato, riposto per riprenderli un giorno, chissà, e poi invece abbandonati. Tra queste cose, molte poesie e alcuni racconti. Quello che segue è uno di essi, sicuramente non il migliore, ma il più breve e quindi adatto al blog. FOTOGRAFIE
Gli piaceva sedersi su quella pietra al sole. Veniva lì in auto, quando aveva tempo, anche solo un’ora. Portava con sé un libro, ora che il cane era morto. Sapeva però che sarebbe stato lì ad osservare il mare, semplicemente. Poi si sarebbe addormentato per un po’, cullato dalla nenia delle onde e dal tepore del sole. Fu così anche quella volta: il mare era calmo e pigro, pareva un animale assonnato. Quando si svegliò, sulla spiaggia c’era più gente. Per lo più coppie, più o meno giovani. Pensò a Giulia, e a quella volta che era venuto lì con lei. Un uomo fotografava la moglie che con la mano toccava il lembo del mare. Ci volle un po’ prima che l’onda arrivò a lambirle le dita. Lei rideva in modo stupido, il marito aspettava paziente. Lui pensò che la cosa fosse piuttosto idiota, e si chiese cosa spingesse la gente a fare fotografie. Non amava farsi fotografare, e del resto non aveva foto con Giulia. Aveva solo foto di Giulia, da sola. Sorrideva all’obbiettivo, e aveva occhi irrequieti. Un’altra coppia passò sottobraccio; non parlavano, e guardavano il mare con aria assente. Giulia amava tirare i sassi piatti e farli saltare sulla superficie del mare. Esultava quando ci riusciva bene, e lui l’abbracciava. Un pescatore tirò fuori tutto il suo materiale da una borsa e gettò l’esca in acqua; lui ebbe voglia di avvicinarglisi e parlarci un po’. Poi rinunciò, pensando che non sarebbe servito a niente. Giulia amava il caldo, il mare, e tutto quello che era l’estate. Lui no. Forse era questo, pensò. Aveva usato il libro come cuscino, la giacca come materasso, e sulla roccia intiepidita dal sole dormire era piacevole. La guardò un’ultima volta, prima di andare. Poi guardò il mare, e poi l’orizzonte senza navi. Un bambino passò chino sulla spiaggia, cercava conchiglie. Ma la spiaggia dopo l’estate restituisce solo i residui dei bagnanti, lattine arrugginite, tubetti di protezioni solari spremuti, tappi di bibite, fazzoletti di carta usati. Talvolta, qualche foglio di rivista estiva restava impigliato sotto i sassi, e il sole e la pioggia non riuscivano a divorarlo. Era così che l’estate resisteva al freddo autunnale, e serbava la sua impronta. Guardò tutto ciò con occhi senza desideri, poi si incamminò verso l’auto. Dentro la macchina era caldo e la polvere si diffondeva in pulviscolo. Su un poggio, turisti scattavano foto, e si mettevano in posa sorridenti. così parlò groucho |
18:31 | commenti (3)
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