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venerdì, agosto 31, 2007
 

La morte non è uguale per tutti

Qualche giorno fa, la tragica morte di un giovane giocatore del Siviglia e della nazionale Spagnola, ha convinto l'UEFA ad accogliere la legittima richiesta del club spagnolo di rinviare l'incontro con l'AEK di Atene che si sarebbe dovuto svolgere martedì scorso. Cosa buona e giusta, si dirà.                         

 Meno noto, però, è forse il fatto che la stessa UEFA appena un giorno prima aveva rifiutato la stessa richiesta da parte dell'AEK Atene, per rispettare il lutto nazionale ellenico per i catastrofici incendi, che avevano causato 64 morti.

La cosa ha causato giusto sdegno qui in terra greca, dove si sono chiesti: forse un morto spagnolo vale più di 64 greci, migliaia di senzatetto e mezzo paese devastato dal fuoco?

Che dire? Vergogna.

 

A proposito, chi è più sensibile di quelli dell'UEFA può andare qui e contribuire a rimettere in piedi una nazione che sinceramente non aveva alcun bisogno di essere messa in ginocchio, visto che ci stava già...


così parlò groucho | 15:35 | commenti (1)
 

Ora qui in Grecia la situazione sembra si sia normalizzata. Non ci si sveglia più guardando in alto se il cielo è rosso o con l'angoscia di accendere il televisore e vedere l'ennesima cronaca angosciata dell'ennesimo rogo. Sì, fuochi continuano a esserci qua e là, ma non certo con l'intensità di una settimana. Una settimana fa scrivevo infatti:

Atene, 26 agosto 2007

È strano tornare da una vacanza e non essere completamente felici. Almeno l’ultimo giorno.

No, non è solo il fatto di tornare al tran tran quotidiano dopo una bellissima settimana di relax a Poros, un’isoletta a un’ora da Atene e separata dal Peloponneso da uno stretto che i battelli dei pescatori impiegano 3 minuti (cronometrati) per attraversare, tanto è vicina la terraferma.

Il motivo per cui la vacanza finisce in maniera mesta è che la partenza da Poros corrisponde con l’inizio dei grandi roghi che stanno martoriando la Grecia in questi giorni.

 

Estate di fuochi

Quest’anno si era abituati, purtroppo, a vedere notiziari in cui boschi in fiamme erano in primo piano. Il primo, e sembrava il più grave, era stato a luglio l’incendio del Parnitha, un parco naturale poco a nord di Atene considerato il polmone verde della già abbastanza asfissiata capitale greca. Più del 64% del parco erano letteralmente andati in fumo, in quell’occasione, mentre l’intera settimana seguente anche altre zone della Grecia, soprattutto isole, avevano affrontato grandi incendi; la stessa Poros, come ho visto prima in tv e poi direttamente, era stata vittima di un incendio che aveva in pratica vanificato la stagione turistica di un’intera area, descritta dalle guida come suggestiva per il fatto di fare il bagno a pochi metri dal bosco di pini, bosco che ora non esiste più.

Ma così era accaduto anche in una parte di Corfù, a Cefalonia e in altre isole delle Sporadi e delle Cicladi.

Poi fu la volta del Pentelis. Quel giorno, un sabato, io e mia moglie avevamo notato che il sole non entrava in salotto con la solita intensità, ma piuttosto era rosso. Tutto il cielo era rosso. Quella che sembrava una grande nube color ruggine oscurava una parte di cielo. Al supermercato c’era un parziale blackout che non permetteva il funzionamento di alcuni macchinari. Tornati a casa, abbiamo acceso la televisione e abbiamo avuto la conferma dei nostri iniziali sospetti: il Pentelis, la montagna che nell’antichità aveva dato i marmi per costruire il Partenone e l’Atene di Pericle, emanava una nuvola di fumo che aveva presto ricoperto gran parte della parte orientale di Atene. Sulle pendici del Pentelis ci sono alcuni dei più eleganti quartieri della città, immediatamente evacuati. Per la prima volta bruciano case, auto, si vedono immagini di persone in fuga disperata. Praticamente a pochi minuti dal centro di Atene.

Sembrava che  quello fosse il peggio.

E invece.

Invece, il 24 agosto è stata la volta del Peloponneso. Quel Peloponneso che avevo intravisto dal pullmann Patrasso-Atene come verdissimo, splendidamente selvaggio, dove la natura sembra davvero ancora quella cantata dai lirici greci (“dormono le belve nelle forre ombrose”, cantava Alcmane nel suo “Notturno”, e davvero le vedi, le forre ombrose, e percepisci la presenza di cinghiali e orsi, che chissà ora che fine avranno fatto).

 

Cenere su Atene

Partiamo da Poros che il cielo sopra l’isola ha iniziato a offuscarsi di un’alone rosso che purtroppo ormai abbiamo imparato a riconoscere. Incredibile, pensiamo, gli incendi sono a più di 100 chilometri da qui…

Arrivati ad Atene, la sorpresa è ancora maggiore: anche sopra il Pireo il cielo è rosso, rosso il mare che guarda verso Salamina e Egina, rosse le ombre che proiettano a terra gli alberi e i palazzi. I turisti che come noi scendono dalle navi fanno foto ma senza sorrisi, sono foto per documentare, più che un bel ricordo da portarsi a casa.

Quando arriva il taxi, noto che scende dal cielo qualcosa di strano. Stento a credere ai miei occhi: è cenere. Guardo il tassista che mi conferma: “Cenere, sì. Mezza Grecia è in fiamme, e arriva fino a qui”.

Nel viaggio in taxi, vedo un’Atene avvolta da un’atmosfera irreale: strade deserte per l’ultimo weekend di agosto, ma sotto quel cielo rosso e quella pioggia di cenere, sembrerebbe piuttosto che sia stata evacuata per un’esplosione nucleare o qualcosa di simile. Nell’aria, un’odore di legna bruciata, come se qualcuno avesse acceso un immenso barbecue, come se si volesse fare della “terra dove nacquero gli dèi” un enorme braciere come nell’antichità si arrostivano animali perché il fumo e il profumo della carne arrivassero a Zeus o ad Apollo.

È vero, la Grecia, la terra degli dèi, brucia. Non è un’esagerazione dei giornalisti, questa volta: ad oggi si contano 52 morti, oggi, nei paesi del Peloponneso distrutti dalle fiamme, il fuoco si è spento solo perché non ha trovato più terra da bruciare ed è arrivato al mare. La gente è scappata su barche e gommoni, su imbarcazioni di fortuna, perché i fronti di fuoco sono lunghi anche 30 chilometri e non c’è via di fuga. I notiziari greci non fanno altro che trasmettere immagini di roghi, di boschi e case in fiamme. Oggi è la volta  anche di Corinto e di una parte del Peloponneso che ancora non era stata toccata. Si parla anche della zona vicina all’antica Olimpia, i boschi nei pressi di Epidauro e Sparta, e l’intera penisola della Messenia. Dove è passata la storia e il mito, ora divampano le fiamme, cancellando tutto. Storia, miti, e soprattutto la quotidianità degli uomini che fino a pochi giorni fa scorreva quieta per quelle zone già di per sé povere e che non hanno certo bisogno di tali catastrofi.

Ora vedo immagini di un incendio anche di Glyfada, una località balneare che in pratica è l’Atene marittima, zona di spiagge affollate, stabilimenti e alberghi anche di lusso. Significa che tra poco, se il vento soffierà da questa parte, saremo ancora coperti  dalla plumbea nube rossa.

Mentre scrivo, continuo a pulire il mio labtop, su cui la cenere continua a posarsi, minuta ma incessante.

Non credo che smetterà presto.

 


così parlò groucho | 15:22 | commenti