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sabato, aprile 08, 2006
 

Un paese in via di sottosviluppo

L'Italia, vista da fuori, sembra in questi giorni un paese in apnea, che vive queste elezioni con l'apprensione del malato in attesa del responso medico. Anche se la diagnosi potrebbe solo dire di quale morte potrebbe morire, invece che indicare la cura. Un paese che non sta bene, senza dubbio: se fosse in salute, non affiderebbe le sorti del suo futuro a 10 milioni di indecisi, gente che vota a seconda di come si sveglia la mattina, se c'e' il sole o meno, se gli gira cosi' o cosa'. Del resto un paese in cui "decideranno gli indecisi", non puo' essere considerato normale, a meno che non venga considerato normale che, per esempio, vadano dal parrucchiere i calvi,  i muti parlino e altre bizzarrie non solo lessicali.

Un paese in cui un bimbo viene ucciso a palate o a calci (ancora non lo hanno deciso) per denaro, o in cui un ragazzo e' in coma perche' alcuni coglioni hanno gettato pietre da un cavalcavia tanto per fare qualcosa, o dove una poveretta caduta dal balcone e finita infilazata dal cancello viene prontamente immortalata dagli studenti con i loro telefonini che del resto non sono piu' telefonini ma possono fare di tutto (tranne che chiamare, forse), beh, un paese cosi' non mi sembra in ottima salute.  Un paese di coglioni, concordo per una volta col Cavaliere, ma a prescindere che si voti o meno il centrosinistra. Un paese bellissimo, ma non per i suoi meriti attuali, anzi. Se fossimo stati cosi' coglioni anche nei secoli passati, non avremmo edificato nemmeno un'arcata del Colosseo ne' dipinto un centimetro quadro della Sistina. Ma no, sono ingiusto, ce li abbiamo ancora i geni. Ma vanno all'estero, che' la ricerca, scientifica o meno, in Italia e' considerata meno, molto meno, di una puntata della Fattoria o altre stronzate. Un certificato in origami ti puo' forse dare piu' possibilita' di fare successo nella vita che un dottorato in fisica della materia. Insomma, cervelli in fuga (quelli che vanno) o in vacanza (quelli che restano). Un paese cosi', in fondo, e' giusto che affidi il suo futuro a 10 milioni di indecisi. Ma non diamo tutta la responsabilita' (o la colpa) a costoro). In un paese non malato, uno psicolabile come Berlusconi, che ha lanciato il suo movimento politico come si lancia un detersivo, non avrebbe mai avuto un seguito cosi' preoccupante e soprattutto non avrebbe avuto mai una seconda possibilta' di candidarsi alla guida del paese: in un paese non malato la coalizione antagonista avrebbe smascherato senza problemi la sua politica da avanspettacolo e avrebbe conquistato voti con progetti concreti, con un programma chiaro e affidabile. Avrebbe, ai tempi, governato in modo tale che la sconfitta  sarebbe stata impensabile. Avrebbe insomma, fatto si' che non  ci sarebbero ora 10 milioni di indecisi a cui affidare il futuro di un paese.

Ma questo non e' un paese in salute, evidentemente, in quanto la malattia se la porta dentro, nelle viscere.  Un paese in cui la raccomandazione vale di piu' di ogni esame o competenza e in cui fare il furbo e' un vanto, una regola di vita, un codice comportamentale.

In un paese cosi' Berlusconi ha gia' vinto, e vincera' sempre. Non ha bisogno di avere la conferma delle urne. E credere di sconfiggerlo domani e' veramente da coglioni. E ancora piu' coglione lui da non capire che quelli come lui non hanno bisogno di essere primi ministri per imporre le regole. La politica, ormai, e' l'ultimo dei modi per cambiare le cose.


così parlò groucho | 21:18 | commenti (3)


domenica, aprile 02, 2006
 

Senza patria

Capita a volte che per sentire davvero la nostra appartenenza dobbiamo andarcene dal posto in cui siamo nati e cresciuti e in cui, tuttavia, inspiegabilmente, ci siamo sempre sentiti stranieri. Estranei in casa propria. Un classico, del resto, e non a caso. In questi casi, la partenza, l'altrove, sono davvero l'antidoto migliore, perche' finalmente siamo realmente estranei, viviamo in un altro alfabeto, in un altro modo di vivere e pensare, dobbiamo imparare tutto da capo, come i bambini che sillabano i nomi delle insegne quando imparano a leggere. Siamo estranei, si', ma finalmente a ragione, non e' solo una nostra sensazione soggettiva.  E' a questo punto spesso che sorge, da qualche parte di noi, magari in un angolo, un lembo di appartenenza, una  timida consapevolezza della nostra identita'. Sono a volte attimi, che pero' si ripetono sempre piu' spesso con il passare dei giorni, dei mesi, degli anni. La diversita' in cui viviamo ci spinge a cercare un ancoraggio da qualche parte, a individuare qualche punto di riferimento fermo, un  centro di gravita' permamente, un Nord o un Sud di un qualcosa. Ed ecco che si plasma a poco a poco la nostra fragile appartenenza. Ma questo non significa che torneremo. Appartenenza puo' anche essere intesa in maniera critica, elusiva. Punto cardinale, ma anche punto di fuga. Da osservare con un cannocchiale e vederlo per la prima volta sotto un'altra ottica, e scoprirne aspetti che avevamo ignorato, o solo sospettato, quando eravamo la'.  A questo punto, la condizione di espatriato non e' piu' contingente ed estemporanea, ma diventa una vera e propria condizione esistenziale, una nuova identita' interiore, quasi una nuova ragione d'essere e allo stesso tempo non essere: essere sempre altrove, non essere mai nello stesso posto. Gli espatriati a volte pensano con nostalgia al luogo che hanno lasciato; ma e' una nostalgia spesso legata a ricordi, a momenti vissuti che hanno reso quei luoghi non come sono in realta' ma solo come noi li abbiamo plasmati nella nostra vita passata. Una volta tornati realmente, tutto sembra trasfigurato, corrotto, irrimediabilmente perduto. Ed estraneo. Di nuovo estranei, come allora. Nonostante tutto. E allora acquisisce piu' senso questo cercare di nuovo la partenza, un altro altrove dove sentirsi stranieri e reimparare alfabeti, abitudini, nomi di strade e di persone, gesti e norme sociali. La mappa  che avevamo del nostro paese e'  troppo vecchia, ed e' difficile costruirsi una nuova cartografia sovrapponendola a luoghi che credevamo di conoscere, che abbiamo conosciuto, amato e perduto. Tanto meglio consultare nuovi portolani, sperimentare nuovi approdi, che niente ci chiedono e a cui niente chiediamo, se non di restare amichevolmente estranei l'un l'altro, e scoprirsi lentamente, e riscoprirsi di nuovo.


così parlò groucho | 12:50 | commenti (1)