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sabato, febbraio 25, 2006
 

 Costruttori di imperi

 

Una sera di inizio estate in  Mesopotamia, la terra tra i due fiumi. In quella terra è Babilonia. A Babilonia è una tenda. Davanti alla tenda più di cento  uomini che sfilano in attesa di entrare. In quella tenda c’è il loro generale, morente. Il loro generale si chiama Alessandro Magno. Quegli uomini sono i suoi eteri, i suoi compagni d’arme. I suoi fedelissimi. Alessandro li accoglie, per l’ultima volta, al suo cospetto. Uno ad uno li saluta per nome. Poi muore.

 

 

 

“Questa storia, se mai verrà raccontata, dovrebbe essere narrata dalla fine. Perché so che è la fine, e gli sguardi dei miei compagni e dei miei soldati più fidati me lo dicono ogni giorno, ogni ora, ogni istante. Anche ora, mentre sfilano davanti al mio letto e cercano il mio sguardo, vi vedono la morte, lo capisco, e gliela leggo riflessa nei loro. Sono qui per me, perché temono che sia già morto. Ma ancora non è così. Li vedo sfilare ad uno ad uno, i miei eteri, i miei compagni, sussurro il nome di ognuno, come ultimo congedo.

 

Nearco. Lisimaco. Olcia. Asandro.

 

La febbre è alta, le forze scarse, fuori annotta, o sono le mie tenebre che vengono a prendermi.

 

Perdicca. Eumene. Tolemeo.

 

Vorrei dire tante cose, ma il fiato basta appena per i loro nomi. Vorrei dire che, di tutto quello che ho fatto, di tutte le imprese vissute insieme in questi dieci anni, di tutti i banchetti, di tutti i momenti che abbiamo condiviso insieme, questo forse è il più bello, anche se il più doloroso. Padre mio, tu che puoi vedermi, guarda la grandezza di tuo figlio in questa ultima impresa: centinaia di uomini che, deposte le armi, fanno la fila silenziosi, a testa bassa, davanti alla tenda del proprio generale. Uomini avvezzi alle sofferenze più atroci e alle crudeltà più efferate che piangono al cospetto del loro compagno febbricitante, morente sul suo letto, e che tuttavia ricorda i loro nomi, ad uno ad uno, e ad uno ad uno li fa entrare, li riconosce alla luce delle candele ormai quasi spente e li saluta.

 

Meleagro, Peuceste, Leonnato.

 

E’ dolce morire tra il conforto degli amici. Eppure, tutto avrei immaginato, ogni sorta di morte avrei auspicato per me – e per loro, i miei compagni di dieci anni di battaglie e glorie – ma mai quella di vedermi morire (io che vedo me stesso nei loro occhi, loro che vedono la morte nei miei) in questa tenda, in una città straniera e tuttavia ormai greca, conquistata e sottomessa proprio da loro, i miei compagni, i miei eteri, che hanno abberevato tante volte i loro cavalli sulle acque di questi fiumi che dicono millenari, il Tigri e l’Eufrate, che hanno edificato con me città che portano il mio nome in Egitto, in Battriana, in Partia. Avrei potuto morire per mano nemica, trafitto da una lancia degli Oriti, o da un dardo scagliato dall’esercito del feroce Poro, o, all’inizio di tutto, per mano di uno degli uomini di Dario. Ma non ho ferite nel mio corpo, nessuna arma mi ha colpito, eppure muoio.

 

Sargalo. Diodato. Crisone.

 

Non un uomo, ma il Dio mi toglie l’anima, ricongiungendola al padre Ammone. Solo il Dio poteva fermare la mia marcia, placare la sete di conquista che non aveva limiti, ché senza limiti o confini è ormai questa terra che abbiamo percorso, dalla dolce Grecia alle foci del grande fiume, dall’Egitto fino alle terre più inospitali eppure domate da me, dall’esercito Macedone; da loro, dai miei eteri.

 

Crisone. Diagora. Stenelo.

 

Muoio all’imbrunire, l’ora a me più cara. L’ora in cui iniziano i banchetti, in cui le battaglie cessano, in cui i soldati tornano alle loro tende, in cui le donne hanno lo sguardo più bello, del sollievo e dell’attesa placata, del desiderio e della promessa.

 

L’ora in cui il sole si corica dietro l’orizzonte e le luci delle fiaccole sostituiscono poco a poco quelle del giorno, e poi tutto alla fine cede alle tenebre, alle spesse tenebre delle notti orientali, fitte di stelle in cui questi popoli sanno leggere il passato e il futuro, e le vicende umane, e i destini. Non ho mai creduto alle stelle, ma oggi le guarderei volentieri per l’ultima volta. Eccole, le vedo, appaiono un attimo mentre i miei uomini aprono la tenda per entrare o congedarsi, le vedo che occhieggiano dietro le loro spalle, oltre i palazzi di Babilonia, oltre il deserto tante volte attraversato a piedi, o a cavallo. O forse non sono affatto stelle, sono semplici fiaccole in lontananza, fuochi di nomadi da qualche parte di questa terra lontana. Ma lontana da dove? Lontana dai luoghi da cui sono partito o da quelli in cui non potrò mai arrivare? Dalla mia reggia in Macedonia o dai miei sogni?

 

Crisostomo. Argi. Eumelo.

 

Muoio senza conoscere molte risposte alle miriadi di domande che mi sono fatto sin da bambino. Ad alcune ho trovato una soluzione, ad altre l’ho creata con le mie mani, ma ora mi accorgo che non ho fatto nulla, se penso a quanto ancora avrei dovuto e voluto fare.

 

Stasanore. Clearco. Nicia.

 

Addio compagni, addio miei uomini, che saprete cose che io mai saprò, perché le vivrete, e ne godrete o soffrirete come io non potrò più fare. Ora che mi accingo a lasciarvi, invidio anche le vostre future sofferenze, perché soffrire è vita, e la morte è nulla. …E’ questo buio che si fa sempre più fitto attorno a me, ai miei occhi ormai quasi incapaci di vedere, alla mia mente ormai sempre meno mia, altrove. …Chissà dove andranno tutti questi pensieri che inutilmente mi sforzo ancora di formulare, queste parole che non ho potuto dire e che mai nessuno ascolterà. …

 

… E’ l’ora. Sento il vento battere ai pali della tenda, è dolce il suo suono, non l’avevo mai notato.


così parlò groucho | 08:44 | commenti (3)


lunedì, febbraio 20, 2006
 

La ragazza che non sentiva gli odori

Mi è venuta in mente, recentemente, una ragazza che ho conosciuto molto tempo fa la quale non aveva l'olfatto. Detta così, potrebbe anche sembrare una cosa di poco conto, ma l'olfatto, si sa, è uno dei nostri cinque sensi, insieme alla vista, l'udito, il tatto e il gusto. Insomma, non avere l'olfatto  corrisponde a non avere la vista, o l'udito. No, dicono tutti coloro a cui lo racconto, non è la stessa cosa. Miniminizzano, dicendo come sia molto peggio essere ciechi o sordi. Certo, forse è vero,  se non altro perché, in quanto uomini, abbiamo edificato un mondo di immagini e di suoni, ambedue codificati in linguaggi essenziali per comunicare tra noi. Essere ciechi, o sordi, significa essere estromessi da gran parte di tutta la nostra rete di segnali, simboli, dal reticolo di significati e significanti di cui abbiamo intessuto ogni segnale, ogni gesto, ogni ammiccamento. Ma siamo davvero sicuri che essere ciechi e sordi alle lusinghe degli odori e dei sapori sia così trascurabile? Beh, se fossimo, che so, cani o gatti saremmo molto più nei guai, per esempio, e in quel caso diremmo che essere ciechi sarebbe stato il danno più lieve. Un cane senza olfatto è parimenti cieco come un uomo non vedente, forse anche peggio. Ma anche per noi, vivere senza questo senso è una jattura di non poco conto: penso a quanti miei ricordi sono legati ad un odore, ad un aroma, ad una fragranza; penso al caffè la mattina, all'odore dell'erba appena tagliata sui prati, all'odore dei capelli di una ragazza, al buon sapore di dopobarba e trinciato forte che esalava da mio nonno quando lo abbracciavo. Penso alla felicità che provavo quando in motorino passavo accanto ai campi di lavanda per andare al mare, all'odore di terra calda e di fiori estivi. Per non parlare degli odori del suq qui a Damasco, dove si viene letteralmente travolti dagli afrori delle spezie, di cuoio, di sapone di Aleppo, di arghilè dai caffè, e i vapori profumati che si sprigionano dagli hammam, il gelsomino all'imbrunire nelle sere di primavera...  Si sarà capito che per me l'olfatto è un senso molto importante: per dire, sono di quelli che quando vede o compra un libro nuovo la prima cosa che fa è aprirlo e annusarne le pagine. Dovete sapere che ogni casa editrice ha il suo odore: ormai so distinguere a occhi chiusi quello delicato dell'Adelphi dall'afrore più intenso dei tascabili Mondadori; o quello più dolciastro della Feltrinelli da quello un po' acre di editori come Garzanti. Su tutti, prediligo quello rareffato dell'Einaudi (non gli economici). Ogni libro sprigiona  talvolta emozioni che vanno al di là delle sue pagine e sono emozioni che investono anche il tatto (ci sono editori che scelgono una carta più spessa, leggermente ruvida, bellissima da toccare), l'udito (sfogliare le pagine ad una ad una, lentamente, al ritmo della propria lettura è come degustare a poco a poco un vino pregiato), la vista, ovviamente, e quindi anche l'olfatto. Manca solo il gusto, ma nessuno è perfetto. Tornando all'olfatto: capisco che ci sono menomazioni più gravi, ma non posso fare a meno di pensare che non avere l'olfatto significhi se non altro essere privati di alcuni momenti felici che abbiamo vissuto, di alcuni ricordi  penetrati dentro di noi non attraverso un'immagine o un suono, ma puttosto attraverso un odore particolare, una fragranza che si è insiinuata nelle pieghe del nostro essere quasi in punta di piedi, senza che noi ce ne accorgessimo e che comprendiamo solo quando un vago sentore anche solo simile fa schiudere un vortice di ricordi, memorie, pensieri ed emozioni.


così parlò groucho | 08:32 | commenti (5)


mercoledì, febbraio 15, 2006
 

Sempre a proposito di "libertà di espressione"...

Sia chiaro, questa storia delle vignette mi ha stufato, come sono sicuro che ne abbiano in molti le scatole piene. Però, quando leggo certe cose, forse si capisce meglio che quello che si voleva non era certo difendere, nè giustificare, il fanatismo dei musulmani che hanno devastato le ambasciate o fatto cose anche peggiori, ma era denunciare l'ipocrisia di chi si appella alla "libertà di espressione" solo quando fa comodo (un po' come accade a molti altri nobili concetti, come sarebbero la democrazia e i diritti umani, per esempio, se non fossero anch'essi spesso solo pretesti). Ecco, parliamo meglio di pretesti: è chiaro che le vignette sono state un pretesto per molti musulmani, pilotati si sa benissimo da chi, a sfogare rabbie dovute non certo (o non solo) a una caricatura mal riuscita. E' altrettanto chiaro che la stessa "libertà di espressione" è anch'essa solo un pretesto, troppo spesso usato, per coprire la nostra stupidità e la nostra ipocrisia. Basta leggere infatti che:

La televisione pubblica australiana Sbs è entrata in possesso di fotografie inedite che mostrano "tutto l'orrore" dei maltrattamenti inflitti dai soldati americani ai detenuti iracheni nella prigione di Abu Ghraib, a ovest di Baghdad.  
Le foto mostrate dalla Sbs sono adesso oggetto di una battaglia legale negli Stati Uniti, dove l'American Civil Liberties Union ha ottenuto accesso ad esse secondo la legge sulla libertà di informazione, ma è stata bloccata dalla Casa Bianca che ha presentato appello.
L'amministrazione Bush vuole tenere segrete le foto perchè sostiene che la loro diffusione alimenterebbe sentimenti anti-americani.

Lasciamo stare Abo Ghraib, ché di anche di questo se ne è parlato fin troppo, concentriamoci sull'ultima frase e riflettiamoci su. 

Per chi volesse leggere l'articolo integrale, è qui.


così parlò groucho | 16:34 | commenti (4)


lunedì, febbraio 13, 2006
 

Gli imbecilli non riposano mai...

Che sia vero, basta vedere certi programmi tv ogni giorno, o uscire per strada. Ma, se odiate la televisione e non volete uscire, basta accendere il computer: avete notato che non passa giorno senza che si riceva lo spam? Ecco, l'ultima frontiera dell'imbecillità, qualora se ne sentisse proprio il bisogno, è secondo me la pratica selvaggia di rompere i maroni a tutti coloro che hanno una mail con un messaggio spesso assolutamente inutile, se non idiota: comme allungarlo, come aumentare le tue prestazioni, adesso ci si sono messi anche i "doctor" con le farmacie online. Insomma, l'imbecillità prolifera, è un "prodotto" così inflazionato che non fa più notizia, nemmeno quasi si nota, direi: sappiamo ormai tutti benissimo che, tra le 24 mail che troviamo nella casella elettroncia, almeno 20 (se non a volte tutte) saranno spam. Per non parlare poi dell'eventualità di non aprire la casella di posta per qualche giorno.  Ora, scusate ma io proprio non ho capito a cosa diavolo serva questo spam: qualcuno mi ha detto che, per la legge dei grandi numeri, su un tot di persone che ricevono queste mail,  almeno una piccola percentuale le aprono. D'accordo, dico, ma significa che c'è poi anche una percentuale di gente che compra questi prodotti e favorisce tale mercato? Beh, allora siamo alla radice quadrata dell'imbecillità, o, se preferite, alla meta-imbecillità, cioè l'imbecillità dell'imbecillità. Come in un gioco di specchi, in cui l'immagine riflessa rifletteva sé stessa all'infinito, o certi quadri di Escher, siamo alla replicazione infinita e apparantemente insensata, di un modo di essere  forse per alcuni trascurabile, ma secondo invece molto significativo, al di là della sua stessa portata. E' solo una delle tante derive a cui si è arrivati, l'ennesima, anche se periferica, abdicazione dell'intelligenza di fronte a qualcosa che è molto più vasto, più pervasivo, più devastante, se vogliamo, nel suo sottile limare a poco a poco i fragili bastioni della nostra cittadella  sempre più povera di persone capaci di riflettere, fermarsi un attimo e guardarsi intorno, per capire dove siamo arrivati, dove stiamo andando a finire. Ma, si sa, fermarsi non si può, il mondo gira a una velocità tale che non ci è permesso rallentare, riflettere, capire.  Risultato? La civiltà più informatizzata e forse più avanzata tecnologicamente sta diventando anche quella più povera spiritualmente, intrisa di banalità, immersa nella stupidità. Non ricordo chi lo ha detto, ma è verissimo che stiamo vivendo un'era di "tecnologia moderna e persone che ancora ragionano in modo antico".  Anche in questo caso, basta guardarsi intorno per capire quanto sia vera tale affermazione.


così parlò groucho | 10:49 | commenti


martedì, febbraio 07, 2006
 

Libertà di espressione: istruzioni per l'uso

Forse servirebbe, un opuscolo simile, viste le ultime vicende in cui delle vignette presunte satiriche si sono trasformate in una prova generale di conflitto di civiltà.  Servirebbe perché a quanto pare, se possiamo essere tutti d'accordo sulla sacrosanta libertà di espressione, forse è meno chiaro che la libertà, se interpretata come diritto di fare e dire quello che ci passa per la testa, non è più tale, ma diventa una cosa anche pericolosa, come si è visto. Come anche ha ben detto il nostro Ciampi (sempre sia lodato), la libertà non deve essere mai avulsa da responsabilità e sensibilità. Altrimenti è facile che diventi sopruso, prepotenza, o, nel migliore dei casi, imprudenza, per dirla con un eufemismo. Insomma, abbiamo la libertà, ma qualche volta non sappiamo usarla, o la usiamo un po' a casaccio, o quanto meno a sproposito; mi tocca anche essere sulla stessa linea d'onda del ministro Frattini, che ha definito  "non saggia", "unwise", (in un inglese niente male, chi l'avrebbe detto) alla BBC, la pubblicazione delle vignette da parte di un giornalucolo della destra danese, letto quasi meno della nostra "Padania" e probabilmente altrettanto becero. Solo quando le vignette sono state riprese da France-Soir sembra sia scoppiato il casino. Un casino, val bene la pena dirlo, dettato dall'irrazionalità e dal fanatismo, certo. Ma credo valga la pena soffermarsi su alcuni punti.  Detto terra terra, le cose stanno più o meno così:

1. Mi risulta che anche da noi viga, per legge, il reato di vilipendio. C'è, a quanto so, il vilipendio alla bandiera, così come il vilipendio alla religione. Ma allora non sono libero di esprimermi? A quanto pare, in questi frangenti no. Se mi pulisco il sedere con il tricolore, sono passibile di condanna, anche se in quel momento mi mancava la carta igienica e avevo sotto mano solo la bandiera, perché andavo allo stadio e perché, che diamine, siamo in un paese libero e civilizzato e faccio quello che mi pare. Lo stesso vale se bestemmio in televisione, meglio ancora se in diretta. Ma come, non c'era libertà di espressione? E allora sai cosa faccio? Sventolo bandiere con svastiche e croci celtiche, e guarda che roba, mi cacciano dallo stadio e mi schedano... ma come, e allora, questa libertà? Ma in che paese viviamo? Nemmeno posso insultare pesantemente gli ebrei? Vabbè, allora sai che faccio? Insulto i musulmani: tanto, sono tutti terroristi, pregano col sedere per aria, coprono le donne e sono incivili, mica come me, che sono democratico ed evoluto.

2. Mi risulta che viviamo in un mondo che ci vantiamo sempre di definire globalizzato, multiculturale, multietnico, multirazziale e tanti altri multi che ci piacciono tanto. Ora, visto che conviviamo gomito a gomito con persone di altre nazionalità, altre culture e altre religioni (multiculturale, appunto), dovremmo anche evolverci a diventare interculturali, cioè a comprenderle un po', queste culture e queste religioni. Rispettarle. Che non significa  incensarle o abbracciarle acriticamente. Basta non insultarle. Come non vogliamo che si insulti la nostra. C'è il vilipendio alla religione, come detto sopra. Finora, la religione era intesa come la "nostra" religione, quella cattolica. Bene, facciamo un piccolo sforzo ulteriore e cerchiamo di capire che in un mondo, appunto, multiculturale, non c'è più solo la mia, di religione, e magari quello che per me è uno scherzo, una battuta, magari di pessimo gusto, ma in fondo, dai, sei tu che non hai senso dell'umorismo... ecco, quella cosa lì, che per me è niente, per qualcun altro è vilipendio, offesa grave, addirittura blasfemia. Certo, siamo in un paese libero, siamo democratici, e quindi sei libero di mangiargli il salame davanti allla faccia, al musulmano. Puoi farlo, certo, appellandoti magari alla libertà di espressione, mica è reato mangiare salame. Ma PERCHE' dovresti farlo in modo così gratuito e insensato? Una risposta ce l'avrei. Forse perché sei un imbecille?

3.  "Ma loro hanno esagerato!" E' vero. Come negarlo. A parte che prima di tutto "loro" sono qualche migliaia di fanatici che non rappresentano il restante miliardo di musulmani nel mondo, come del resto ho modo di constatare ogni giorno quando esco di casa, qui a Damasco.  Ma ve la dò buona, "loro" hanno esagerato. "Loro". Però, vedi, "loro", nella vita, hanno ben poco, quasi niente. Se si eccettua la religione. Che poi, si sa, l'Islam è molto di più di una religione (e questo, tra l'altro, continuamo bellamente ad ignorarlo), è anche un codice sociale, civile, a volte anche penale. E' l'unica cosa che li ha resi grandi, e orgogliosi di essere arabi. E' l'unica pagina della storia scritta di loro pugno, dopo secoli di caos tribale e prima di un lungo giogo di dominazioni e colonizzazioni. Anche un mio amico siriano, per niente ignorante, me lo disse, tempo fa: "L'Islam ci ha trasformati da un'accozzaglia di beduini in una grande civiltà, nel passato. Se adesso siamo come siamo non lo dobbiamo all'Islam, ma a noi stessi".  L'Islam è un concetto affatto semplice da capire, con molte, moltissime contraddizioni interne, ma comunque una realtà complessissima, e non certo liquidabile con una vignetta in cui si raffigura come terrorista colui che qui è considerato il prescelto da Dio per fargli da intermediario tra gli uomini. Una vignetta che distrugge in un solo tratto l'intero mondo di milioni di persone che, ripeto, nella vita, piaccia o no, hanno solo questo. Che gli dice: siete tutti terroristi, e Maometto è stato il primo di voi. "Hanno esagerato", è vero. Ma non sono stati gli unici, mi pare. Sono due esagerazioni incomparabili tra loro, lo ammetto: niente può giustificare atti di violenza e condanne a morte in nome di un Dio usato spesso come pretesto. E sono anche d'accordo col dire che non può essere sempre l'Occidente a mettersi in discussione, a farsi i mea culpa, a imparare sempre qualcosa dagli altri. Se c'è un limite che il mondo arabo-musulmano ha, a mio parere, è proprio questa incapacità di guardarsi allo specchio, di analizzare le sue contraddizioni, di limitarsi ad accettare passivamente ciò che "è scritto", perché chi reggeva la penna era lo stesso Dio.  Ma un Islam "moderato", come a noi piace chiamarlo c'è, si sforza di farsi strada, e mi sembra che l'abbiamo lanciato proprio noi l'adagio "bisogna comunicare con l'Islam moderato".  Perché allora continuiamo ad aizzare quello più ottuso e intransigente?

Come è evidente, non ci sono, anche in questo caso, nitide ragioni e nitidi torti, quando si fa una sciocchezza e dall'altra parte si reagisce con la violenza, è difficile distinguere i buoni e i cattivi, che spesso sono solo categorie di comodo, a uso e consumo di chi, della realtà, preferisce vedere solo la superficie, e rappresentarla anche a modo suo e usarla a suo piacimento, perché da noi, si sa, c'è libertà di espressione.

P.S.: Postilla per gli scribacchini di Repubblica (presa a caso, ma sono sicuro che anche altrove sarà stato lo stesso): quando si dice che gli estremisti sotto le ambasciate gridavano "Non Dio ma Allah, e Maometto è il suo profeta", si compie una topica non da poco: prima di tutto, si interpreta il messagio come "non il vostro dio ma io nostro, il cui profeta è Maometto", cosa del tutto errata: la frase, che suona in arabo qualcosa come "la illah illa Allah", è ripetuta cinque volte al giorno anche dall'alto dei minareti, e significa una cosa che è anche nella Bibbia: "non c'è altro Dio al di fuori di me". Punto due: se un giornalista che scrive su Repubblica di mondo arabo non sa una cosa del genere, mi chiedo in che razza di mani è la nostra "sacrosanta" libertà di espressione.


così parlò groucho | 00:24 | commenti (2)